NOTTURNO (Vigiliae nocturnae, Nocturna laus). - Era l'ora canonica della notte in uso già nei primi secoli cristiani (Tertulliano, Ad uxorem, II, 4:
« nocturnis convocationibus »), praticata sull'esempio di Nostro Signore nelle veglie domenicali e cimiteriali (cioè passate accanto alle tombe dei martiri nel loro anniversario), nelle veglie feriali e quotidiane specialmente nei conventi degli asceti e delle vergini, e organizzata fin dal sec. IV anche in quasi tutte le Chiese (Antiochia, Cesarea, Gerusalemme, Costantinopoli, Roma, Milano). I monaci recitavano salmi come orazione preliminare, talvolta intercalati da « collette »; le lezioni formavano la parte principale, seguite da responsori. Questi tre elementi ben ordinati si chiamano N. (vigiliae nocturnae, laus nocturna: Regola di s. Benedetto, 9-10).
Il N. si recitava d'un tratto senza interruzione sia da mezzanotte, sia verso lo spuntar del sole. Alle domeniche ed alle feste, per aumentare le preghiere, si aggiungevano un secondo N. (Cesario, Aureliano) ed un terzo (« tripartita distinguunt officia »: Cassiano).
La lode notturna romana domenicale e festiva, fin dalla riforma di Pio X, si compone di tre N., ciascuno con 3 salmi, 3 lezioni e 3 responsori; quella feriale e delle feste semplici ha un N. con 9 salmi (invece di 12 prima della riforma) e 3 lezioni. Il « cursus » monastico-benedettino feriale ritiene l'antico numero di 12 salmi, divisi in 2 N.; alle domeniche ed alle feste si aggiunge un terzo N. di 3 cantici; ciascun N. con 4 lezioni.
Fin dal sec. XII il N. vien detto Mattutino, perché si faceva prima dello spuntar del sole. Un altro uso era di anticipare il N. o il Mattutino alla sera del giorno precedente (C. Belet, Explic. div. off. cap. 20; Ord. Rom. XIV, 82); l'anticipazione si spinse poco a poco fin quasi al mezzodì. Di regola, salvo speciale privilegio, la recitazione del N. non si può anticipare prima delle ore 14.