COMUNE (LA) di PARIGI. - Moto rivoluzionario (18 marzo-27 maggio 1871) diretto dal «Comitato centrale della Guardia nazionale». Esso si riconnette agli avvenimenti della guerra franco-prussiana che provocò la caduta di Napoleone III (4 sett. 1870) e terminò con l'umiliante armistizio del 28 gen. 1871. Le sue radici ideologiche si profondano però nei moventi rivoluzionari del 1848 e nelle tradizioni antireligiose e patriottiche giacobine del 1789-93. A creare la psicosi rivoluzionaria molto contribuiscono: 1) le violenti pubblicazioni periodiche, come Le Vengeur del Pyat, La patrie en danger del Blanqui, il Père Duchesne del Vermersch, ed altre del genere; 2) il «Comitato centrale di vigilanza» che esplicava la sua propaganda capillare per mezzo dei «Comitati di vigilanza», composti per lo più di affiliati all'Internationale e sorti accanto alle venti mairies parigine.
Entro Parigi assediata dai Tedeschi si era venuto delineando in tutti gli strati della popolazione un vigoroso spirito di resistenza: in questa resistenza, peraltro, esigenze e postulati di carattere sociale venivano ad intrecciarsi, con intensità sempre maggiore, a propositi patriottici ed a progetti militari di difesa. L'urto definitivo tra Parigi e Versailles, dove risiedeva il governo francese, fece prevalere fra gli operai e le guardie nazionali della capitale pericolosi propositi estremisti che si risolsero poi in una lotta fratricida e in un cumulo di rovine morali e materiali.
I rivoluzionari, in un proclama famoso del 18 marzo 1871, affermano: «I proletari di Parigi, fra le disfatte ed il tradimento delle classi dirigenti, hanno capito che è suonata l'ora in cui essi debbono salvare la situazione, prendendo nelle proprie mani la direzione della cosa pubblica». Ma le forze che si agitavano erano diverse e confuse; nella C. figuravano uomini diversissimi per carattere, temperamento e ideologie: dai rappresentanti di una borghesia vagamente liberale, repubblicana e neoricamente laica, si andava ai torbidi e confusi avvocati radicali, agli ideologi più stravaganti, all'estremista e battagliero gruppo blaugusta, all'attivo nucleo dei rappresentanti dell'Internazionale. Da una parte c'erano i federalisti, poggianti su vecchi e nuovi stati d'animo libertari, su un individualismo romantico, timorosi istintivamente delle parole «disciplina» e «autorità»; dall'altra c'erano i blaugusti e nuclei ad essi affini, che sognavano l'accentramento militare e politico e tendevano a trasformare il libero municipio di Parigi in centro di una grande rivoluzione sociale. Blaugusti, come intorno, era assente da Parigi, ma la sua figura e le sue ideologie esercitavano grande fascino.
La tradizione anticlericale, assai ancorata nel campo rivoluzionario, ebbe per conseguenza lo scatenamento di una violenta campagna contro il clero, accusato come nemico del popolo. «Les prêtres sont les bourreaux du peuple. Il faut les fusiller» (Fabre, p. 51).
Se i comunardi commisero errori ed eccessi, specie negli eccidi degli ostaggi, occorre pur dire che la repressione da parte delle forze dell'ordine fu sommaria e spietata, disgiunta com'era dalla comprensione dei problemi di una migliore giustizia sociale, ormai maturati nella coscienza di vasti strati della nazione. Gli estremisti battuti svilupparono il mito della C.: il «muro dei federati» (presso il quale erano avvenute numerose esecuzioni) divenne con il tempo meta di pellegrinaggi da parte delle organizzazioni operaie e rivoluzionarie.
Il marxismo in genere ed in particolare il marxismo rivoluzionario si «assimilò» successivamente la C. di P. In realtà in quel movimento confluivano ricordi della grande Rivoluzione, echi sansimoniani e furieristi, tenendo blauguste e prodhoniante. Vi sono segni ben chiaro che, se avesse avuto la possibilità di mantenersi più a lungo in vita, la C. avrebbe finito per colmare attraverso le intime contraddizioni. La vittoria di Versailles contro Parigi fu in fondo la vittoria della «provincia» francese e del suo spirito guardingo e ostile all'estremismo dottrinario.
Carlo Marx aveva in certo qual modo ammonito gli operai francesi contro i salti nel buio fin dal sett. del 1870. Un'insurrezione di tal genere gli appariva come una follia e tutto il suo orientamento ideologico ripugnava all'«illusione nazionalista e piccoloborghese» di riuscire a risolvere lo spirito del 1792. Secondo Marx mancava ancora in Francia un proletariato moderno capace di dirigere una rivoluzione classista, antiborghese. Lo stesso proletariato parigino era infatti prevalentemente costituito da artigiani e in gran parte dominato dallo spirito «radicale» di avvocati borghesi. Tuttavia, pur avendo definito l'in-surrezione «una follia», Marx, nell'apr. del 1871, rivolse ad essa una notevole attenzione, ravvisando un gran passo in avanti sulla via della rivoluzione. Lenin riassunse, in grandi linee, a proposito della C., il giudizio di Marx, e dichiarò che «il ricordo dei combattenti della C. non è venerato solo dagli operai francesi, ma dal proletariato di tutti i paesi».
Breve cronistoria. — (18 marzo 1871) Il mito rivoluzionario, che doveva scoppiare contemporaneamente in altre parti della Francia, incomincia a Parigi con la sommaria esecuzione a Montmartre dei generali Thomas e Lecomte da parte di guardie nazionali e di popolo. (19) Il «Comitato centrale» si sostituisce al governo di Thiers ritirato a Versailles; la Guardia nazionale (i cosiddetti fédérés) occupa l'Hôtel de Ville, la prefettura e il palazzo di Giustizia. (20) Il «Comitato centrale» non mina il giovane R. Rigault, rivoluzionario ateo, prefetto di polizia. (26) Elezioni a suffragio universale; 50% degli elettori; trionfo della lista del «Comitato centrale». Il nuovo consiglio di Parigi così eletto decide il 29 marzo di chiamarsi la Commune de Paris. L'assemblea della C. si trasformava in «Comitato segreto» quando le deliberazioni dovevano rimanere segrete. (Fine marzo - 19 maggio) La libertà di stampa è progressivamente coartata; vengono soppressi ca. 28 giornali e riviste. (2 apr.) Inizio delle ostilità tra federati e truppe regolari. A Neuilly i federati hanno la peggio. La C. pensa allora a prelevare degli ostaggi per eventuali rappresaglie contro Versailles. (2 e 3) Decreto di separazione della Chiesa e dello Stato; nazionalizzazione dei beni di manomorta. (4) Arresto dell'arcivescovo di Parigi mons. G. Darbo, decretato dalla Commissione esecutiva e dal Comitato centrale. Fino al 15 apr. si intensifica la campagna anticlericale: calunniose accuse divulgate dalla stampa, incarcerazione di sacerdoti, chiusura e profanazione di chiese, soppressione e dispersione di case religiose. La campagna assume un carattere sussultorio. (5) Pubblicazione del decreto sugli ostaggi; per ogni comunardo ucciso dai Versagliesi tre ostaggi. Il decreto non ebbe pratica attuazione che sul finire della C. (Durante l'apr.) tentativi per addivenire ad una pacifica soluzione del conflitto tra C. e Versailles, ma le due parti si irrigidiscono. I comunardi pretendono di essere considerati come belligeranti e fanno proporre a Thiers la liberazione di Blangui contro quella di mons. Darbo, ma invano. (1 maggio) Costituzione del «Comitato di salute pubblica». (4) Si riprende l'antico calendario repubblicano. (8) Violento attacco anticlericale specie contro i religiosi Picpus e contro i sacerdoti delle chiese di S. Lorenzo e di Notre-Dame-des-Victoires. (10) I membri del «Comitato di salute pubblica» vengono sostituiti; il comitato si arroga i pieni poteri. (21) Le truppe regolari del generale MacMahon incominciano a penetrare in Parigi. (22) Rigault viene incaricato di dar esecuzione al decreto sugli ostaggi. (23) Il comunardo Bergeret fa saltare le Tuileries e i petrolieri si mettono al lavoro ed incendiano i principali edifici parigini. (24) In serata gli ostaggi: mons. Darbo, il presidente di cassazione Bonjean, il p. Allard, il sac. Daguerry, parroco della Maddalena, i pp. gesuiti Clerc e Ducoudray sono fuocalati alla «Grande-Roquette». (25) Massacro dei 12 domenicani del collegio Alberto il Grande di Arcueil nella prigione disciplinare del IX settore, avvenuto in Italia, n. 38. (26) Massacro di 50 ostaggi della Grande-Roquette (36 gendarmi, 3 gesuiti [p. Olivetti], 4 Picpus, 2 sacerdoti secolari, un seminarista e 4 compagni di cospirazione, traditori), avvenuto a rue Haxo, per volere del colonnello Gois, presidente della corte marziale della C., blanguista. Atto di indescrivibile brutalità sanguinaria. (27) Le truppe regolari occupano Parigi. I tribunali militari, per una settimana, poi i Consigli di guerra (fino al 21 marzo 1872), condannano a morte e a pene varie un ingente numero di comunardi. I dirigenti del moto insurrezionale vengono in maggior parte condannati in contumacia.
dal francese, Torino 1872; Sac. Vidieu, Histoire de la Commune de Paris en 1871, Parigi 1876 (interessante cap. sugli uomini della C., pp. 134-53); G. Da Costa, La Commune vécue, 3 voll., Parigi 1903-1904; M. Vuillaume, Mes cahiers rouges, 5 fasc. dei Cahiers de la quinzaine, ivi 1908 e sgg.; M.-A. Fabre, Les dames de la Commune, ivi 1937; 16a ed., ivi 1944; G. Bourgin, La Commune, ivi 1939; A. Danette, Les origines de la Commune de 1871, ivi 1944; G. Perticone, Storia del socialismo, Roma 1946; M. Dommaret, La Commune et les communards, ivi 1947; B. Revel, La C., [Verona] 1948; E. Dollcans, Storia del movimento operaio, vers. II. di R. Pignatori, 2 voll., Roma 1948, specialmente il vol. I. Wolf Giusti-A. Pietro Frutaz
