ASI DEI. - Uomini «pii» del giudaismo dell'epoca maccabica e asmonea. L'ebr. Ḥāšdhīm «pii» (nei Settanta 'Ašūz[e]ōt) ricorre spesso nel Vecchio Testamento (Ps. 4, 4; 11, 2 ecc.; Prov. 2, 8; Mīdī, 2, ecc.); nel sec. II a. C. designa gli aderenti di un forte gruppo costituito dai migliori del popolo giudaico, votati all'osservanza più rigida della legge mosaica (I Mach. 2, 42; 3, 44; 7, 13 sqg.) per cui soffrirono e lottarono anche con le armi. Non se ne conosce l'origine. Al tempo di Mattatia (m. nel 166 a. C.) erano già potenti e dovevano aver reagito all'ellenismo invadente. Appartenevano forse a quei fedeli, di cui mille furono massacrati per essersi rifiutati di combattere in giorno di sabato (I Mach. 2, 29-38). Pronti all'appello di riscossa di Mattatia, presero parte alle guerre maccabiche contro Antioco IV Epifane (v.) e successori (ibid. 2, 42). Di fede profonda ma ingenua, caddero nel tranello teso da Demetrio I Sotere (162-150) che insieme all'esercito di Bacchide ALCUINO (v.), dopo averlo creato pontefice, ad offrire fraudolentemente libertà ai Giudei. Gli a. non potendo dubitare della sincerità di un discendente di Aronne, credettero ad Alcino e diffidarono del guardingo Giuda Maccabee (165-161). E stimando essere giunto il tempo di poter attuare il loro programma religioso, deposero le armi ed insieme alla «sinagoga degli scribi» vennero a domandar pace. Ma Alcino (o Bacchide, secondo Flavio Giuseppe, Antiq. Jud., XII, 10, 2), fedifrago, ne trucidò 60 in un giorno, avverando con questa strage Ps. 78, 2-3 (I Mach. 7, 12-17). Scoperto l'inganno e riprese le armi con maggior accanimento, ridussero a mal partito Alcino, che a Demetrio confessò che gli a. formavano il nerbo principale dell'esercito di Giuda Maccabee, rinfocalvano la guerra, provocavano ribellioni minacciando la saldezza del regno, e gli impedivano di esercitare il pontificato (II Mach. 14, 6 sq.). Da questo momento se ne perdono le tracce.
Poiché al tempo di Gionata (161-143), Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., XIII, 5, 9; cf. XII, 10, 1), accennando per la prima volta alle sette giudaiche (farisei, sadducei, esseni) non li nomina, e perché il loro programma si avvicina a quello dei farisei (v.), alcuni sostengono l'identità dei due partiti. È strano il silenzio di Flavio Giuseppe a loro riguardo, dato che utilizza i libri dei Maccabei. I farisei si possono considerare continuatori del partito degli a. Secondo alcuni la corrente più rigida degli a. si sarebbe confusa con gli esseni, la più moderata con i farisei. Forse sono da rintraccarsi nei «santi» (ἀσύλ, dei Salmi di Salomone (2, 40; 3, 10; 4, 7; ecc.) e nel «popolo santo» dei Giubilei (33, 20-31). Nell'apocrifo di Enoch (di cui alcuni attribuiscono il nucleo primitivo ad un a.) 90, 6-7, verrebbero raffigurati negli angeli nati dalle pecore bianche, verso le quali non avrebbe belato il gregge del popolo d'Israele.
Secondo W. Bousset, W. Baldensperger, A. Causse ed altri, gli a. diedero origine in Israele a una corrente spirituale importante (i «pii» o «silenziosi» o «poveri d'Israele» [V. EBIONIT] o «messianisti-pietisti») che, lontana dagli intrighi politici e fidando solo in Dio, guardava la religione ufficiale con diffidenza.
Nel Talmud i Ḥāšdhīm sono i rigidi osservanti della Legge, con tendenza all'ascetismo (Bērākhīth, 5, 1; Ḥagighāh, 2, 7 ecc.). Vi si distinguono i Ḥāšdhīm ḥā-rī'šōnīm (gli antichi), o 'anšē ma'āšē (gli uomini dell'opera). Forse esisteva una Mēghillath Ḥāšdhīm (v. CHASIDISMO).