QUATTRO TEMPORA (sciimum quattuor temporum). - I tre giorni di digiuno e penitenza (mercoledì, venerdì e sabato) all'inizio d'ognuna delle quattro stagioni dell'anno, detti da Leone I (m. nel 461) e nei libri liturgici antichi iuuinium mensis primi (di marzo, cioè della primavera), mensis quarti (di giugno, cioè d'estate), mensis septimi (di sett., cioè dell'autunno) e mensis decimi (di dic., cioè d'inverno); dal sec. VIII vengono chiamati Q. T. Liturgicamente si dicono «feriae maiores privilegiatae».
Per le T. di primavera e d'estate non vi fu sempre un'esatta uniformità di celebrazione; quelle di primavera, talvolta celebrata nella prima settimana di marzo, furono stabilite, forse da Gelasio I, alla prima settimana di Quaresima; quelle d'estate, dapprima nella settimana di Pentecoste, poi, trasferite da Leone I nella seconda o terza settimana dopo Pentecoste, ricevettero da Gregorio VII, nel Sinodo pasquale del 1078, il loro posto originario. Così resta fissato il loro ordine e posto: nella prima settimana della Quaresima, nell'ottava di Pentecoste, dopo la festa della S. Croce del 14 sett. e nella terza settimana dell'Avvento (fra la seconda e terza domenica); giorni di digiuno e di penitenza per attirare sui frutti della terra le benedizioni di Dio e per ringraziare del buon raccolto. Da Gelasio I fu aggiunta la caratteristica delle ordinazioni ecclesiastiche.
Le T. sono di origine romana; furono introdotte nella liturgia, secondo il Liber Pontificalis, da papa Callisto (m. nel 223), ma questa notizia non è certa; Leone I ne parla per il primo (Ser., XIX, 8, 2: PL 54, 459) come d'una cosa da lungo tempo in uso. Fuori di Roma la diffusione fu lenta. Nel sec. VI non erano ancora conosciute a Capua, nel sec. VII a Napoli. In Inghilterra furono introdotte da s. Agostino nel sec. VII; in Germania da s. Bonifacio nel sec. VIII; a Verona da Ratasio nel sec. X; a Milano, dopo il sec. XII.
Sulla loro origine non s'è d'accordo: per L. Duchesne, le T. sono il resto della primitiva settimana liturgica con due giorni di digiuno stagionale al mercoledì e al venerdì, compreso il sabato in preparazione alla domenica; rilassata col tempo la rigida disciplina, Roma la mantiene una volta almeno in ogni stagione dell'anno. Ma a Roma si osserva il digiuno stagionale già al tempo di Innocenzo I (416) e di s. Agostino (m. nel 430), poco prima di Leone I. G. Morin invece le vede come sosti

tuzione cristiana delle pagane «feriae messis» di giugno, «feriae vindemiales» di sett., e «feriae sementiniae» di dic., le quali corrispondono alla raccolta del grano, a quella del vino e alle semine. Infatti questa ipotesi è confermata dalle orazioni dei sacramentari e dalle lezioni. A somiglianza di queste feste agricole pagane, anche nella liturgia romana le T. vengono annunziate con formole che si trovano nel Sacramentario detto leoniano e in quello gelasiano. Le T. primaverili furono aggiunte nel sec. IV per completare il ciclo annuale; ma perché cadono regolarmente in Quaresima, non vengono menzionate nei documenti, ricevono però da Gelasio I, come le altre tre T., un significato speciale come epoca delle ordinazioni. Altri (ad es., L. Fischer) non accettano questo adattamento cristiano delle solennità pagane e dichiarano le T. una istituzione puramente cristiana per santificare le stagioni col digiuno: dopo Pentecoste si riprende il digiuno settimanale dopo il periodo della gioia pasquale; in quello dell'autunno si vede un influsso del digiuno ebraico della conciliazione (Lev. 23, 27-32; cf. la lezione del sabato delle T.); quello di dic. per prepararsi alle tradizionali ordinazioni romane. L'idea della solennità del raccolto ha avuto influsso nelle Q. T. di Pentecoste e di sett. dopo, o al più al tempo di Leone. Le altre due sono inquadrate nelle idee del tempo quasi-simale e dell'Avvento. Le T. di Pentecoste, dell'autunno e del dic. sono più antiche, introdotte da Callisto; quelle di primavera, già esistenti al tempo di Leone, ricevono la loro liturgia forse da Gelasio, trasferite le letture (I Thess. 4, 1-7; 5, 14-23) dal posto originale dell'Avvento a quello della Quaresima. Caratteristico per le Q. T., oltre al digiuno e al servizio stagionale, è il numero delle letture (2 al mercoledì e 6 i probabili in origine 12 al sabato) oltre il Vangelo e la veglia dal sabato alla domenica.