AVITO, Alcimo Eccidio, santo. - Vescovo di Vienne nel Delfinato, n. verso il 450, m. poco dopo il 517. Apparteneva ad una famiglia di vescovi, di grado senatori, e forse fu suo parente l'imperatore Avito. Anche suo padre lo precedette sopra la sede di Vienne.
Come vescovo fu una delle colonne dell'episcopato gallico del suo tempo: a lui si deve la conversione del regno di Borgogna alla fede cattolica. Con l'autorità della sua cultura e la finezza dei modi seppe cattivi l'animo del re Gundobaldo e poi convertire il figlio di lui Sigismondo. Ad ambedue diresse a questo scopo molte lettere (buon numero delle quali ci resta) su varie questioni bibliche e dottrinali. Del resto vari altri suoi scritti sono diretti contro l'arianesimo dei popoli invasori e le dottrine affini, uno poi è diretto espressamente contro il semipelagianismo di Fausto di Riez. Il Concilio di Epaneo del 517, da lui presieduto, compi con sagge disposizioni l'opera della conversione della Borgogna.
A. aveva scritto molti Epigrammi, dispersi nei trambusti dell'assedio di Vienne del 500. Poco prima del 507 curò egli stesso l'edizione degli altri suoi scritti, che consistono in due poemi, 86 lettere, tre omelie intere e molte frammentarie. Il poema principale De spiritualis historiae gestis racconta nei primi tre libri i fatti del Genesi sino alla caduta e in altri due il diluvio e l'esodo: la materia è quindi quella del paradiso perduto e riacquistato e il 11. IV e V svolgono in sostanza i simboli della redenzione. A. non si contentò come i suoi numerosi predecessori di una parafrasi del testo biblico, ma svolse molto liberamente la materia con una concezione poetica originale, nuova in questo genere di poemi, e che fa presentire il Milton. La lingua è quella corretta del suo tempo, lo stile di un buon imitatore dei classici; ma anche qui i gusti della sua età non lo rendono alieno dal manierismo. Gli stessi pregi e difetti si ritrovano pure nel De consolatoria laude castitatis ad Fuscinam sororem De virginiem sacratam.
Le Lettere riflettono gl'interessi religiosi del tempo e trattano per lo più argomenti teologici. Molte sono dirette al re Gundobaldo ed al figlio Sigismondo. Da notare specialmente la 4a contro le teorie sulla grazia di Lerino e la 34a ai senatori romani Fausto e Simmaco sul Concilio del 499 e sull'elezione del papa Simmaco, nella quale è la celebre esclamazione: At si papa Urbis vocatur in dubium, episcopatus iam videlibitur, non episcopus, vacillare. Delle 35 Prediche ne restano intere solo tre, due delle quali per le ragazioni (v.) di primavera, istituite poco prima dal vescovo Claudiano Mamerto. Sono esse la più antica memoria ed il primo commento di quell'istituzione. Festa il 5 febbr.