di Piacenza, al confine tra questa, Lodi e Pavia
(Runcalea, da runcare), presso il Lambro ed il Po,
all’incrocio delle vie terrestri e fluviali dalla Lom-
bardia a Genova, Lucca, Bologna, Ravenna e località
preferita per le diete convocate dagli imperatori.
Vi partecipavano non solo i feudatari maggiori, ma
anche i valvasorì maggiori e minori, arimanni e
milites cittadini.
Come nell’alto medioevo, vi si trattavano le questioni
politiche de stabilitate Ecclesie et regni e vi si tenne il
supremo tribunale regio e la mostra dell’esercito davanti
all’Imperatore all’inizio e fine della Dieta. Le prime as-
semble di R. (accertate dal Solmi) furono indette dagli
arcivescovi milanesi: Arnoldo nel 1002 e Ariberto nel 1021;
solo del maggio 1055 è la prima assemblea imperiale,
storicamente accertata. Seguono quelle dei vicari regi:
Ottone nel 1068 ed Everardo nel 1075, di Enrico V
nel 1110, di Lotario II nel 1132 de statu ecclesie atque
imperii e nel 1136 sulle alienazioni dei feudi, di Fede-
rico I dal 30 nov. al 5 dic. 1154 con i consules civitatum,
e la più solenne di tutte, dall’11 a forse il 28 nov. 1158.
Ne seguì ancora una nell’apr.-maggio 1159; poi fu la
guerra; vi sostò appena il 7 giugno 1194 l’esercito con
Enrico VI e da allora R. albergo solo le truppe milanesi.
Alla Dieta del 1158 intervennero da parte tedesca i
vescovi, i grandi feudatari, l’esercito imperiale accampato
sulla riva sinistra del Po. Vi furono promulgate le leggi
feudali e funzionò il tribunale imperiale. Traversato il
Po sul ponte costruito in due giorni, l'Imperatore passò sulla riva destra nel territorio piacentino (in Cotrebia) ove era accampata la parte italiana: i grandi feudatari, i consules e iudices civitatum; i giuristi Bulgaro, Martino, Jacopo e Ugo, come consiglieri; i milites di Lombardia e d'Emilia. Qui egli decise il 23 la questione delle regalie e venne giurata la pace, atto conclusivo della Dieta. Questa intese richiamare all'autorità dello Stato le funzioni pubbliche e i diritti relativi, dispersi e frazionati in mano di enti ecclesiastici, di signori, di Comuni (Solmi), ed inoltre segnò la prima grande affermazione del risorto diritto romano nella vita medievale, impedendo l'oppressione di una delle parti: merito principale dei quattro dottori. Essi, interrogati dall'Imperatore, in indicarenti in veritate omnia regalia iura, non vollero pronunziarsi sine consilio aliorum iudicium universarum Langobardiae civitatum ibi astantium. Eletti due giudici per ogni città, in numero di ventotto stabilirono con i quattro dottori, dopo maturo esame, i diritti regali: ariannae, viae publicae, flumina navigabilia, portus, riparia, vectigalia, moneta, multarum poenarum compendia, bona vacantia, quae ab indignis legibus auferuntur, bona contrahentium incestas nuptias et damnatorum et proscriptorum, angariarum perangariarum blaspatrum et navium praestationes, extraordinaria collatio, potestas constituendum magistratum, argentaria et palatia, piscatinum redditus et salinarum, bona committentium crimen maiestatis, dimidium thesauri in loco Caesaris inventi. Con l'equiparazione delle città comunali ai feudatari, non più reintegrati nei vecchi privilegi, ma sostituiti da funzionari alle sue dirette dipendenze, Federico intese affrettare la decadenza del feudalesimo e iniziare l'accertamento dello Stato. Ma la creazione di giudici imperiali a capo delle città, per ricevere i tributi e amministrare la giustizia, fu subito avversata dai Lombardi, e ben presto l'amministrazione di costoro sollevò la rivolta di Milano, Piacenza, Cremona, Bergamo, Brescia, Parma, Mantova e Marca Veronese, contro quello che fu detto il Teutonicorum imperium, mentre la gerarchia feudale e l'organizzazione comunale impedivano la completa applicazione del diritto romano alle esigenze dell'Impero, con una grave limitazione all'effettivo potere di Federico. Invano si richiamarono gli antichi termini ad esaltarlo, come unico legislatore ed arbitro della politica. Più vero appare il detto ironico: De tributo Caesaris nemo cogitabat. Omnes erant Caesares, nemo censum dabat. Già nel maggio 1159 Federico dichiarava al vescovo Alberto di Frisinga che prima di sopportare la rovina dell'Impero avrebbe preferito la morte in combattimento: malumus honestam mortem inter hostes.