FALASCIA (falà) - emigrato, dal ge'ez falata (migrare). - Esigui gruppi di religione giudaica dell'Etiopia settentrionale, nella zona fra Quara ad occidente del lago Tana e il Semien. Parlano una lingua agau (linguaggio camitico).
J. Halevy li considerava discendenti di ebrei deportati dagli Abissini dopo la conquista dello Jemen (sec. vi d. C.). I. Guidi li credeva oriundi dalle colonie militari ebraiche poste ai confini cenzioni sotto Psammetico II (sec. vi n. C.). C. Conti Rossini li riallacciò ai nuclei di commercianti ebrei formativi sulla costa eritrea, i quali, frammati con indigeni, avrebbero formato le popolazioni falascie.
Alle spedizioni dei negus abissini nel 1332 e verso il 1390 i F. opponevano strenna resistenza, passando al contrattacco contro chiese e monasteri cristiani. Dopo la spedizione del negus Ishan (1414-29), si ebbero dei massacri di F. sotto i negus Bo'eda Mārjām (1468-78) e Malak Sagad (1579, 1580 e 1585-86). L'insurrezione del falascie Gedeone fu domata e il condottiero ucciso (1623). Da allora in poi i F., assoggettati ed isolati, decrescono di numero. Le varie confessioni cercavano di convertirli. Per opera di Jacques Faitlovich e S. H. Margulies sono un comitato ebraico allo scopo di aiutare i F. e di ricondurli alla religione ebraica d'oggi, benché taluni studiosi, come Scheffelowitz, abbiano dubbi sulla loro origine israelita. Il negus Hājiš Šellā è offri al Faitlovich un terreno per la costruzione d'una scuola per i F. Due giovani falascie furono inviati a Firenze ed a Parigi allo scopo di prepararsi per l'insegnamento.
La letteratura dei F. è di carattere religioso. Nei loro scritti si valsero della lingua etiopica (ge'ez) frammata all'agau. Seguono il Vecchio Testamento servendosi unicamente della traduzione ge'ez a loro pervenuta dalla Chiesa abissina e conservano alcuni apocrifi, pur essi in traduzione cristiana. I F. ignorano la tradizione talmudica. Passano il sabato, notte e giorno, ad eccezione delle ore dei pasti, nella sinagoga; conservano vestigia del culto sacrificale. Osservano il digiuno precedente, ma non la festa di Purim; ignorano anche le Encenie. Celebrano la Pentecoste 37 giorni dopo la Pasqua; ma il loro calendario è empirico, per cui le date delle feste oscillano. Per i cibi e l'intera vita hanno severe leggi di purità. Dediti per lo più a mestieri umili, sono perciò circondati da disistima.