BAUTAIN, LOUIS-EUGÈNE-MARIE. - Filosofo e teologo, n. a Parigi il 17 nov. 1796, ivi m. il 15 ott. 1867. Studiò dal 1813 all'Ecole Normale ove ebbe come maestro Victor Cousin. Nel 1816, abbandonata la fede cattolica, insegnò filosofia a Strasburgo. Fu in seguito ricondotto alla religione dall'opera di Luisa Humann, persona di grande pietà e sapere. Conseguì la laurea in medicina nel 1826, abbracciò lo stato ecclesiastico. Ordinato sacerdote dopo un anno (1828) fu preposto alla direzione del seminario minore di Strasburgo, ove cominciò a realizzare i suoi progetti di riforma dell'insegnamento, particolarmente della filosofia.
Pubblicò nel 1833 l'opuscolo De l'enseignement de la philosophie en France au XIXe siècle, dove propone un tradizionalismo alquanto mitigato, difendendo la necessità della Rivelazione, oltre che per le verità d'ordine soprannaturale, anche per quelle naturali più elevate. Le idee del B. provocarono la censura del vescovo di Strasburgo (1834), approvata in seguito da Roma (Gregorio XVI), cui il B. aveva appellato, e dove s'era anche, dietro consiglio del Lacerdaire, recato personalmente, per un esame delle sue opere. Il B. si sottomise il 18 nov. 1835, e, di nuovo, l'8 sett. 1840. Recato quindi a Jully assunse la direzione di quel collegio. In seguito tenne conferenze e prediche a Parigi. Dal 1850 fu vicario generale dell'arcivescovo di Parigi, e negli anni 1853-63 professore di teologia morale alla Sorbona.
Nella dottrina del B., non del tutto priva di originalità, confluiscono atteggiamenti dell'agostinismo kantiano, dei tradizionalismo francese (de Bonald) e del romanticismo cattolico tedesco (Baader). L'idea di vita ne costituisce il centro. La vita, processo condizionalmente spontaneo, deriva da un germe emanato da un vivente e ricevuto in una forma passiva o capacità, la quale poi reagisce. Trasportando questo concetto nel campo della teoria della conoscenza, il B. afferma che la ragione è soltanto forma passiva, impotente a produrre da sé l'atto vitale della conoscenza e raggiungere la verità, ma capacità recettiva del germe vivificante, cioè della fede, del Verbo vivo nella Chiesa e nella S. Scrittura. Essa è quindi, per sé, incapace di provare l'esistenza di Dio e della Rivelazione di cui non sono argomenti oggettivamente validi i miracoli e le profezie. Questa dottrina è in un certo senso fideismo, perché tutto il possesso della verità è condizionato alla fede; è tradizionalismo, perché afferma che la verità, irraggiungibile dalla nostra ragione, fu trasmessa all'umanità da uomini scelti, profeti, apostoli, poeti, dotati di attitudini particolari.
Nonostante tali deviazioni dottrinali, rilevante fu l'ascendente del B. (tra i suoi discepoli furono T. Ratisbonne e E. Bonnacho, poi cardinale) fino a farlo chiamare il Newman francese. Il suo influsso fu efficace sulla vita spirituale di gran parte della Francia e attraverso il Grattysu discepolo, l'Ollé-Laprune e il Le Roy, Blondel e Laberthonnière, dura tuttora.
Opere principali: Propositions générales sur la vie, Strasburgo 1826; La morale de l'Evangile comparée à la morale des philosophes, 1827; De l'enseignement de la philosophie en France au XIXe siècle, 1833; Philosophie du christianisme, 2 voll., 1835; Psychologie expérimentale, 1839; La chrétienne de nos jours, 3 voll., Parigi 1859-61; Les choses de l'autre monde, Journal d'un philosophe, 1868.
Giovanni Müller