DISCO (Δίσχος, Δισχάριον). - Nei riti orien-tali si dà questo nome a un piattino di metallo (oro, argento, o ottone dorato), più profondo della patena occidentale, ma che serve al medesimo scopo. Gli Slavi usano sottoporvi un sostegno o piede per por-tarlo con più agevolezza. È il completamento del calice e talvolta forma una sola parola con esso: διασχάριον. Nel d. vengono disposti, sull'al-tare della protesi, l'Agnello (oblata del sacrificio) e le particelle in onore dei santi, dei defunti e dei vivi. Una volta questa preparazione era affidata ai dia-coni, oggi è riservata ai sacerdoti.
Il d., dicono alcuni commentatori, è la lettiga sulla quale Nicodemo e Giuseppe che raffigurano i diaconi, de-posero il corpo del Signore. Il d. ha il suo velo specia-le (διασχάριον), e viene portato sopra il capo dal diacono quando nella liturgia sono trasferite le o-blate dalla protesi all'altare maggiore. Dopo la Comunione dei fedeli il diacono lo riporta vuoto alla protesi. Nella chiro-tonia del sacerdote, secondo certe usanze slave, il vescovo con-segna al neopresbi-tero un d. nel quale ha depositato una particola del pane consacrato. Il d., co-me il calice, per es-sere adoperati non hanno bisogno di una speciale consa-crazione. Tuttavia, nella consacrazione di una chiesa, questi oggetti sono uniti in-sieme con l'altare, e alcuni manoscritti contengono un rito speciale per la loro consacrazione. Si adopera anche un d., generalmente più largo e più profondo, per deporvi la reliquia della S. Croce nella terza domenica della Quaresima, dedicata all'ado-razione della Croce.