BOTTA, CARLO. - Uomo politico e storico italiano, n. a S. Giorgio Canavese il 6 nov. 1766, a Parigi il 10 ag. 1837. Medico ricco di buona cultura letteraria e scientifica (a Corfù compirà studi di storia naturale; più tardi scriverà un poema storico, il Carmillo), si compromise nel 1794 in un tentativo di rovesciare il governo piemontese. Dopo un anno di carcere riparò in Svizzera e successivamente entrò in un medico nell'esercito francese. Con questo rientrò in Italia ove partecipò al famoso concorso vinto da M. Gioia (1796) con una sua Proposizione ai Lombardi di una maniera di governo libero, nella quale chiedeva magistrati elettivi annuali, distribuzioni di terre e un minimum finanziario per ogni famiglia. Da Corfù, ove visse tra il '97 e il '98, passò poi in Valtellina e quindi a Torino, membro del governo provvisorio instaurato dal Joubert e fautore dell'annessione del Piemonte alla Francia. La catastrofe francese del '99 lo costrinse ad esulare a Grenoble e a Parigi, ove, deluso nelle antiche speranze, si diceva disgustato dei Francesi, che, dopo aver tagliato l'Italia sotto specie di libertà, lasciavano morire di fame i patrioti. Con altri 18 esuli indirizzava nel luglio 1799 una petizione al Consiglio dei Cinquecento, di protesta contro «i proconsoli degni imitatori di Verre» e di incitamento a compiere «un'opera immortale», a creare «una repubblica grande, degna della sapienza vostra e della maestà del popolo da voi rappresentato». Ma questa idea di unità e d'indipendenza d'Italia fu male accolta nell'ambiente ufficiale francese e il B., minacciato d'espulsione, dovette limitarsi ai suoi studi e alla sua professione. Tornato in Italia dopo Marengo, fu della Commissione esecutiva piemontese, e, dopo l'aggregazione del Piemonte alla Francia, deputato per il dipartimento della Dora al Corpo legislativo (1844). Ostile al Bonaparte e caldo di affetti patriottici, deputato di terminatosi a scriver di storia, intorno al 1866, pose mano alla Storia della guerra dell'indipendenza degli Stati Uniti d'America (1809), nella quale abbandona di notizie e un certo dottrinarismo s'accompagnava a concioni eloquenti e descrizioni colorite. Scrittore robusto, anche se troppo tumido, ammiratore dei classici latini ed italiani, ha della storia una concezione tacitiano-umanistica, che lo porta ad accentuare l'interpretazione e il fine moralistico. Per questo, narrando la giovane storia degli Stati Uniti, contrappone Washington a Napoleone ed esalta sentenzioso i rivoluzionari d'America. Durante il Cento giorni fu rettore del Collegio di Nancy e, alla restaurazione, dell'Accademia universitaria di Rouen dal 1817 al 1822.
Nel 1824, frutto di esperienze personali, se non di più sicure indagini (ch'era poco favorevole a «spillare gli archivi»), pubblicò la Storia d'Italia dal 1789 al 1814, nella quale si palesa ormai sempre più come reazionario e moralista scontento di tutto e avverso a istituzioni che non siano la ripresa delle riforme del Settecento, intese alla maniera degli illuministi e dei regalisti, e quindi in senso antipapale ed antiecclesiastico. Incerta e debole nei principi fondamentali è ancor più la Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini fino al 1789, che provocherà, anche per le ragioni sopra esposte, le critiche severe del Balbo e del Gioberti. Tali opere furono poste all'Indice.
Anche nella seconda il moralismo laico prevale. Ma giustamente il Croce rivendica in favore del B. la maestra nello scrivere e la nobiltà della lingua, che s'oppongono alle sciatterie del Settecento, e certa appassionata eloquenza e certo vivo colore descrittivo. Ben veduto da Carlo Alberto, che lo nominò cavaliere del merito civile di Savoia e gli assegnò una pensione, tornò in Piemonte nel 1832. Del suo accentuato conservatorismo fanno prova un assai poco democratico parere sul riordinamento dello Stato e l'approvazione data alle spietate repressioni dei tentativi liberali del 1834.