CONCORDIA, DIOCESI di. - Nella Venezia; i suoi confini vanno dal Tagliamento al Livenza; dall'Adriatico ai monti verso il bellunese. Le sue origini risalgono alla fine del sec. IV. La città di Iulia Concordia Sagittaria era colonia romana legata al sistema di difesa del confine nord-orientale dell'Italia, che andò decadendo dal tempo delle invasioni barbariche sino a ridursi oggi modesto centro rurale. La diocesi, dotata largamente dai sovrani carolingi, fu da Ugo di Provenza re d'Italia assoggettata feudalmente al patriarcato di Aquileia l'11 febbr. 928; sicché il vescovo fu il primo dei vassalli feudali del patriarcato e come tale sino dal sec. XIII partecipò al Parlamento della Patria del Friuli nella classe dei prelati ecclesiastici, anche dopo l'occupazione del Friuli da parte di Venezia nel sec. XV.
Con la bolla di Sisto V del 29 marzo 1586 la sede episcopale fu trasferita nel civico castello di Portogruaro, dove già in precedenza il vescovo risiedeva almeno salutaramente. Nel riordinamento ecclesiastico delle diocesi venete nel 1818, C. entrò a far parte della provincia ecclesiastica di Venezia, mentre prima apparteneva a quella di Aquileia e poi a quella di Udine.
Stava entro il territorio della diocesi l'importante abbazia di S. Maria di Sesto in Sylvis fondata verso la fine del sec. VIII, però ben presto era passata sotto il dominio spirituale e feudale del patriarca di Aquileia. Con patrimonio della chiesa concordese era stata fondata l'abbazia di S. Maria di Summaga durante il sec. XI, soppressa anch'essa alla fine del sec. XVIII.
La popolazione della diocesi raggiunge i 316.830 ab. dei quali 316.820 cattolici, raggruppata in 173 parrocchie e i vigenti foranei con 288 sacerdoti diocesani e 16 regolari (1948).
ARCHEOLOGIA. - Nel 1873 a ca. 500 m. dalla cerchia della vecchia C., sulla riva sinistra del Lemene, si rinvenne un cimitero cristiano all'aperto cielo costituito da una serie di oltre 140 arche in
pietra calcare, con monogrammi costantiniani è nei timpani delle arche, ovvero con croci monogrammatiche. Le arche erano disposte a gruppi di 10 o 12 e orientate verso oriente.
Le iscrizioni incise all'esterno sono oltre quaranta, quasi tutte in latino, pochissime in greco. Molte arche appartengono a militari, tre di questi sono oriundi di Apamea.
Tra le iscrizioni più notevoli si ricordano: una in cui si dice: ipsam arcam eclesiae commendavi, mentre generalmente si comminano multe contro i violatori di sepolcri da pagarsi al fisco e una volta al comune di C. (CIL, V, 8697). Una seconda iscrizione importante è quella in cui si legge la seguente preghiera dei due coniugi deposti nel sarcofago: Petimus omnem clerum et cunctam fraternitatem ut nullus de genere nostro vel aliquis in hac sepultura ponatur. Scriptum est: quod tibi fieri non vis ali ne feceris (CIL, V, 8738). In una terza epigrafe i proprietari dicono: arcam commendamus sanctae ecclesiae civitatis Concordensium. Si quis aperire voluerit dabit fisco auri pondo duo sine mora (CIL, V, 8740).
Avanzò di tronchi d'albero mostrano che il cimitero era ombreggiato. Tutta l'area venne insabbiata, dopo essere stata devastata e le arche spezzate; l'insabbiamento avvenne probabilmente alla fine del sec. VI, quando fuit diluvium aquarum in finibus Venetiarum qualis post Noe tempore creditur non fuisse (Paolo Diacono, De rebus gestis Langobardorum, XVIII).
Nel 1902-1903 a ca. 11 km. a sud-ovest di C., in località Teson, nel sito detto «el baro de la Ciesuola» (il cespuglio della chiesetta) e dove, secondo la tradizione, stava una chiesa, si rinvennero le fondazioni di un grande edificio in laterizio (lungo m. 55,40) con altre costruzioni minori annesse e verso sud una conduttura d'acqua. G. C. Bertolini ritiene doversi escludere che si tratti della chiesa voluta dalla tradizione, basandosi solo dal tipo romano concordese delle costruzioni in laterizio.
Sembra che C. fosse ribaltata nel IX sec. per il battistero che sembra di quell'epoca; in esso una lastra di marmo ricorda Regimpo vestoso di C. nel X sec.