FRANCE, ANATOLE (ANATOLE-FRANÇOIS-THIBAUT). - Scrittore, n. 2 Parigi il 16 apr. 1844, m. a La Béchellière (Tours) il 12 ott. 1924. Membro dell'Accademia dal 1896, fu dichiarato premio Nobel per la letteratura nel 1921.
Cominciò la sua carriera letteraria con alcune raccolte di poesie: Les Pohnes dorés (Parigi 1873), Les Noces corinthiennes (ivi 1876), eleganti di stile, ma già respiranti l'odio per Gesù Cristo e il cristianesimo («spettro che viene a turbare le feste della vita »), e la sensualità brutale di un pagano della decadenza. Lasciata la poesia, si volse alla prosa, pubblicando una ventina di romanzi; p. es., Le crime de Sylvestre Bonnard (ivi 1881), Thelle (ivi 1830), che si può riassumere in queste dichiarazioni: «La materia prima della santità sono la concupiscenza, l'incontinenza, ogni impurità della carne e dello spirito»; Le Lys rouge (ivi 1894), viaggio di due amanti a Firenze, abbietta mescolanza di pietà e dissolutenza; Le jardin d'Epicure (ivi 1895), che svolge come idea generale il tema: non c'è nulla al mondo degno di amore e neppure di pensiero; Les dieux ont soif (ivi 1912), macabre scene di terroristi nella rivoluzione del 1793; Sur la pierre blanche (ivi 1905), dove un s. Paolo, fabbricato allo scopo, sogna il socialismo e l'internazionalismo, e la religione cattolica è chiamata la più grande empietà; L'île des piugonins (ivi 1908), sarcasmo continuo contro ogni cosa sacra; La révolte des anges (ivi 1914), dove viene ribadita la teoria delle relatività di ogni nozione etica e religiosa. L'affare Dreyfus spinse il F. a sinistra, facendolo partecipare a tutte le lotte politiche e religiose, trasformandolo in ardente anarchico e apostolo di giacobinismo (cf. i 4 voll. dell'Histoire contemporaine: L'arme du mail, 1897; La mannequin d'osier, 1897; L'anneau d'amithyste, 1896; M. Bergeret à Paris, 1901 e Opinions sociales, 2 voll., 1902).
Al F. va certamente riconosciuta un'arte di scrivere plastica, squisita, piena di finezze, di grazia, di sapiente ironia, di ingegnosa disinvoltura; sobria e vivificata da un'inticità mirabile; il che potrebbe impedire un equo giudizio sul contenuto della sua opera. La tersità, infatti, del greco, appassionato delle belle forme dell'arte, va purtroppo congiunta alla maliziosa visione del pagano, avido di piaceri, nemico di ogni costrizione, negatore ostinato di ogni certezza che impacci; il quale colloca il suo ideale di vita e di felicità nella voluttà del momento presente, ridendo e schermendo ogni pensiero del domani, quando e carni e carezze e libidini scompariranno. «Si trova in lui un non so qual triato sadismo, che gli ha fatto cercare tutto ciò che lo spirito umano ha di elevato, per deprimerlo; tutto ciò che può consolare il cuore, per disonrarlo; tutto ciò che innalza lo sguardo sopra le brume, per mostrarne l'implacabile e risibile inanità» (cf. P. Lhande, A. F., Réflexions sur une tombe, in Études, 181 [1924, iv], p. 271). Ateismo e scetticismo, dispensato a piene mani, che impedirono a questo figlio di Voltaire e di Renan, anche all'estremo della vita, di riconciliarsi con Dio.
Tutte le sue opere furono condannate all'Indice con decr. 31 maggio 1922.
BIBLI. Edizioni: Oeuvres complètes illustrées de A. F., 26 voll., Parigi 1925-37. - Studi: Per le pubblicazioni anteriori, cf. H. Talvart e J. Place, Bibliographie des auteurs modernes de la langue française, VI, ivi 1937, pp. 174-209. Si veda inoltre: V. Poucel, Les métamorphoses d'A. F., in Études, 183 [1925, ii], pp. 292 sq., 395 sqg., 466 sqg.; J. Seffel, A. F., ivi 1945; L. Carlas, Les carnets intimes d'A. F., ivi 1946; N. Addamiano, A. F. L'uomo e l'opera, Padova 1948. Celestino Testore