BLOY, LÉON. — Scrittore, n. a Périgueux. Il luglio 1846 e m. a Bourg-la-Reine il 3 nov. 1917. Spirito appassionatamente cattolico, ignaro di dolce tolleranza («tout ce qui n’est pas exclusivement, éperdument catholique n’a d’autre droit que celui de se taire »); in guerra costante col suo secolo materialista, nemico dello spirito laico ai suoi occhi colpevole delle transazioni maggiori; dispiegatore della classe borghese conciliante, piatta, troppo pratica; pronto a gettare l’anatomia su ogni medio-critica e menzogna sociale, si trattasse di cristiani tiepidi o di scrittori pronti al compromesso, questo entrepreneur de démolitions osteggiato soprattutto nello stesso ambiente cattolico, ha dedicato alla glorificazione sempre più alta di Dio tutta l’opera sua, che comprende una trentina di volumi.
Di questi particolarmente significativi gli 8 che costituiscono il Journal, e cioè: Le mendiant ingrat, Mon journal, Quatre ans de captivité à Cochons-sur-Marne, L’inven-dable, Le vieux de la Montagne, Le Pélerin de l’Absolu, Au seuil de l’Apocalypse, La porte des humbles (e che, pur con le differenze che intercedono nell’atteggiamento dei due scrittori, ci fa pensare al Journal di Jules Renard).
Di un cattolicesimo integrale, apocalittico, che gli ispirava l’attesa fremente del regno dello Spirito, mis-sionné pour le témoignage nella sua crociata contro i nemici della verità e della giustizia, egli afferma incessantemente la solidarietà cristiana; diffonde nelle sue lettere parole di consolazione; ma, natura di elementare violenza e impulsività, incapace di equilibrio o serenità, si rivela sempre polemica appassionato par indignation et par amour. Sempre sincero ma disuguale e mosso talora da animosità personale, è spesso ingiusto e cade, perciò, in contraddizioni: procede per intuizione, si esprime mediante visioni e profezie, crea un’atmosfera allucinante, ammanta la realtà di un carattere mistico. Egli denuncia la mediocrità del clero che considera depositario incosciente dei misteri e delle rivelazioni divine; è antimoderno in quanto ostile alle esagerazioni materialistiche del mondo moderno: l’odio si afferma in lui in funzione d’amore, e nella esagerazione e nella ribellione, pur se talora sembri oltrepassare il segno, svela ansie di tenerezza, si dimostra adoratore ardentissimo di Dio. Negli ultimi anni, finalmente, l’opera sua conoscerà la serenità e la commovente umiltà che attestano le Méditations d’un solitaire (1916) o Dans les ténèbres (1917).
Poeta in prosa, capace di raffinare analisi, ebbe il dono di narrare e dipingere con la più perfetta evidenza; lo stile sa allargarsi nell’ampia invettiva, farsi caustico e fremente, incendiarsi nell’anatema folgorante, che richiama Tertulliano, perdersi nella tenerezza più sentita. Il romanzo: La femme pauvre termina con le celebri parole: «Il n’y a qu’une misère; c’est de n’être pas des saints».
Vanno menzionati: Le Révélateur du globe (Parigi 1884) su C. Colombo, Le désespéré (ivi 1886); La Chevalière de la Mort (ivi 1896) dedicato a Maria Antonietta, La femme pauvre (ivi 1896); Belluaires et porchers (ivi 1905); Celle qui pleure (ivi 1908), dedicato alla Madonna de la Salette, a cui si riferisce anche la Vie de Mélanie (ivi 1912); Le sang du pauvre (ivi 1909); L’âme de Napoléon (ivi 1912); postume sono state stampate le Lettres de jeunesse e quelle alla fidanzata.