BROGLIE, AUGUSTE-THÉODORE-PAUL DE

BROGLIE, AUGUSTE-THÉODORE-PAUL de. - Apologista filosofo francese, n. ad Auteuil il 18 giugno 1834, m. per assassinio a Parigi l'11 maggio 1895. Rimasto orfano della madre a quattro anni fu affidato alle cure della zia, baronessa Augusta de Staël la quale, benché protestante, diede al nipote un'educazione ispirata al cattolicesimo più ortodoso. Nel 1867 troncò la carriera delle armi per seguire la vocazione al sacerdozio. Ordinato sacerdote il 18 ott. 1870, dedicò il suo primo apostolato ai sobborghi di Parigi, iniziando insieme quei corsi di apologetica, fra le classi medie e studentesche, che gli attirarono l'attenzione di mons. d'Hulst dal quale, nel 1879, venne chiamato alla cattedra di apologetica all'Istituto Cattolico di Parigi che tenne fino al giorno dalla tragica morte avvenuta per mano di un'alienata, che egli aveva di frequente beneficato. La vasta opera del B. abbraccia gran parte dei problemi dell'apologetica e delle materie affini (filosofia, storia delle religioni, biblica) e si è venuta svolgendo secondo l'intenso ritmo dei suoi corsi accademici, delle sue conferenze e della sua attività oratoria. La sua apologia è diretta contro il positivismo scientista, che teneva legata tutta la cultura della seconda metà dell'1800; positivismo filosofico, etnologico, storico. Al positivismo filosofico è dedicata la penetrante analisi dei problemi gnoseologici, che occupa i due tomi di Le Positivisme et la science expérimentale (1880-81). Quest'opera apre la sua attività di scrittore e mette le basi della sua opera apologetica.
Movendo l'attacco direttamente ai principi, il B. è contestato punto per punto, senza amarezza ma con signo rile fermezza, l'agnosticismo metafisico professato dai positivisti nei riguardi delle sostanze e delle cause, ne smaschera gli assunti gratuiti e le defezione di metodo, pur mettendo in vista gli aspetti buoni ed utilizzabili che esso presenta anche in seno alla filosofia tradizionale. I rispettivi analisi dello stesso Helmholtz, egli non teme di difendere la percezione immediata delle sostanze e delle cause, tanto nell'esperienza interna quanto, sia pure con alcune cautele, nell'estrema. Tale percezione, immediata come atto, si presenta nel suo svolgersi effettuato come un processo d'interpretazione, come una traduzione immediata di certi segni: sensibili che non sentiamo nei nostri organi. Si hanno perciò nella percezione tre momenti: 1) la percezione dei segni: sensibili nell'impressione fatta dallo stimolo sull'organo del senso; 2) l'interpretazione dei segni: sensibili o percezione dei corpi, per cui c'è il vedere e il toccare; 3) la decomposizione della nozione grezza ottenuta dai sensi, la distinzione delle qualità e dei fenomeni, cioè la descrizione dell'oggetto e visto e toccato. Momenti distinti ma che si susseguono con la massima rapidità (I, 167-169). Il processo interiore dell'organizzazione percettiva è attribuito dal B. alla «induzione inconsciente», la quale consiste nel connettere un segno a quell'oggetto che nelle esperienze precedenti si è mostrato ad esso unito, così che, all'apparire del «segno», la mente, per movimento spontaneo, pensa ed apprende l'oggetto. La «induzione inconsciente» va accuratamente distinta dall'induzione scientifica: mentre questa tende alla formulazione di leggi generali, quella la precede nel chiarire nella coscienza le prime nozioni ed i primi principi, senza dei quali il pensiero di qualsiasi genere, anche quello scientifico, non può fare alcun passo. È nello stesso interesse della scienza dunque mettere al sicuro le prime persuasioni della ragione, a meno che il positivismo non voglia condannarsi ad un volontario suicidio.
Inadeguato nelle sue pretese teoriche, il positivismo non lo è meno sul piano della vita vissuta; tale la tesi dell'opera matura La réaction contre le positivisme (1894), nella quale è denunciata anche la vacuità del cosiddetto «neocristianesimo» estetico di E. Renan.
La scienza, si deve ormai convenire dopo tante esperienze sociali, non è in grado di fornire all'uomo i principi necessari per governare se stesso. Essa lascia, sia l'individuo come la società, abbandonati e senza guida al capriccio delle volontà altrui e alla tirannide delle passioni. C'è invece nelle anime una profonda sofferenza, una penosa angoscia, un'inquietudine sorda che sussiste, malgrado tutti gli sforzi che si fanno per scuoterla, la quale esige lo sbocco di un ritorno verso gli ideali dimenticati, verso una fede, ovvero accettazione di un principio superiore, che non si riduce alla scienza. L'intierario per riquadranno i valori perduti avviene in due tappe: 1) affermazione del teismo filosofico che la ragione può dimostrare con argomenti conclusivi; 2) passaggio alla religione cristiana rivelata, passaggio obbligatorio, sia per assicurarsi la nozione del vero Dio e degli ultimi destini, tanto difficile per la massa degli uomini, sia anche perché l'esistenza della Chiesa cattolica pone ad ogni uomo il problema di mettersi in quella Chiesa che custodisce nell'integrità originaria la dottrina evangelica: ogni uomo è tenuto perciò a porsi la questione della verità dei fatti evangelici ed a cavarne le immediate e logiche conseguenze (p. 227). È ciò che il B. chiamava la «trascendenza del cristianesimo».
Della trascendenza del cristianesimo il B. aveva intrapreso una prima riprova positiva in Problemes et conclusions de l'histoire des religions (1885), ove, pur sapendo riconoscere con serena lealtà i pregi delle altre religioni e le somiglianze parziali che ciascuna presenta con la cristiana, mette fuori di ogni contestazione la superiorità di questa per la saldezza dei suoi fondamenti razionali e storici, per la elevata e delle sue dottrine e la purezza della sua morale. Una seconda riprova il B. trovò nelle scienze bibliche. In L'idée de Dieu dans l'ancien et dans le Nouveau Testament (1892), prese in esame alcuni fatti più importanti della storia d'Israele (l'esodo dall'Egitto sotto la guida di Mosè, la promulgazione della legge che afferma il principio dogmatico del monotetismo...) e si accinse a dimostrare questi fatti unicamente per l'indefettibile tradizione del popolo giudaico. Posta questa base, sarebbe stato poi facile riconoscere de iure l'autenticità mosaica del Pentateuco e con essa dimostrare l'esistenza della rivelazione e la sua progressiva attuazione fino alla comparsa di Gesù Cristo, che la compie e la trasmette perfezionata alla sua Chiesa.
L'opera del B., al di fuori di un ristretto circolo di amici fedeli, non ebbe la risonanza che meritava, forse anche per il sopravvenuto tramonto del positivismo: non così presso gli ambienti avversari e laici che tanto lo apprezzavano da metterlo accanto a Gibbons e a Newman. I difetti inevitabili in una copiosa produzione e per una vita tenuta al massimo della tensione, sono abbondantemente compensati dalle intuizioni frequenti e ricche di spunti, dalla vastità della cultura, da uno stile elevato sempre, ma senza ingombro di tecnicismi, e soprattutto dalla risposta

certezza del possesso della verità, che questo fedele operaio della Chiesa sa comunicare al lettore.
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Bibl.:** A. Largent, s. V. in DThC, II, coll. 1133-37. Per un'analisi della teoria della percezione: C. Fabro, *Percezione e Pensiero*, Milano 1941, pp. 50-54.