SYRIA DEA (Συρία Θεά). - La dea siriana per eccellenza, popolarmente Diasura, Jasura, è Atargatis il cui nome sembra derivare da 'Atar (= Astarte), più 'Até (= Attis) quasi a identificare meglio la dea in quanto sposa di 'Attis'.
Il nome fu abbreviato dai Siri in Tar'ātā e dai Greci ridotto a Δεφχτσύ. Essa è stata la prima a giungere a Roma con il suo corteggio itinerante di Galli che, portando l'edicolletta della dea a dorso d'asino, si recavano a consolare i loro correligionari siriani che lavoravano nelle campagne (Fedro 4, 2, 4; Tert. Apol., 13; Apul., Met., VIII, 26). Suoi celebri santuari stavano a Biblo sulla costa fenicia, a Ascolana sul mare della regione palestinese e soprattutto a Bambiké (Mambog) in Siria, detta perciò la 'città santa' (Ierapoli), ora ridotta a un cumulo di rovine presso un grande stagno alimentato da fonti vive; Luciano nel De S. D. ne fa la descrizione. Nell'interpretazione latina la dea è assimilata a Rhea o Era e ha come paredro Hadad, dio della tempesta, raffigurato con tiara cornuta in capo, lunga barba, e fulmine in mano e assimilato a Iuppiter. Erano sacri in modo particolare alla dea le colombe e i pesci, questi ultimi alimentati nella piscina attinente al santuario.
La d. S. non è in fondo che la forma siriana della grande divinità semitica della natura feconda: Ištar in
Babilonia con il paredro Tammüz; Astarte in Fenicia con il paredro Adone; ad onore della qual coppia si celebrava la festa caratteristica dei Giardini di Adone (Ἀδώ-νδος χῆνοι) nella quale vasetti di argilla seminati con pianticelle di rapida crescenza (grano, finocchio, lattuga) venivano disposti attorno alla coppia giacente sotto un padiglione e poi venivano gettati nell'acqua del mare o del fiume più vicino, certamente rito sacromaggio diretto a provocare il crescimento della vegetazione mediante la pioggia irrigatrice delle campagne (Teocrito, Idyll., XV, 109-44). Essa è pervenuta in Siria non dalla Babilonide ma dall'Anatolia attraverso gli Hittiti e questo spiega la presenza dei Galli nel tempio di Ierapoli, affermata da Luciano e confermata da Bardesane, Dialogo delle leggi dei paesi (Patrologia Sirica, II, 490-658, Parigi 1907, tradotto in italiano da G. Levi Della Vida, nella collana «Scrittori cristiani antichi», 3, Roma 1921, p. 49).
Del culto di Atargatis in Roma è documento il santuario delle divinità siriache, scoperto sul versante nord del Gianicolo, presso il «Lucus Furniae»; è costituito da tre edifici sovrapposti con piscina per i pesci sacri. Il secondo edificio fu costruito sotto Commodo da un tal «Gaiónas», Siro elenizzato, il quale nel suo epitaffio si vanta che dopo aver presieduto come giudice i sacri banchetti (δειννοκρίτης), giace in «nulla dovuto alla morte» cioè sicuro della beata immortalità, grazie al pasto di comunione misterica fornito certamente dai pesci sacri alla dea. Fra i ritrovamenti di questo santuario va ricordata una statuetta maschile di bronzo, forse Adone defunto, avvolta entro sette sprie di un serpente, forse le sette zone delle sfere planetarie; tra le sette sprie sette uova di gallina, simbolo di rinascita, che ricordano la sentenza di Arnobio (I, 36) «ovorum progenies di Syri».