GIOVANNI da BACONTHORP (BACONE). - Teologo carmelitano, n. nella contea di Norfolk ca. nel 1280, m. ca. nel 1348. Studiò in Oxford alla scuola di Roberto Walsingham e a Parigi a quella di Guido Terrena. In questa Università, nell'anno accademico 1322-23, conseguì il magistero e nel biennio seguente vi rimase come reggente della scuola carmelitana. Insegnò a Cambridge e a Oxford. Per qualche tempo fu provinciale d'Inghilterra.
La sua produzione è assai ampia: In IV Sententiarum (Parigi 1484, Milano 1510, Venezia 1525, Cremona 1618, Madrid 1754); Quodlibeta, I-III (Venezia 1527, Cremona 1618, Madrid 1754). Commentò la S. Scrittura (M. e diverse epistole di s. Paolo), Aristotele (De Anima, Metaphysica, Ethica) e varie opere di s. Agostino e s. Anselmo. Scrisse pure diversi opuscoli di spiritualità carmelitana più volte editi.
Fu ritenuto capo della scuola carmelitana ed ebbe molti commentatori, specialmente nei secc. XVII-XVIII. A torto gli fu dato l'appellativo di «principe degli avverroisti», non avendo ciò altro fondamento che una citazione di Agostino Nifo. Egli non ebbe alcun legame con l'avverosimo latino, rimase anzi decisamente nell'ambito della scolastica ortodossa e realista, in opposizione alle innovazioni dei terministi. Pensatore originale prospettò soluzioni personali a molti problemi filosofici e teologici: non è esagerato parlare di un sistema scolastico baccaniano. Chiudendo il periodo della scolastica medievale, appare il critico che vaglia le soluzioni date da S. Tommaso in poi e raccoglie in una sintesi complessa ciò che ritiene meglio pensato.
Caratteristica la soluzione del problema degli universali: il loro fondamento non è una composizione dell'individuo né reale, né di ragione, né formale, ma la capacità dell'individuo stesso di essere afferrato attraverso una pluralità di concetti; di qui la distinzione intenzionale (termine usato da Enrico di Gand).
Nella questione del principio formale del supposto, per spiegare come una natura individuata possa non essere persona, si rifà all'attuazione delle sostanze create e distingue un duplice momento: prima si costituisce come natura (cioè come sostanza individuale determinata) poi come supposto e persona (cioè come chiuso in sé). Nell'Incarnazione il Verbo prende la natura umana nel suo primo stadio di attuazione e ne supplisce eminentemente il secondo.
Molto interessante, come poco conosciuta, è la sua
dottrina sull'Immacolata Concezione. Sin dal primo istante del suo concepimento Maria è collocata in una duplice riferenza: la generazione la ricollega ad Adamo da cui dovrebbe trarre la colpa originale, ma la sua pre-destinazione a Madre di Dio la ricollega a Cristo da cui riceve la Grazia. Poiché la predestinazione a Madre di Dio domina tutto il suo essere, fra le due relazioni a Cristo e ad Adamo non vi è nessun lato di tempo e quindi il peccato originale non poté macchiarla perché la Grazia prevale in lei sin dal primo istante, mentre in noi ciò si verifica solo con il Battesimo.