RELIAZIONE

RELIAZIONE. — Da referire, significa rapporto di una cosa a un termine, e la sua formalità consiste precisamente in questo essere ad altro, che la differenza dalle categorie assolute dell'essere. assoluto (v.) e relativo comportano in verità significati vari, intendendosi talora per assoluto l'essere che non dipende da altri, quale è Dio (ens a se) in opposizione alla creatura che da lui dipende (ens ab alio) ed è perciò qualcosa di relativo; ovvero la sostanza (ens in se) in opposizione all'accidente (ens in alio). Ma propriamente assoluto è ogni realtà (Dio-creatura, so-

stanza-accidente) e principio, costitutivo o perfetto di una sostanza, mentre relativo in senso stretto non dice per sé né sostanza né perfezione della sostanza, ma formalmente soltanto ordine o rapporto di una cosa a un'altra. Perciò la r. nel suo concetto neppure implica realtà, potendo la r. essere solamente pensata o costituita dalla mente (r. di ragione, p. es., identità), ovvero esistere nella realtà indipendentemente dalla nostra mente (r. reale, p. es., paternità e filiazione); e quando è reale può essere sostanziale (r. in sé sussistente; V. TRINITÀ SANTISSIMA) o accidentale, inerente cioè a un soggetto (ogni altra r. reale). Le r. reali inerenti o accidentali sono dette anche «predicamentali» perché ad esse categoria (v.) della r., mentre le «trascendentali», impropriamente dette r., sono rapporti esistenti fra i principi costitutivi di un ente, forma (v.) e in generale l'atto (v.) e la potenza, e con essi si identificano.

Nella filosofia antica il concetto di r. non appare filosoficamente elaborato fino ad Aristotele che pone la r. come quarto predicamento (dopo la sostanza, la quantità e la qualità) e chiaramente ne determina la natura (πρὸς τὰ) affermandone la realtà oggettiva (Cat., 7; Met., V, 15). Il valore reale della r. fu invece, nel pensiero antico, negato dagli scettici (Sesto Empirico, Adv. math., VIII, 463) e più tardi da Plotino (Eun., VI, 1, 6) e Boezio (De Trin., 6). Nella filosofia medioevale l'analisi del concetto di r. assume particolare importanza per i rapporti con il dogma trinitario. Non pochi scolastici (oltre gli arabi Avicenna e Averroè [v.], quali Pietro Aurobio, Guglielmo di Occam (v.) e i nominali) ammettono solo la realtà delle r. divine, riducendo le altre a r. di ragione (dico quod relatio non est fundamentum sed tantum intentio vel conceptus in anima importans plura absoluta): Occam, I Sent., dist. 30, q. 1). Ma nei suoi principali rappresentanti il pensiero scolastico, sia medioevale che moderno, è concorde nell'affermare l'esistenza di r. reali predicamentali o accidentali, oltre le r. divine. La prova è tratta dall'esistenza, nel mondo, di un ordine indipendente dal nostro pensiero (per cui già dagli antichi il mondo era detto χάρις); tale ordine è una r. o meglio un complesso di r. che sono esse stesse reali se reale è l'ordine. Similmente è r. reale la dipendenza dell'effetto dalla causa, dell'ente finito e partecipato dall'Essere infinito. È vero che soltanto la ragione percepisce l'ordine del mondo o la dipendenza dell'effetto dalla causa (l'animale non percepisce formalmente l'ordine, in quanto tale) ma non ne segue che la r. sia necessariamente posta in atto dalla ragione e non esistano r. reali fuori del pensiero umano. È questione tuttora discussa fra gli scolastici se la r. reale predicamentale importi una realtà distinta, oltre che dal soggetto e dal termine tra i quali vige la r., anche dal fondamento che la causa (p. es., la generazione, fondamento della r. di paternità e di filiazione esistente fra padre e figlio). Non pochi autori, specialmente della scuola suareziana (F. Suárez, Disp. Met., d. 47, s. 2) identificano la r. con il fondamento, mentre il termine sarebbe un connotato estrinseco, ovvero la identificano con il fondamento e con il termine. Altri, con s. Tommaso (De pot., q. 7, a. 9 e passim) e con Scoto (Oxon., II Sent., dist. 1, q. 4, n. 5), sostengono che la r. reale predicamentale importa una realtà accidentale distinta dal soggetto, fondamento e termine e lo deducono dalla natura stessa della r. che è essenzialmente qualcosa di relativo, mentre soggetto, fondamento e termine sono realtà assolute. Tale dottrina è indicata nella sesta delle 24 tesi tosistiche; «Pracere absoluta accidentia est etiam relativum sive ad aliquid. Quamvis enim ad aliquid non significet secundum propriam rationem aliquid alicui inhaerens, saepe tamen causam in rebus habet et ideo realem entitatem distinctam a subiecto».

Nella filosofia moderna la realtà della r. è nuovamente negata e solo il fondamento è ammesso come reale; così Gassendi (Philos. epic. synth., II, 30, § 4), Hume (Treat. on hum. nat., I, sez. 5), Wolff (Ontologia, § 857). Per Kant la r. non ha realtà oggettiva, ma è una forma soggettiva a priori secondo la quale l'intelletto necessariamente giudica, e precisamente è una delle quattro categorie fondamentali, che comprende sotto di sé quelle della sostanzialità, della causalità e della reciprocità (Kritik der rein. Vern., II, 1). La r. concepita come forma soggettiva a priori assume sempre maggiore importanza nella filosofia soggettivistica postkantiana, specialmente nell'idealismo (v.) assoluto che riducendo tutta la realtà alla sintesi a priori, fuori della quale i termini sono pure astrazione, risolve la realtà nella r. che è la sintesi stessa (O. Hamelin, Essai sur les éléments. prin. de la repres. 2ª ed., Parigi 1925, p. 2). Ma se non è accettabile la riduzione idealistica della realtà a r., va anche respinta la posizione contraria che nega ogni realtà alla r.: fra gli opposti estremi il pensiero scolastico rappresenta la più consistente soluzione di equilibrio.

BIBL.: R. Eisler, Wörterbuch d. phil. Begriffe, II, 4ª ed., Berlin 1929, pp. 668-78; A. Horvath, Metaphysik der Relationen, Graz 1914; A. F. Bradley, Appearance and reality, 9ª ed., Londra 1930, cap. 3; L. De Raeymaeker, Metaphysica generalis, London 1931, pp. 160-73 e 387-88; G. Mattiussi, Le 24 tesi della filosofia di s. Tommaso d'A., Roma 1947, pp. 61-66; P. Dezza, Metaphysica generalis, 2ª ed., Roma 1948, pp. 325-40; S. Breton, L'essence in et l'essence ad dans la métaphysique de la relation, 1931; A. Krempel, La doctrine de la relation chez Thomas d'Aquin, Parigi 1952.