TIRO DE MOLINA

TIRO DE MOLINA. - Poeta, n. a Madrid nel marzo del 1584 (e non 1570, come è stato erroneamente ripetuto), m. nel convento di Soria il 12 marzo 1648. T. de M. è pseudonimo del frate Gabriel Téllez, figlio naturale di una Grazia Giuliana e, per certo, di un duca di Osuna.

Se è possibile adunare in una sintesi storica la sua grande produzione drammatica (delle quattrocento commedie, che potrà scrivere, ne rimangono ottanta) e continuatamente seguirle lungo la via della fantasia, altrettanto ricca e non meno evidente, se più certa, è la cronaca della sua biografia, ricostruita ormai su documenti ineccepibili dopo il lungo oblio che lo travolse. Frate esemplare di costumi, di dottrina e di disciplina, onorato da una carriera assai ragguardevole nel suo Ordine, accetta accanto alla regola una missione poetica che non abbandona, in segreto, nemmeno quando si censura come conveniente all'abito ecclesiastico la sua attività di poeta di teatro; e via via trova in un punto sempre più profondo, di là da ogni compromesso, la conciliazione fra l'apostolato e la verità spirituale che la poesia gli dispone. Scarsissimo è quanto si sa del suo ambiente famigliare, e deducibile da quel tanto di autobiografico che inserisce in alcune opere, come Los cigarrales de Toledo, dove parla di una sorella «parecida a sé in ingenio y desdichas»; ed è con tutta probabilità persona fittizia quel nipote don Francisco Lucas de Avila che pubblicò per lo zio la 3ª, 2ª, 4ª e 5ª parte delle Comedias del maestro de M. Entrò a sedici anni fra i Mercedari, nel convento di Guadalajara, pronunziando nel 1601 i quattro voti solenni del suo Ordine, studiò teologia ad Alcalá de He- nares, dimorò a Guadalajara e a Toledo, dove conobbe Lope de Vega, iniziò verso il 1606 l'attività drammatica, passò nelle Indie, a S. Domingo, nel 1616, fu nel 1629 a Salamanca, alle feste in onore di s. Pietro Nolasco, il fondatore dei Mercedari; diventò nel 1640 generale dell'Ordine, e poi storico, seguitando la Historia general de la Orden de la Merced iniziata da Alonso Ramón.

Il parallelismo della sua fervida e sempre più importante attività di religioso con l'inintermedia opera di drammaturgo ci conduce a seguire anche in questa un progressivo approfondimento di temi spirituali e di impegno morale. L'immensa invenzione di Lope de Vega è per opera sua sottoposta a un più attento impegno di osservazione, anzi di meditazione; non perde ancora, come talvolta accadrà in Calderón de la Barca, l'estro nativo, mentre guadagna di vigor riflessivo; ma avvertì che, pur serbando l'incantesimo del giuoco e dell'avventura, la prospettiva sempre più attentamente disposta è quella di una meditazione morale. T. non rinunzia al libero giuoco dell'invenzione comica; e la sua fantasia s'accende con inesauribile fuoco; ma nemmeno trascura quell'attenzione esperta e in apparenza coperta che è del teologo del moralista. A questo proposito è significativo che dei due più ricchi temi di Lope de Vega, il tema dell'amore e il tema della giustizia regale, toccò ai suoi più grandi prosocutori, T. appunto e Calderón, l'uno con El burlador de Sevilla, l'altro con El Alcalde de Zalamea, la definizione poeticamente più rigorosa. Ma l'intellettualismo di Calderón rafferma talvolta l'impeto e oscura l'immagine colorata di un mondo che è ancora fervido nativo in colui che pure inizia l'opera di ordinamento e di classificazione della drammaturgia spagnola.

In due opere meschiate, I giardini di Toledo (1621) e Dilettare insegnando (1635) egli insieme inventa e riflette: tiene lo sguardo orientato sulla novellistica italiana e sulla commedia spagnola, ma la riflessione dell'intelligenza sul dato della fantasia è un principio assiduo: nella seconda opera, poi, la contrapposizione del mondo gnomico e parentesco al mondo dell'invenzione e francamente e scopertamente disposta. L'impegno della riflessività gli consente tuttavia un liberissimo giuoco: è la sua taluna commedia delle più attuali del repertorio spagnolo, come Don Gil dalle calze verdi; è la sua quella leggenda di Don Giovanni (El burlador de Sevilla), che, pur imponendosi una rigida difesa morale, cui si piegano il sarcastico Molière e l'ingenuo Mozart, definisce immortalmente il tipo del voluttuoso e demoniaco eversore d'ogni fedeltà umana e divina. Un velo di ritengo, una parola che ora mormora segreta, ora sorride, ora parla sola, nel torrente verbale che anima la drammaturgia barocca di Spagna: ecco la commedia del Timido a corte, che ridendo intrappola il veghiano estro d'amore; ed ecco, all'estremità opposta, a segnare il termine del suo meditare teologicamente nella cerchia della commedia, il Danmato per manco di fiducia, che fra la spensieratezza edonistica degli uni e la dubitosa angoscia degli altri proponente una parola di severa saggezza.

BIBL.: edd.: Comedias escogidas, a cura di J. E. Hartzenbush, Madrid 1866; Comedias, a cura di E. Cotarelo y Mori, vol. 1914; Obras dramáticas completas, ed. critica a cura di Blanca de los Ríos, vol. 1946 (alla stessa autrice spetta il merito della ricostruzione autentica della biografia di Gabriel Téllez). Studi: M. Menéndez Pelayo, T. d. M., in Estudios y discursos de crítica histórica, vol. III dell'ediz. naz. 1941. Mario Apollonio