CIELO, CULTO DEL

CIELO, CULTO del. - Nelle varie religioni il c. può avere una notevole importanza soprattutto per tre motivi: può esser concepito come divinità; può prestare i suoi caratteri a qualche divinità; può apparire, infine, come dimora della divinità. Tra queste tre forme principali, e le loro varianti, i limiti non sono sempre netti. Una divinità può chiamarsi C. e abitare nel c.; altre possono abitare nel c., senza avere particolari attributi celesti; di altre, malgrado gli evidenti nessi con il c., non si ricorda esplicitamente una dimora celeste. L'oscillazione stessa dei limiti tra le varie forme rende verosimile che la distin-

zione tra di esse sia posteriore e secondaria, mentre l'origine del rapporto tra divinità e c. sia da ricercare in un periodo in cui il pensiero umano non è avvezzo alle distinzioni precise ed astratte. Infatti, c. ed Essere Celeste, dio dagli attributi celesti e dio che dimora nel c. sono, in origine, idee inseparabili, e solo in determinati sviluppi della mentalità religiosa (ad es., i politeismi antropomorfi e i monoteismi) si verrà a limitare i rapporti della divinità con il c. ad alcuni attributi o alla dimora.

L'Essere Celeste o il dio C. figura, si può dire, in tutte le sfere delle civiltà primitive. In queste, la sua idea spesso interferisce con un'altra idea religiosa: quella dell'Essere Supremo. Da tempo è stata segnalata, nelle religioni dei popoli incolti, l'esistenza del concetto di un Essere Supremo, la cui posizione tra le altre divinità e spiriti del culto e della mitologia è del tutto particolare e distinta: la scuola storico-

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(da A. Muñoz, Il codice purpureo di Rossano, Roma 1586, tav. II) CIECHI - Guarigione del c. nato (Io. 9, 1 segg.). Codice purpureo di Rossano (sec. vi).
culturale del p. W. Schmidt, anzi, mette in rilievo che proprio l'idea di un tale Essere Supremo appartiene al patrimonio religioso più antico dell'umanità. Ora, in molti casi, in quest'Essere Supremo primitivo si riscontrano i caratteri dell'Essere Celeste: considerato ora identico con il c., ora abitante nel c., ora regolatore dei fenomeni celesti. Tuttavia non sempre tale Essere Supremo ha un netto carattere celeste e, soprattutto, non sempre l'Essere Celeste occupa la posizione di Essere Supremo; esistono anche casi in cui, nella stessa religione, si riscontrano più Esseri Celesti.

Degli innumerevoli Esseri Celesti dei popoli primitivi basterà qui citare pochi esempi, per mostrare l'universalità dell'idea e la varietà delle sue forme. a) Australia: Il Baiame dei Kamilaroi e popoli affini, come il Daramulun degli Yuin, abita nel c., regola i fenomeni meteorologici, ed è onniveggente. Anche il Bungil dei Kulin, creatore abitante nel c., vede tutto. Atnatu, dio esoterico dei Kaitish, è caratterizzato anche dalle sue numerose mogli che sono le stelle. b) Asia: Il Puluga degli Andamanesi è onnisciente, ma solo di giorno; egli punisce con il fulmine, abita in c., e il suo nome forse significa «tuono». Il Kari dei Semang (Malacca) si definisce nel suo nome che significa «c.». c) Melanesia: Ndengei, nelle isole Figi, ha un nome che significa c.; egli, chiudendo gli occhi, produce l'oscurità. d) Polinesia: Rangi, il c., nella Nuova Zelanda, non è un Essere Supremo, solo una delle divinità di un ricco sistema politeistico; sua sposa è Papa, la terra. e) Africa: Il governo dei fenomeni meteorologici, la dimora celeste e l'onniscienza caratterizzano il Kaang dei Boscimani, lo Tsui-Goab degli Ottentotti, il Tilo dei Ba-ronga. Nzambi, presso i Bantu occidentali, Mulunga presso i Bantu orientali portano nel loro nome il significato «c.». Ugualmente la figura di Marvu, presso i negri Eve, nella quale si riscontrano caratteri che derivano dall'impressione visiva del c. f) America settentrionale: Il Sing degli indiani Haida è il c. luminoso. Presso i Bellachula, Qamaitis è il c., ma è una dea. Del carattere celeste dell'Essere Supremo dei

Pawnee, Tirawa, testimonia un ricco simbolismo coloristico del culto. g) America meridionale: Kamuscini, nelle Caraibi, è definito c. dagli indigeni che lo considerano come il primo essere cosmogonico. Il Pillan degli Araucani è un Essere Supremo che si manifesta soprattutto nei fenomeni meteorologici.

Una posizione particolare tra le altre divinità distingue la divinità del c. anche nelle religioni delle varie civiltà più elevate. La divinità che con il suo nome, con la sua mitologia, con le sue caratteristiche iconografiche ecc., rivela un'identità o per lo meno un nesso particolarmente stretto con il c., figura spesso come padre di tutti, onnisciente, onnipotente, re degli dèi, governatore dell'ordine cosmico e morale.

Nelle religioni dei popoli di lingua indoeuropea s'incontra più di una figura divina connessa con il c. Nella religione vedica, Dyaus, il cui nome significa «c.», e Vāruna condividono gli attributi essenziali del c., ma mentre il primo ha un culto più ridotto ed è di un carattere soprattutto cosmogonico, Vāruna è divinità suprema di tipo antropomorfo. In Grecia, al contrario, Urano, il cui nome corrisponde a quello di Vāruna, porta nel nome e nella mitologia una completa identità con il c., ma ha un culto estremamente ridotto, mentre Zeus, corrispondente a Dyaus, è la divinità suprema, pur non priva di attributi evidentemente celesti: abitante nel c., egli manda la pioggia, il fulmine, il tuono. La stessa figura domina il mondo religioso romano, sotto il nome di Iuppiter, nome la cui seconda parte implica la paternità attribuita sia al Dyaus indico che allo Zeus greco. Il Tiu dei Germani, etimologicamente corrispondente, ha un'importanza meno saliente e un carattere alterato.

Nella Babilonia, Anu (= c.), pur non avendo un culto molto popolare, era considerato il re e il padre per eccellenza. Nell'Egitto il c. è invece una dea: Nūt, mentre la terra, che in altre religioni, primitive e colte, figura per lo più come sposa divina del c., appare qui nelle funzioni dello sposo. Pur essendo una dea, Nūt mantiene le caratteristiche che spettano alla divinità del c.: essa è signora e madre di tutti, madre anche del sole, ed è essa che manda la pioggia.

Una perfetta identità tra c. e divinità suprema si riscontra nella più antica religione della Cina. Ti'en (= c.) chiamato anche Shang-ti (Imperatore Supremo) è la divinità centrale, garante dell'ordine dell'universo. L'imperatore, considerato suo figlio, gli presenta un sacrificio annuale per il benessere del paese, presso un altare rotondo orientato secondo i punti cardinali, nel giorno del solstizio invernale.

Nelle religioni monoteistiche il c. rimane la dimora della divinità: così, nello zoroastrismo Ahura Mazda, nell'Islām Allāh, sono concepiti come abitanti del c.

BIBL.: P. Foucart, Sky, in Enc. of Rel. and Eth., XI, p. 580 sgg.; R. Pettazzoni, Dio, Bologna 1922; J. G. Frazer, The Worship of Nature, I, Londra 1926; R. Pettazzoni, Saggi di mitologia e di storia delle religioni, Roma 1946, pp. 3-11. Angelo Brelich
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“CIELO, CULTO DEL.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 933. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cielo-culto-del.