GIROLAMITI

GIROLAMITI. - Con questo nome si chiama- rono alcune Congregazioni di eremiti, sorte in Spagna e in Italia nei secc. XIV e XV. Esse seguivano la cosid-

I. VITA

Figlio di Eusebio, n. a Stridone, piazzaforte distrutta dai Goti, ai confini della Dalmazia e della Pannonia. Il santo Dottore stesso ha trasmesso questi particolari tra le sue notizie autobiografiche nel cap. 135 del De viris, scritto nel 392. Quelle righe riguardano la famiglia, la data di nascita e il luogo di origine di s. G. e molti problemi spesso discussi, la maggior parte dei quali, in mancanza dei documenti necessari, non possono ottenere una soluzione del tutto soddisfacente. I suoi genitori erano cattolici ed egli ricevette una educazione cattolica. Si ignora il nome di sua madre, conoscendosi solamente quello di una zia materna, Castorina, con la quale ebbe più tardi delle difficoltà. Egli aveva un dolce ricordo della tenerezza del lannone; ma nessun ricordo ha lasciato di sua madre. La famiglia godeva di una certa agiatezza, e, nonostante le distruzioni dei Goti, la proprietà familiare era ancora in condizioni sufficientemente buone perché, nel 398, G. potesse sperare di trarne dalla vendita qualche profitto. Aveva una sorella che, per qualche tempo, gli fu causa di preoccupazioni e che egli raccomandò al clero di Aquileia; e un fratello più giovane, Paoliniano, che doveva poi raggiungerlo a Bethlehem e praticarvi con lui la vita monastica. La data di nascita di s. G. è fissata dalla Cronaca di Prospero; ma essa non concorda con i numerosi particolari che s. G. stesso dà sui suoi primi anni. Sembra piuttosto che si debba fissare la sua nascita al 347 a. d., data con la quale concordano tutte le sue notizie sulla prima educazione e sulla vita a Roma. Quanto all’esatta posizione di Stridone è impossibile fissarla: nessun documento, all’infuori della notizia che ne dà s. G., fa menzione di questa località. Così sono state formulate a questo proposito le congetture più disparate e più inverosimili. Una di queste, che aveva conquistato dotti, come G. Morin e F. Bulic, e che poneva Stridone a Grahovopolje in Bosnia, non lungi da Glamos, presso la frontiera della Dalmazia attuale, a causa di un’iscrizione in cui erano menzionati gli stridonesi, ha dovuto essere abbandonata perché poggiava su un grave falso, riconosciuto dall’autore stesso. Seguendo D. Vallarsi, A. Vaccari e F. Cavallera hanno creduto dover piuttosto cercare l’antica Stridone nei dintorni di Aquileia e di Haemona, verso i quali orientano i dati della corrispondenza di s. G. con i suoi parenti ed i suoi amici. Il Morin aveva accettato questa ipotesi ma, nell’apr. giugno 1941, aveva ancora una volta mutato parere e, in un articolo di Nova et Vetera, aveva sostenuto vivamente l’infondatezza di questa soluzione, proponendo di cercare Stridone molto più ad est, sulla linea ove gli itinerari segnano due ad fines e più probabilmente ove si trova attualmente Qrin. Il Vaccari sembra aver abbandonato la sua opinione di un tempo; ma il Cavallera, senza discutere la nuova ipotesi, ha tentato di dimostrare, in un recente articolo, che gli argomenti invocati per i dintorni di Aquileia conservavano tutta la loro forza (La patrie de st Jérôme, in Bulletin de littérature ecclésiastique, 47 [1946], pp. 60-64).

Checké ne sia, G. ricevette dapprima, nella dimora paterna, una educazione molto accurata, riguardo alla quale egli rievoca la severità del suo maestro, novello Orbilio, e i giuochi, nella grande casa familiare.

Giunto il tempo di perfezionare la sua educazione e di favorire i suoi gusti per la cultura liberale, G. fu invitato a Roma per formarsi presso i grammatici e i retori più in vista: e fu scolaro assiduo di Donato. Studente serio, s’interessò profondamente alla letteratura e a tutti i rami del sapere coltivati a quell’epoca, compreso il diritto e la filosofia. Se non approfondì lo studio del greco, si preoccupò tuttavia fin da allora di formarsi una biblioteca scelta. Con lui studiavano alcuni giovani venuti dalle stesse sue contrade, come Bonoso e Rufino, o di origine romana come Pammachio, il futuro senatore e genero di Paola.

Secondo alcune testimonianze, G. avrebbe condotto in quel tempo con i giovani romani una vita assai dissipata e frivola. Ma ancor di più egli subì il fascino che il cristianesimo esercitava sulla città, che aveva visto il martirio di s. Pietro e di s. Paolo. La domenica frequentava la scuola di Aquileia, dove si svolgeva la sua attività di insegnante.

tava le catacombe, insieme con alcuni amici che condividerano le sue idee cristiane, e presto si decise a ricevere il Battesimo che, secondo il costume di quel tempo, aveva sin il differito.

Terminato il ciclo normale dei suoi studi, lasciò Roma con un suo amico d'infanzia, Bonoso, per andare a Treviri: la sua corrispondenza con Rufino lo mostra occupato a trascrivere manoscritti di autori cristiani per se stesso e per i suoi amici. Nello stesso tempo sentì il primo impulso per la vocazione monastica.

Si ignorano le ragioni di questo viaggio a Treviri e la durata del suo soggiorno. Fin dal 373 era di ritorno in Italia e lo si ritrova ad Aquileia, in un circolo di giovani ferventi, raggruppati intorno al vescovo Valeriano per condurvi, secondo un'espressione di G., una vita celeste. Ma il gruppo, non si sa bene per quale ragione, si dispersa pochi mesi dopo. G. ne approfittò per partire per l'Oriente. Attraverso l'Illirico, la Tracia, il Ponto, la Cappadocia, la Bitinia, la Galazia, giunse nel 374 ad Antiochia. Di questo viaggio egli ha lasciato qualche ricordo, in particolare del suo passaggio ad Atene.

Ad Antiochia fu dapprima ospite di Evagrio, che aveva conosciuto recentemente in Italia e che, durante una lunga e grave malattia, lo assiste con grande devozione. Fu allora che ebbe quel sogno ove era severamente punito per il suo attaccamento alle lettere profane e giurò di non interessarsene più. Non appena poté, abbandonando il progetto di andare a visitare Gerusalemme, si spinse nel deserto a est di Antiochia, in mezzo ad altri monaci che gliene davano l'esempio e si dedicavano ad esercizi di penitenza e alla preghiera, turbato a volte dai ricordi della sua giovinezza romana. In quel periodo iniziò anche lo studio dell'ebraico, per meglio comprendere la S. Scrittura, nonostante vi incontrasse grandi difficoltà. Visse in quel deserto per quasi due anni, felice, sembra, e deciso a perseverare, allorché il demone della discordia cominciò a soffiare nel deserto. Causa ne fu la questione dello scisma di Antiochia che lacerava allora tutta la Chiesa d'Oriente. I monaci presero subito posizione e a ciascuno eran chieste le sue preferenze e il suo Credo. G. dapprima combatté anche lui, poi, stancò della lotta, scrisse a papa Damaso per sapere con chi doveva comunicare. Non ricevendo alcuna risposta si decise bruscamente a lasciare il deserto. Evagrio lo ospitò nuovamente e poiché si era egli stesso schierato dalla parte di Paolino contro Melozio, non ebbe gran fatica a farvi scherzare anche G. Paolo. Non conosceva più l'importanza di tale adesione e per rafforzarla lo persuase a ricevere dalle sue stesse mani il sacerdozio. G. pose come condizione che gli si lasciasse la possibilità di praticare la vita monastica: era quel che desiderava salvaguardare sopra ogni altra cosa. Nello stesso tempo, seguitando i suoi studi scritturistici, ebbe occasione di ascoltare alcune conferenze di Apollinare e di visitare i Nazareni di Berea, presso i quali poté vedere il loro esemplare del Vangelo ebraico, e fece suoi primi saggi di composizione. Fino allora egli si era contentato di scrivere con molta cura e con qualche ricercatezza alcune lettere ai suoi amici di Oriente e di Occidente. Tentò inoltre un piccolo commento di Abbia e forse anche la sua Altercatio Luciferiani et Orthodoxi. Tuttavia la grande capitale d'Oriente, che Teodosio aveva reso alla libera ortodossia nicena e in cui Gregorio Nazzanzeno esercitava un apostolato così fecondo e luminoso, l'attraversa. Vi andò, sembra, nel 379 e divenne l'assiduo discepolo di Gregorio, vivendo presso di lui i giorni tempestosi del Concilio del 381, ciò che gli diede anche l'occasione di conoscere s. Gregorio Nisseno e s. Anfilochio. Alla loro scuola G. si perfezionò nella conoscenza del greco e apprese soprattutto a stimare Origene, di cui incominciò a tradurre un certo numero di omelie su Geremia, Ezechiele, Isaia. Anche la storia ecclesistica lo interessava. Su richiesta dei suoi amici Vincenzo Gallicano tradusse e continuò fino al tempo suo la Crocata di Eusebio, nell'attesa di poter attuare (ciò che non fece mai) il progetto di scrivere una Historia del suo tempo.

Non si sa in quale circostanza G. facesse la conoscenza di s. Epifanio, vescovo di Salamina. Nel 382 Paolino di Antiochia e quest'ultimo, desiderosi di andare a Roma, lo presero con loro. G. si sentì allora ripreso dal fascino della città eterna e lasciò ripartire soli i due amici nella primavera del 383. Egli aveva infatti ottenuto la piena fiducia di papa Damaso, che ricorreva volentieri ai suoi servizi per la sua corrispondenza ufficiale e anche per lo studio della S. Scrittura, in cui G. si mostrava già maestro incontestabile.

Durante questo soggiorno romano G. si applicò con un ardore, che le difficoltà avrebbero aumentato, a un doppio compito, instancabilmente perseguito: la propagazione della vita monastica, specialmente negli ambienti femminili dell'aristocrazia romana, e lo studio della S. Scrittura nel testo originale ebraico. Fra i compiti impostigli dall'amicizia fiduciosa del vecchio papa Damaso bisogna anche notare la revisione del testo latino dei Vangeli: G. stesso collazionò il testo ebraico della Bibbia con quello fornitogli da alcuni manoscritti che servivano agli Ebrei di Roma. Soprattutto, egli aveva organizzato nella casa di Marcella all'Aventino delle specie di conferenze, ove insegnava alla nobile dama e alle sue figlie a comprendere il testo originale dei salmi ch'esse in tal modo cantavano con maggiore comprensione e pietà; e rispondeva a voce o per iscritto alle difficoltà che esse incontravano nella lettura del testo sacro.

Questo duplice apostolato, soprattutto quello in favore della vita monastica, non tardò a suscitare viva opposizione, a cui G. replicava con risposte sferzanti per la vita rilassata di troppi cristiani e soprattutto dei chierici o dei monaci e delle vergini troppo poco fedeli al loro ideale. Ne sono testimoniata le sue lettere di allora, particolarmente la famosa lettera XXII a Eustochio, figlia di Paola, una delle sue più illustri e fedeli aderenti. Altre lettere sotto forma di elogi funebri, su Blessilla, altra figlia di Paola, sulla vedova Lea, la cui sorte beata egli opponeva a quella di Pretestato, al quale la vedova aveva reso dopo la sua morte vani onori nel paganesimo, gli permettevano di rinnovare con le sue critiche le risposte ai continui attacchi, cui era oggetto, e l'intensa propaganda per la perfezione cristiana e per gli studi scritturistici. Finché visse Damaso, bastava a difenderlo il favore del Pontefice. Alcuni, anzi, pensavano a lui per la successione. Ma, morto Damaso l'11 dic. del 384, fu eletto papa Siricio e poiché non sembrava ch'egli dimostrasse una stima particolare a G., le inimicizie contro di lui ebbero libero sfogo: gli furono fatte accuse infami, alle quali egli rispose vittoriosamente ma che gli ispirarono un disegno insormontabile per il soggiorno in quell'ingegna Babilonia. Nell'ag. 385, sfogando tutta la sua acrimonia in una lettera d'addio ad Asella, egli s'imbarce definitivamente per l'Oriente, che non doveva lasciare più.

Raggiunto a Salamina di Cipro da Paola, che con la figlia Eustochio aveva lasciato anche lei Roma per la Palestina, s'incamminò a piccole tappe, attraverso le laure d'Egitto e le città bibliche di Palestina, verso Betlemme, dove si elevarono presto i monasteri femminili fondati da Paola e la casa di monaci che dirigerà G., con l'Ospizio per pellegrini, dove eserciterà la più larga ospitalità.

Non ne uscirà più che per qualche breve viaggio nella stessa Palestina, come, ad es., per consultare a Cesarea l'unico esemplare delle Esaple compilate dalla stessa mano di Origene o per fuggire la persecuzione

testo latino del Salterio, soprattutto per aggiungervi i segni diiatricici. Mentre tutti sono d'accordo nell'attribuirgli il Psalterium Gallicanum, si discute ancora sulla autenticità del Psalterium Romanum. Per il resto del Vecchio Testamento, G. afferma di averlo tradotto tutto intero ma di esserne stato derubato. Dell'opera resta la revisione di Giobbe e quello che rappresenta il testo dei Settanta, nel suo commento ai profeti maggiori e minori.

Volgata. — Presto, dopo essersi stabilito definitivamente a Betlemme, G., pur continuando a perfezionarsi nella conoscenza dell'ebraico, decise di tradurre i libri santi dal testo originale. Iniziò questo lavoro nel 389 e lo perseguiti tenacemente, in mezzo ad occupazioni diverse, fino al 405, quando lo considerò terminato, lasciando da parte i Maccabei, l'Ecclesiastico, la Sapienza, Baruch e varie altre parti la cui canonicità gli pareva discutibile. Opera piena di merito, in generale molto accurata, che ha dotato il mondo latino di una versione della Bibbia di gran lunga superiore non solo a quella che già possedeva, ma anche a tutte le altre versioni nel loro insieme, ad eccezione di quella dei Settanta. Nonostante alcune manchevolezze, G. ha saputo unire la preoccupazione dell'eleganza e quella della fedeltà al testo. Il suo lavoro gli valse incoraggiamenti indefettibili e opposizioni, di cui certo la minore non fu quella di s. Agostino stesso, molto attaccato all'antica Volgata per le sue esagerate preoccupazioni pastorali. L'opera, a lungo discussa, finì con l'imporsi unanimamente a partire dal sec. VII e ricevette dal Concilio di Trento il grande onore di divenire la traduzione latina ufficiale (autentica). Tuttavia, per rispetto alle abitudini del popolo cristiano, la traduzione dei salmi non sostituì il Psalterium Gallicanum, anche questo, del resto, corretto da G. I Benedettini del monastero di S. Girolamo a Roma, incaricati dalla S. Sede di pubblicare l'edizione critica della Volgata hanno dato alle stampe nel 1948, con il Liber Verborum dierum, il settimo volume della loro edizione.

Commenti al Vecchio e al Nuovo Testamento. — Sembra che la prima ambizione letteraria di s. G. sia stata quella di tradurre il maggior numero possibile delle opere di Origene, ch'egli ammirava allora appassionatamente, e di altri autori greci cristiani, pur esercitandosi a comporre personalmente. Oltre ai lavori minori già menzionati, egli commenta due volte Is. 6; traduce due omelia di Origene sul Cantico, inizia a Roma la versione del trattato di Didimo sullo Spirito Santo. Con l'Ecclesiastico dà a Bibbia le lezioni di distacco dal mondo. Si volge alle Epistole di S. Paolo, e vi segue persino, più di quanto non dovrebbe, l'esegesi originaria, soprattutto nel suo commento alla Epistola agli Efesini; commenta anche l'Epistola ai Galati, quella a Tito, quella a Filemone. Insoddisfatto del commento di Ambrogio a s. Luca, traduce 39 omelia di Origene su questo Vangelo e nello stesso tempo compone per conto suo, mettendo in luce le tradizioni rabbiniche, il Liber Hebdomadarum quaestionum in Genesis. I salmi lo attirano, e dopo i Commentarioli che ne sono dei brevi scolli, compone dei trattati ben più estesi e con un carattere scientifico più pronunciato. Continua intanto la sua versione della Bibbia dall'ebraico, e un esteso commento, dapprima dei profeti minori, poi dei quattro maggiori (In XVI prophetas), lasciando incompiuto quello di Geremia, senza che si possa però sapere se è stata la malattia a interrompere il suo lavoro. È questa la sua grande opera esegética in cui, senza avvedersene, segue le tracce di Origene che pure ora esce, per il suo modo di utilizzare intensamente il senso spirituale e di opporlo continuamente alla viltas litterae, sempre però accuratamente stabilita. Nel frattempo, rispondendo ad una richiesta del suo amico Eusebio di Cremona che tornava in Occidente, scrive un commento puramente letterale, almeno nell'intenzione, su s. Matteo, commento che è ancor oggi tra le sue opere più utili. Gli altri sono infarciti di erudizione sacra e profana, di aneddoti, di citazioni di autori sacri e interessano molto più sotto questo aspetto che per l'esegesi diretta, che presenta, in una stancante monotonia, i temi ordinari dell'interpretazione spirituale, trovando negli Ebrei e nei loro nemici il simbolo delle lotte di Cristo e della Chiesa, del demonio, degli eretici, dei

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(per cortese dei doti. B. Depenhart)
Gino, scio, santo - S. G. al tavolo di lavoro. Miniatura del cod. Vet. Urb. lat. 10 contenente i Quattro Vangeli con i preloghi, opera di Franco de' Russi (1475-82).

Beatae Mariae (384) contro Elvidio, dove confuta vittoriosamente le obiezioni cercate nel Vangelo contro la verginità di Maria e dove afferma per primo la verginità di S. Giuseppe. Del 393 sono i libri Contra Iovinianum, l'opera più brillante della polemica geronimiana, ma spesso sotto l'influsso di Tertulliano, di una eccessiva crudezza di linguaggio e di una esagerata severità contro il matrimonio. Pannachio l'invito a dare sull'argomento qualche spiegazione rassicurante, ciò che G. fece assai volentieri (lettera 48-50), ma questo non impedì a S. Agostino, nel 400-401, di credersi in dovere di dare una precisazione sull'argomento nel De bono coniugali. Nel 396, G. scrisse una lettera di rimproveri a Vigilanzio e nel 406 un trattato ancor più duro contro lo stesso. Ma già a quest'ultima data si era svolta la vivace polemica provocata dall'antiorigenismo e dove, non contento di lottare contro Rufino per suo conto proprio, si era anche fatto l'ausiliario instancabile, con le sue traduzioni e la sua azione, di Teofilo d'Alessandria e di S. Epifanio. Oltre a numerose lettere, egli comprese il trattato contro Giovanni di Gerusalemme, la risposta agli attacchi di Rufino sotto il nome di Apologia e perfino, dietro invito di Pannachio e di Marcella, la traduzione, letterale all'eccesso, del Periarchón di Origene, disgraziatamente perduta. Poi vi fu la controversia pelagiana, in cui G. ebbe il merito di essere uno dei primi ad intervenire, prima con la lettera 133 a Tesifonte, poi con il Dialogus adversus Pelagianos, dove, a suo modo, egli confuta i suoi avversari soprattutto con l'aiuto dei testi scritturistici.

Ugualmente a suo agio G. si sentiva nel campo dell'agiofagia, in cui intervenne a più riprese e a cui si ricollegano assai logicamente i necrologi ch'egli compose durante il soggiorno romano: gli elogi funebri di Nepoziano, di Paola, di Fabiola, ecc. Egli compose inoltre la vita leggendaria di S. Paolo di Tebe, quella di S. Ilarione e vi aggiunse inoltre il racconto così grazioso del solitario Malco. Il gusto per la vita monastica gli fece anche tradurre alcuni documenti di origine egiziana, di cui il Boon ha dato recentemente un'edizione critica, con il titolo di Pachomiana latina (Regole di S. Pacomio e di S. Teodoro). Vi si possono aggiungere gli strani sermoni ritrovati recentemente e pubblicati dal Morin nel III vol. degli Anecdota Maredsolana: sermoni familiari, indirizzati ai suoi monaci sui doveri della vita monastica, che fanno cogliere sul vivo quale trasformazione subivano i testi quando erano destinati al gran pubblico.

Questo insieme, senza entrare in maggiori particolari è sufficiente a dare un'ampia idea del lavoro formidabile che fornì G. nel corso della sua lunga carriera, di questa potenza di lavoro che gli permetteva di perseguire, nella sua immensa e quotidiana corrispondenza, studi così diversi da esigere un lavoro veramente ostinato.

III. Dottrina

S. G. occupa un posto del tutto particolare nella storia dei dogmi. Egli non ha mai tentato di fare una sintesi del cristianesimo né di esporre dei punti di vista particolarmente propri in materia di dogmi. Ciò che lo caratterizza meglio è, sembra, l'espressione, già cara ad Origene e ch'egli volentieri fa sua, di vir ecclesiasticus, colui la cui unica preoccupazione è di restare fedele all'insegnamento della Chiesa. Egli fa volentieri uso della sua libertà nel campo delle opinioni libere e, con un po' di pedanteria, fa anche spesso mostra di erudizione a questo riguardo, esponendo minuziamente le opinioni bizzarre od insolite che incontra nel suo cammino, senza per altro normalmente farle sue. Ma nel campo del ri-velato egli si contenta d'essere un'eco: conia mirabili formole per esprimere, ma generalmente non va oltre. Non cerca di metterlo in valore con ragionamenti personali ma preferisce lasciar parlare i testi scritturistici o trovare nella sua estesa erudizione sacra e profana testimonianze complementari che apporteranno in favore dei suoi detti il peso della loro venerabile autorità.

Così, è molto più facile raccogliere in lui, come l'ha fatto C. Schulting nella sua Confessio Hieronymiana (4 voll.,

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(per cortesia del deit. B. Ieyrehart)
Gibolamo, santo - S. G. leggente. Disegno del Pinturicchio (sec. xv) - Lipsia, collezione Boener.

Colonia 1645), abbondanti clementi per una ricchissima e molto ortodossa antologia, che non rilevare dimostrazioni un po' estese ed esposizioni dettagliate di carattere speculativo perfino nelle materie scrittriche che erano l'oggetto delle sue preoccupazioni ordinarie. D'altra parte, scrivendo in fretta e il più sovente dettando, era spesso trascinato, sotto l'influsso della sua immensa erudizione e dei suoi ricordi, ad usare formole e a segnalare, senza le necessarie riserve, opinioni che lasciavano a desiderare. Si correrebbe il rischio di falsare il suo vero pensiero e a queste bizzarrie si desse una importanza che la polemica confessionale ha spesso esagerato. Nonostante ciò, egli è molto spesso un eccellente interprete del pensiero comune, p. es., sull'autorità della Scrittura, sulla sua origine divina, sull'unità della Chiesa e sul primato papale, sulla verginità di Maria, sulla legittimità del culto dei santi e delle manifestazioni usuali della pietà e sull'eccellenza della verginità. Per contro, il suo pensiero ha dato spesso occasione, in tutti i secoli, a interminabili discussioni non solo a proposito del canone della Scrittura, ove egli era in conflitto con s. Agostino e la dottrina definita a Trento, ma anche sulla sorte eterna dei cattolici morti in peccato, sulle origini dell'episcopato, sul potere delle chiavi. Nel complesso, le sue opere restano una fonte inesauribile di notizie di ogni genere tanto per il teologo quanto per l'erudito; soprattutto G. ha lasciato a tutti l'incomparabile esempio di una vita tutta santificata dalla preghiera e da un lavoro assiduo che né le frequenti malattie né la più accanita opposizione sono mai riuscite a interrompere. Le durezze d'un carattere difficile, ma sensibile al fascino dell'amicizia, sono poca cosa accanto a queste qualità fondamentali e agli straordinari servizi che con i suoi lavori biblici, e specialmente con la sua traduzione dall'ebraico, G. ha reso alla Chiesa.

BIBL.: Opere: la prima edizione totale delle opere di S. G. si deve ad Erasmo (Basilea, 1516-20). In seguito si hanno quelle di Mariano Vittorio, vescovo di Rieti (Roma 1565-72), dei Maurini G. Martianus e A. Pouget (Parigi 1693-1706); di D. Vallaris (Verona 1734-42, e Venezia 1766-72) la miglior edizione, ripresa in PL 22-30 (il XXX vol. comprende esclusivamente le opere apocrife). Il Corpus di Vicenza ha iniziato la pubblicazione di un'edizione critica, molto necessaria, ma essa non comprende sin qui che tre volumi di lettere, ottimamente presentati da I. Hildberg, ma senza alcuna prefazione né indice (CSEL, 55-57), Vicenza 1910-19, il commento a Geremia a cura di S. Reiter (CSEL, 59), 1913 e il commento di Vittorio di Pettau all'Apocalisse, di cui G. ha dato un'edizione riveduta (riprodotta a fronte del testo originale di Vittorio per cura di J. Hausleiter [CSEL, 49], Vicenza 1916). Notevoli poi le edizioni parziali o complementari di G. Morin (Anedota Maredsiana, III, parte 1): Commentari in Psalmos, in Marci Evangelium, aliae varia argumenta, 1879; parte 3: Tractatus novissime reperiti sive homiliae in Psalmos quattuordecim, 1913); D. A. Boon, Pachomiana latina (testo latino di S. G.), Lovano 1932. Le edizioni del Nuovo Testamento di I. Wordsworth e H. J. White e quella della Volgata dei Benedettini, già menzionate. Quella di E. Wier (Teste und Littere, 41), Lipsia 1914 e quella di E. Klostermann, Eusebius Werke, III, 1 (CB, II), 1914. Un'ampia scelta di testi sistematicamente raggruppati in vista della polemica antiprotestante in C. Schulting, Confessio Hieronymiana ex omnibus germanis b. Hieronymi operibus optima fide collecta, et per locorum theologicorum capita, perspicua methodo in quatuor tomos distributa, Colonia 1685.

Studi recenti: G. Grützmacher, Hieronymus, 3 voll., Berlin 1901, 1906, 1908; F. Cavallera, St Jérôme, sa vie et son œuvre, parte 1, 2 voll., Lovano 1922; A. Penna, S. G., Torino 1949. Sulle altre eccellenti pubblicazioni, V. i cenni critici e bibliografici di Bardenhewer, III, pp. 605-54; Schanz, IV, pp. 429-90; P. Vaccari, S. G., studi e schizzi, Roma 1921. Tra i vari studi e monografie, oltre alla Miscellanea Geronimiana, Roma 1921, V. Sanders, Etudes sur St Jérôme, Bruxelles 1903; T. Trzcinski, Die dogmatischen Schriften des hl. H., Posen 1917; D. Gorce, La «lectio divina», st Jérôme et la lecture sacrée, Parigi 1925; J. Forget, s. V. in DTHC, VIII, 1 (1924), coll. 894-983; F. Cavallera, s. V. in DB, IV (1949), coll. 889-97; J. P. O'Connell, The eschatology of st. Jerome, Mundelein 1948; A. Penna, Principi e carattere dell'eseggi di S. G., Roma 1950.

Ferdinando Cavallera

IV. DIRITTO

Numerosi sono, nell'opera di G., i passi di contenuto giuridico. Si pensa anzi che essi trovino la loro giustificazione nella sua intenzione di percorrere la carriera politica. Da taluni scrittori gli era stata, sempre per questi motivi, attribuita la Colonia legum Mosaicarum et Romanarum.

Egli tocca, nei suoi scritti, tutti i campi del diritto, da quello privato a quello penale e processuale.

Gli spunti più interessanti sono però quelli relativi al diritto delle persone e di famiglia. Così si vede trattata la schiavità, con un'indagine particolare sulla nota questione del servus fugitivus (PL 26, 638 sgg.); si vede esaltato, in connessione con il Matrimonio e in contrasto sia con la legislazione romana che con quella ebraica, il favor pudicitiae; così si incontra l'affermazione che il Matrimonio si contrae con il consenso iniziale e non si scioglie che con la morte di uno dei due coniugi (PL 22, 1084-9); dei passi trattano del privilegio paolino e dell'impedimento di disparità di culto (PL 22, 233-34).

Ma affermazioni ugualmente importanti si trovano su altri argomenti: così quella in tema di proprietà, che i beni sono dati in uso a tutti gli uomini e che è iniquo colui che non dà fratribus ad utendum quod a Deo pro omnibus est creatum (PL 22, 1019). Si vedono affermati speciali doveri dei chierici nell'uso dei beni temporali e si trovano affermazioni severe come questa: Negotiatorem clecriam et ex inope divitum... quasi quandam pestem fuge (PL 22, 531).

Di particolare interesse poi gli accenni al dovere di mantenersi fedeli anche alle semplici promesse, in contrasto al principio romano: Nuda pactio obligationem non parit. È stato però acutamente osservato come, in confronto al gran numero di passi di contenuto giuridico, non siano molto abbondanti i richiami al diritto romano, che pure G. ben conosceva e che costituisce l'intelaiatura della sua cultura giuridica; scarsezza di richiami diretti che è una interessante riprova di quel fenomeno detto autonomia della patristica.

BIBL.: M. Roberti, Stvolgimento storico del diritto privato in Italia, I, Milano 1928, passim; E. Volterra, Collatio legum Mosaicarum et Romanarum, in Atti dell'Accademia dei Lincei, 6a serie, 3 (1930), p. 4 sgg.; G. Violardo, Il pensiero giuridico di S. G., 1937.

V. Iconografia

Effigiatore per la prima volta sul dittico di Boezio a Brescia (dopo il 602), s. G. viene insignito, dalla fine del sec. XIII, del cappello cardinalizio, e già in un affresco di Tommaso da Modena (1352) anche delle vesti di cardinale sotto le quali spoglie egli è poi uno dei santi più raffigurati, comparendo, spessissimo con il leone della leggenda come attributo individuale, da solo o in cattedra, nelle «sacre conversazioni» o associato agli altri dottori della Chiesa.

Oltre a ciò si formarono nel tardo medioevo due partecipanti tipi di immagini gìrolamine. Il primo, che corrisponde alla corrente umanistica e risale, in ultima analisi, si cosiddetti «ritratti d'autore» dei codici miniati, rappresenta il Santo nel suo studio, in mezzo ai libri quadri del Colantonio a Napoli e di Antonello da Messina a Londra, affresco di D. Ghirlandaio in Ognissanti a Firenze; stampa del Dürer, Hieronymus im Gehäus, quadri di L. Cranach il Vecchio, ecc.; il secondo, radicato forse ancora più profondamente nello spirito del tempo, riguarda s. G. penitenze nel deserto che si flagella con una pietra dinanzi un Crocifisso. Anche quest'ultimo soggetto, specialmente caro agli intagliatori del tardo goccio tedesco, venne trattato durante tutto il Rinascimento, con grande impegno, da sommi pittori italiani e delle altre regioni d'Europa. Si accenna alle sole opere di Cosme Tura (Londra), B. Montagna (Milano, Museo Polidi Pezzoli), Leonardo da Vinci (Pinacoteca Vaticana), Lorenzo Lotto (Parigi e Madrid), Tiziano (Louvre e Brera), Jacopo Bassano (Venezia, Accademia), G. David (Francoforte e Londra); e d'altro canto gli artisti dell'epoca barocca, il Caravaggio, il Ribera, il Rubens, il van Dyck, p. es., raffigurarono anche una variante del tema, preesistente nel manierismo fiammingo e nel quadro del Dürer a Lisbona: s. G. che contempla il teschio simbolo della vanità. I cicli narrativi della leggenda del Santo cominciano ad apparire nelle miniature della Bibbia di