FRANCESCO DE MEYRONNES

FRANCESCO de MEYRONNES. - Francescano del sec. XIII-XIV. Secondo il Roth, F. n. non dopo il 1288 e m., come sembra, non prima del 1328 a Piacenza. Studiò a Parigi, dove forse udì G. Duns Scoto, di cui seguì le dottrine. Difese, in particolare, la tesi dell'Immacolata Concezione. I posteri lo dissero Doctor acutus, illuminatus e anche Magister abstractionum.

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(fot. Eur. Catt.) FRANCESCO IV d'AUSTRIA-ESTE, duca di MODENA e REGGIO. Ritratto, disegnato dal Boucheron, inciso da A. Dalco. Roma, Museo del Risorgimento.
Opere principali, oltre commenti alla logica e fisica
di Aristotele: Sermones de tempore (Venezia 1490); Serm.
de laudibus Sanctorum et dominicales (ivi 1493); Scripta
in quattuor libros Sentent. et Quodlibeta (ivi 1504-1507), ecc.

BIBL.: C. V. Langlois, François de M., frère mineur, in Hist. Littér. de la France, XXXVI, Parigi 1927, pp. 305-42; B. Roth. Franz von M., O. F. M. Sein Leben, seine Werbe, seine Lehre vom Formalunterschied in Gott. Werl in West. 1936.

Felicissimo Tinivella

FRANCESCO I e II Sforza, duchi di MILANO:
V. FORZA, FAMIGLIA.

FRANCESCO IV d'Austria-Este, duca di MO-
DENA e REGGIO. - N. il 6 ott. 1799 a Milano,
m. il 18 genn. 1846 a Modena, primogenito di Fer-
dinando, arciduca d'Austria, e di Maria Beatrice,
erede dei ducati di Modena, Reggio, Massa e Carrara.
Durante la Rivoluzione e l'Impero fu in esilio e
sposò nel 1812, a Cagliari, Maria Beatrice di Savoia.
Caduto Napoleone, divenne nel 1814 duca di Mo-
dena e di Reggio. Intelligente e colto, governò
con avveduta energia dimostrando singolari doti am-
ministrative, sebbene fin dai primi anni fosse evidente
la tendenza di accentrare nella sua persona ogni potere
e di impedire in ogni modo nel suo Stato la diffusione
d'ogni concetto innovatore.

Di ciò non fece più mistero dopo i moti del 1820-21 a
Napoli ed in Piemonte. Aderì senza esitare ai deliberati
del Congresso di Lubiana e considerò scopo precipuo
della sua attività politica la lotta contro le sette, costi-
tuendo un tribunale statario a Rubiera, per giudicare
i carbonari. Concepì la sua azione politica come una
missione e una erociata. Vedeva eccessiva debolezza
verso i rivoluzionari dovunque, predicava severità senza
remissione a tutti gli altri sovrani d'Italia, e chi non gli
dava retta era da lui considerato traditore della causa
assolutista. Dubitò perfino del card. Spina, plenipoten-
ziario pontificio al Congresso di Lubiana, e lo accusò
in una lettera a Pio VII di aver espresso massime liberali
in quel convegno, per non aver accolto il cardinale la sua
tesi di essere passibile di condanna anche chi fosse sem-
plicemente sospettato di settarietà, senza che tale so-

spetto fosse giustificato dalle necessarie prove. Nel 1822
fece condannare a morte il sacerdote G. Andreoli, come
più colpevole degli altri accusati, «per la sua qualità
di sacerdote e di professore, delle quali usò per sedurre
la gioventù ed attirarla nella società dei carbonari a cui
egli apparteneva».

Fermamente convinto di poter annullare l'efficacia
delle idee rivoluzionarie con riforme di carattere paterna-
listico, si preoccupò di eliminare con providenze econo-
miche (sasse distribuite con equità, vendita di granaglie a
giusto prezzo in tempo di carestia, maggiore impulso
alle attività agricole, industriali e commerciali) le cause
che potevano provocare il malcontento dei sudditi e ren-
derli proclivi ad innovazioni. Si volle che non rimanesse
insensibile alla prospettiva di veder estesa la propria so-
vranità su un territorio più vasto di quello ereditato
ed abbia accordato il suo appoggio ad Enrico Milsley ed
a Ciro Menotti, che gli avrebbero prospettato una tale
eventualità; ma in ogni caso è certo che non fu piens-
mente informato dai congiurati sulle loro reali intenzioni
politiche ed ideologiche. La condanna a morte del Menotti
venne quindi erroneamente giudicata e valutata alla stregua
di un vendicativo risentimento, dettato anche dalla equi-
voca posizione in cui il duca si sarebbe venuto a trovare
dinanzi all'Austria ed agli altri Stati italiani. Considerò
l'alleanza tra trono e altare una delle condizioni fondamen-
tali per la conservazione dell'ordine costituito e favorì sem-
pre la Chiesa, ma affermò in qualche occasione la premi-
nenza del potere civile su quello ecclesiastico. Gli si deve,
fra l'altro, un interessante e sintomatico studio sulla Serde-
gna, da lui attentamente percorsa ed acutamente descritta.

BIBL.: L. Basellini, F. IV e V di Modena, Torino 1861; M. Rosi, s. V. in Div. del Risorg. Nuz., III, pp. 129-32, con bibl. Silvio Purtani
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“FRANCESCO DE MEYRONNES.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 949. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/francesco-de-meyronnes.