SACRARIO (PISCINA, LAVACRUM)

SACRARIO (piscina, lavacrum). - Piccola cisterna sotterranea coperta da una pietra mobile, collocata in un angolo di un luogo sacro o della sacristia o dietro l'altare, che comunica all'esterno con un tubo di scarico o termina in una buca non cementata per l'assorbimento dell'acqua.

Serve per ricevere l'acqua delle abluzioni, l'acqua battesimale dopo l'amministrazione del Sacramento, l'acqua in cui si sono lavati i purificatori e i corporali, le sacre ceneri provenienti da cose sacre bruciate (p. es., dalla bambagia usata nelle sacre unzioni). Tutto questo per la riverenza delle cose una volta benedette o consacrate (Durando, Rat., I. IV, cap. 55). Per l'Oriente si ha in proposito una testimonianza del sec. VI nella seguente risoluzione canonica, data da Giovanni Bar Cursos, vescovo di Tell-Mahré (519-38): «Aique ablutionis rerum sacrarum in locum decentem, in fossam profundam proiiciantur et occultentur» (testo riportato da Hanssens, op. cit. in bibl., III, p. 533).

Nelle chiese medievali a fianco dell'altare, al lato dell'Epistola, si trovava spessissimo nel muro una nicchia detta piscina, artisticamente fatta con un bacino munito alla base di orifizio per il libero scolo dell'acqua, serviva per l'abluzione delle mani del sacerdote dopo la S. Comunione (cominciando dal sec. XIV s'usa bere l'abluzione); essa è prescritta, p. es., dal Sinodo di Würzburg del 1298, con 3 e dal Capitolo generale cistercense del 1601.

Con la voce s., nel medioevo, si designò anche la chiesa, il presbiterio, l'armadio a muro, o il luogo per conservare la piscina contenente la S. Eucaristia, la sacrestia o i «pastorhips» del rito orientale (cf. Didascalia et Constitutiones Apostolorum, II, 57; VII, 17; I, 17) e l'altvolta il libro detto Ordinarius.

Bull.: J. M. Hanssens, Instit. liturg. de ritibus orientali., III, Roma 1932, pp. 532-33; J. A. Jungmann, Missarum semelima, II, Vienna 1949, pp. 506-509; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1950, p. 308. Pietro Siffrin