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rtrie da cause centrali, cerebrali (lesioni congenite o acquisite per malattie del cervello) o da cause periferiche (difetti o difficoltà dell'apparato di fonazione, balbuzie, blesità, labbro leporino, ecc.); 3) turbe di ordine caratterologico o del comportamento : malattie mentali incipienti o conclamate (schizofrenia, epilessia, psicosi, ciclotimia ecc.); turbe legate a fattori costituzionali o endogeni (amoralità, comportamento asociale, impulsività, anormalità psicosessuale, ecc.); turbe legate a fattori ambientali od esogeni (iperemotività, inibizioni, nevrosi, tic, enuresi, ecc.).

E qui occorre notare che tali manifestazioni possono essere legate a fragilità nervosa costituzionale, sulla quale i fattori ambientali possono scatenare manifestazioni reattive o nel senso di aggressività o nel senso di inibizione; e inoltre che i fattori ambientali possono agire anche su soggetti, normalmente sviluppati sotto l'aspetto fisico e caratterologico, come causa di irregolarità, massime quando la loro azione è assai protratta o agisce sul bambino molto piccolo; questi fattori ambientali possono dipendere dalla struttura del nucleo famigliare (fanciulli abbandonati, orfani, illegittimi, figli di nomadi ecc.) o da sfavorevoli valori educativi famigliari (figli di genitori amorali, di donne facili, di carcerati; fanciulli viventi in ambienti educativamente alterati, ecc.; cf. Scuola italiana moderna, cit. in bibl., p. xxiv). Pure interessante per il pedagogista sono le irregolarità fisiche di ordine neurologico e sensoriali (vista difettosa o assente) udito (sordomutismo).

La cause delle irregolarità possono essere : 1) fattori ereditari; ma ciò avviene di rado ed è pericoloso esagerarne il potere; 2) fattori infettivi : eredolue (su 100 bambini irregolari, il $12,5 \%$ sono eredoluetici sicuri, 13,5 probabili, $14,7$ sospetti); tubercolosi; infezioni da virus (polimorfite, encefalite epidermica o da malattie eruttive); 3) fattori tossici : alcoolismo; 4) fattori traumatici (traumatismi estetrici con lesioni cerebrali o minorazioni; traumatismi cranici dopo la nascita; 5) fattori di carenza : mancanza di iodio, avitaminismo; carenza di sole; 6) fattori ambientali : famiglia, scuola, perturbazioni sociali (cf. ibid., p. xxit).

Per il trattamento dei fanciulli irregolari due discipline devono far convergere i loro studi e i loro sforzi : la medicina, con il sussidio delle scienze affini, e la pedagogia con il sussidio della psicologia.

Tralasciando la parte che riguarda la medicina, l'educazione degli irregolari richiede nel maestro: 1) una specie di vocazione, perché sia fermamente persuaso che compie nel medesimo tempo un dovere e un ufficio altamente sociali e caritativi, e così sia più agile nel superare le difficoltà e i periodi di eventuale depressione; 2) un amore incondizionato all'infanzia e una dedizione o dono cosciente di tutte le proprie energie alla sua missione; 3) studio assiduo delle varie tappe dello sviluppo organico e psichico del fanciullo per scoprirne i moventi intimi del comportamento e della condotta; 4) osservare bene e continuamente i propri alunni con diligenza e con metodo; 5) acquistare una certa genialità per applicare con frutto le norme generali ai cosi individuali; 6) riflettere, finalmente, che molte irregolarità hanno per causa alterazioni

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somatiche; che le variazioni di umore, i capricei, le irregolarità di condotta, l'irrequietezza e anche la violenza hanno per concomitanti condizioni endocrinologiche sulle quali si può agire; e che un lodevole stato di nutrizione è un elemento valido anche psichicamente.

Per i trattamenti particolari, v.: CTECHI; PRENASTENICI; MINORATI PSICHICI; PSICONEVROSI; SORDI. Per l'educazione dell'infanzia trovista, v. RIEGGCAZIONE.

Biel.: oltre alla bibl. alle singole voci sopra elencate, c.; G. Montesano, Assistenza dei minorenni anormali, Roma 1913; G. de Sanctis, Educazione dei deficienti, Milano 1913; id., Neorapistoiatria infantile, Roma 1923; B. di Tullio, Medicina pedagogica emendativa, ivi 1946; G. Montesano, Gli anormali psichici, ivi 1947; G. Covellati, Pensieri ed esperienza di p. emendativa, Bologna 1951 (con ampia bibl.); Scuola italiana moderna, 61 (1952), fasc. 11, dedicato alla fanciullezza irregolare. Celestino Testore

PEDAGOGIA PREVENTIVA. - E quell'aspetto della metodica educativa che consiste nel far conoscere all'educando i suoi doveri e le prescrizioni che gli vengono imposte e poi nel sorvegliarlo con occhio amorevole di padre, servendogli di guida in ogni evento, dandogli consigli e correggendolo in modo da metterlo nella impossibilità di mancare.

Come si fa evidente dalla definizione, la p. preventiva si fonda per una parte sul buon senso e la pietà dell'educando e per l'altra sull'amorevolezza dell'educatore, escludendo ogni castigo violento e cercando di evitare anche gli stessi castighi leggeri. Con questo si è ben lontani dal riconoscere, alla Rousseau, la bontà originaria dell'uomo o dall'escludere a priori, alla Tolstoi, ogni punizione; significa soltanto che si deve avere la convinzione che i fanciulli le molte volte mancano per insufficiente criterio di valutazione, per sventatezza, per l'assenza di una guida e di un educatore. Il quale non deve perciò stancarsi di ripetere le sue osservazioni, mostrando sempre la massima fiducia nella capacità di ricupero e nella volontà di migliorarsi dei giovani. Quanto ai castighi, bisogna pure riconoscere che la natura umana ha talora bisogno di essere costretta dalla severità (ci sono anche nel Vangelo le minacce di punizioni per i peccatori), ma alla punizione non si deve venire senza ragione e giustizia e dopo avere esauriti tutti gli altri mezzi.

L'educatore pertanto dovrà 1) mostrare una grande affabilità, che non sconfini nella debolezza e in quella sciocca arrendevolezza, malamente pietosa, che transige con il male e, per alleviare la fatica e il sacrificio, sopprime il dovere e genera cosi caratteri fiacchi, incapaci di lottare e di vincere. L'educazione, invece, deve unire mitezza ed austerità, non dissimulare nessun dovere per quanto grave ed arduo, ma aiutare con l'esempio a sopportarne il peso e a renderlo leggiero, cosi che l'educando impari a vedere l'amore in quelle cose che meno gli piacciono, come sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di sé, e impari a farle con amore; 2) mostrare e far comprendere che ama intensamente, ma seriamente l'educando, in modo che questi non si senta attratto verso di lui da un senso fatuo e superficiale di simpatia, ma dalla carità ardente, che vede in lui, di cercare le anime per condurle a Dio; 3) mostrarsi disposto ad affrontare ogni disturbo e ogni fatica per il bene dell'educando; 4) non prediligere i caratteri più intelligenti e più buoni, dai quali si ottengono senza fatica le soddisfazioni migliori, ma far oggetto delle proprie sollecitudini i più negligenti e meno arrendevoli; 5) mantenere una vigilanza, attenta, si, ma che non sappia di polizia e di peso; 6) usare confidenza e famigliarità, prendendo interesse ai giochi, alle preferenze dell'educando, magari partecipandovi e aiutandolo a riuscire; 7) studiare il momento buono per fare le osservazioni opportune alla correzione di difetti o alla comprensione del fatto di avere mancato; 8) mostrare, a sua volta, come prensione per la irrequietezza giovanile di fronte a esercizi, anche più, quando sono troppo protratti, o aridi, o pesanti; 9) non dimenticare mai il soprannaturale e che la vita dei Sacramenti è la base di tutto l'edifizio educativo; per cui si deve dire che solo il cristiano, per sé, può praticare con successo la p. p.

Queste ed altre arti, che si possono trovare per i vari
cosi e caratteri particolari, conquistcranno l'animo dell'educando, che amerà e ricorderà sempre il suo educatore; che non si adirerà più delle correzioni, non si avvilirà per le mancanze commesse, non si impunterà per un castigo minacciato o magari inflitto, perché in tutto questo vedrà un avvertimento e un tratto amichevole di chi sa comprenderlo e compatirlo e giungerà facilmente a riconoscere la necessità di un castigo e anche a desiderarlo e persino domandarlo. E anche più facile gli diventerà l'evitare le ricadute nelle stesse mancanze e il conquistare un dominio di sé, sicuro ed efficace per le ulteriori battaglie della vita (v. anche punizione e fremito).

Biel.: s. Giovanni Bosco, Il sistema preventico nell'educazione della stiocento, in B. Fascic, Del metodo educativo di d. Bosco, Torino 1927, pp. 30-42; v. anche: M. Canetti, S. G. Bosco. Il metodo preventico. Brescia 1938: G. Flores d'Arcais, S. G. Bosco. Il metodo educativo. Padova 1941. Celestino Testore

PEDERSEN, Christienn. - Umanista e teologo danese, n. intorno al 1480 a Helsingc, m. ivi il 16 genn. 1554. Studiò all'Università di Greifswald nel 1496 e fu quindi canonico nell'arcivescovato di Lund.

A Parigi pubblicò un vocabolario latino-danese e l'editio princeps des Gestis Donorum di Saxo Grammaticus nel 1514, su manoscritto in seguito perduto. Tornato in patria, iniziò a Lund vari altri lavori storici e divenne intimo di re Cristiano II, sepuodolo anche nell'esilio. Partosi luterano iniziò una traduzione danese della Bibbia. Fu vicino a Cristiano II nella spedizione in Norvegia, ma dopo l'imprigionamento dell'ev sovrano ottenne la proiezione di Federico I ed ebbe il permesso di riciedere a Malmö e di aprirvi una tipografia. Nel 1536 da Cristiano III fu incaricato di tradurre tutta la Bibbia: quest'opera, nota sotto il nome di Bibbia di Cristiano III, compiuta nel 1543 , riveduta da vari teologi, usci nel 1550.

Biel.: V. Waschnitus, P. in Die Religion in Geahichte und Gegensatz, IV, $2^{\circ}$ ed., Tubinga 1930, col. 1057, con bibl.: G. Gabetti, s. v. in Ene. Ital., XXVI, p. 591; E. Jorgensen, Historieforshning og Historieshriening i Danmark indtil aur 1800, Copenaghen 1931, pp. 69-75.

Sdivio Furlani
PEDICINI, Carlo. - Cardinale, n. a Benevento il 2 nov. 1769, m. a Roma il 19 nov. 1843. Entrato giovanissimo in prelatura, nel 1814 fece parte della commissione di Stato, presieduta dal Rivarola, che preparò il ritorno a Roma di Pio VII. Ebbe, nel 1816, la nomina a segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Pio VII, nel Concistoro del 10 marzo 1823 , lo creò cardinale.

Leone XII, appena eletto papa (1823), lo volle suo successore nella prefettura della Congregazione dell'Immunità ecclesiastica, e Pio VIII segretario dei Memoriali e prefetto della Congregazione dei Riti (1830). Gregorio XVI, lo scelse a suo successore nella prefettura della Congregazione di Propaganda Fide (1831) e tre anni più tardi lo nominò vice cancelliere di S. Romana Chiesa. Vescovo di Palestrina il 5 luglio 1830 svolse colà una nobilissima attività pastorale, edificando la facciata della Cattedrale, dando nuova vita al Seminario ed agli istituti religiosi, dimostrandosi largamente prodigo verso i poveri ed i sofferenti.

Il suo nome è perennemente legato alla vita della b. Anna Maria Taigi, di cui fu confidente e direttore spirituale. Dopo la morte della pia donna ne affrettò, con il suo autorevole giudizio, la glorificazione.

Biel.: C. Solotti, La b. A. M. Taigi secondo la storia e secondo la critica, Roma 1922; M. de Camillis, in L'osservatore romano. 20 nov. 1943; Moroni, LII, p. 32.

Mario de Camillis
PEDRINI, Giovanni, detto Giampietrino. Pittore, vissuto nella prima metà del sec. xvi. La sola opera datata, qualora se ne accetti la controversa attribuzione, sarebbe la pala d'altare (1521) di Pavia, già in S. Marino, oggi nel Duomo.

Nella serie di Madonne col Bambino raggruppate sotto il suo nome (oltre alla Madonna Borghese e a quella ad essa vicina nel Museo Poldi Pezzoli, si ricordano la Madonna del Giglio ad Highnam Court e l'altra a Villa Albani;

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la Madonna nel Rijksmuseum di Amsterdam e quelle della collezione Murray a Londra e del Museo del Castello Sforzesco), come nelle Adorazioni del Bambino a S. Sepolcro a Milano e nella collezione Cook a Richmond, è scoperta la derivazione da modelli o disegni di Leonardo, tradott con insistente ricerca di grazia. Più convenzionale è la sua maniera nelle figure di Maddalene (cf. quella a Brera), come in quelle mitologiche e allegoriche attribuitegli (figura femminile in collezione privata, Vicona; Ninfa Egeria, collezione Brivio, Milano; Leda, Castello di Neuwied; Cleopatra e Lucrezia, collezione Simonetti, Roma; ecc.) derivate, con maggiore o minore aderenza, dai modelli di Leonardo. Tra le opere migliori è la pala d'altare nella parrocchiale di Ospedalesti Lodigiano.

Bull.: Venturi. VII, iv, pp. 1044-53; W. Suida, Leonardo mod scia Kreis, Monaco 1020, pp. 212-13; id., s. v. in ThiemeBecker, XXVI, pp. 343-44; T. Borecius, Un lavoro di Giampie. reino non ancora pubblicato, in Illustrac. Vaticana, 19 (1938), pp. 806-807.

Maria Vittoria Brugnoli
PEDRINI, Teodorico. - Missionario di S. Vincenzo de' Paoli, n. a Fermo il 30 giugno 1670, m. a Pechino il io dic. 1746. Entrò nella Congregazione della Missione a Roma il 24 febbr. 1898; dottore in utropae, fu ordinato sacerdote nel 1701.

Il 26 dic. 1703 parti per la Cina. Essendo musico eccellente ed abile costruttore di organi e altri strumenti musicali, Clemente XI gli ordinò di andare a stabilirsi alla corte dell'Imperatore, appassionato di quest'arte. Dopo un viaggio avventuroso, durato sette anni, giunse finalmente, attraverso l'America e le Filippine, a Pechino il 30 genn. 1710. Ma per le gelosie e gli intrighi di corte, dopo alcuni anni di favore e di benefica influenza cadde in disgrazia dal principe per cui dovette subire molte brutalità, e più volte il carcere. Negli ultimi anni si dedicò completamente al lavoro apostolico, costrui un grande collegio missionario e organizzó magnificamente la vita religiosa. Il P. gettò così le nuove basi che permisero lo stupendo sviluppo delle opere missionarie negli anni successivi.

Bull.: Mémoires de la Congrég. de la Mission, China, I, Parigi 1911, p. 86 sgg.; A. B. Duvignera, T. P., Roma 1942. Luigi Franci
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(Int. Andursse)
Pedrint, Giovanni, detto Giampierino - Nativitá - Richmond. Gallerie Cook.

PEDRO V, re del Portogallo. N. il 16 sett. 1837 a Lisbona, m. ivi l'11 nov. 1861. Alla morte della madre Maria II, nel 1853, non era ancora maggiorenne e salì al trono nel 1855 .

Durante il suo regno, il governo del paese rimase nelle mani di elementi anticlericali, per cui le relazioni con la Chiesa furono tese, sebbene nel 1857 venisse composto, in un certo senso, le scisma portoghese delle Indie. Infatti il 21 febbr. di quell'anno Pio IX e Pedro V, ${ }^{i}$ avendo risoluto fare un trattato, nel quale si stabiliscano gli articoli di concordia per la continuazione dell'esercizio dei diritti di patronato della corona portoghese nell'India e Cina ${ }^{2}$, conclusero un concordato negoziato dal card. Di Pietro, pronunzio apostolico in Portogallo, e dal ministro Rodrigo da Fonseca Magalhães. Tale concordato conferiva l'esercizio del diritto di patronato della corona portoghese sulla Chiesa metropolitana di Goa, in India, e di quella vescovile di Macao in Cina. Inoltre la S. Sede consentiva ad accordare l'istituzione canonica ai prelati nominati e presentati dal sovrano ed a sottoporre nuovamente alla giurisdizione della Chiesa metropolitana di Goa le diocesi già sottomesse, a mano a mano che "si anderà concludendo e approvando la circoscrizione delle diocesi suffraganee dell'India", allora di fatto soggette a vicari apostolici.

Bull.: J. de Vilhena, Don P. V e o seu reinado, 3 voll., Coimbra 1921; H. V. Livermore, A history of Portucal. Cambridge 1947, pp. 434-36. Il testo del concordato in A. Mercati, Reavolta di concordati su materie ecclesiastiche tra la S. Sede $e$ le autoritú civili, Roma 1919, pp. 844-52.

Silvio Furlani
PEDROSA, Pedro Cornejo de: v. corNEJO PEDROSA, PEDRO de.

PEETERS, Paul. - Gesuita, agiografo e orientalista, del Collegio dei Bollandisti, n. a Tournai il 20 sett. 1870 , m. a Bruxelles il 18 ag. 1950.

Entrato nella Compagnia di Gesù il 14 sett. 1887, mostrò subito una singolare facilità nell'apprendere le lingue; insegnò infatti, prima ancora degli studi teologici, le lingue classiche e l'ebraico e imparò da sé l'armeno e il russo. Sacerdote nel 1901 e compiti gli studi, passò qualche tempo in Siria, e per salute e per impararvi l'arabo. Nel 1905 fu aggregato al Collegio dei Bollandisti, dove per più di 45 anni attese ad ampie e profonde ricerche e a numerose pubblicazioni agiografiche interessanti la Georgia (s. Romano, Porfirio di Gaza, Ilarione di Iberia, Serapione di Zarama, santa Nino, ecc.), l'Armenia (santa Soufaniù martire, Gregorio l'Illuminatore, ecc.), la Persia (s. Eleuterio-Guhistazad, s. Simeone arcivescovo di Seleucia, il Passionario di Adiabene, santa Golindouch martire, ecc.), la Siria (ss. Simeone stilita il Vecchio e il Giovane, s. Tommaso di Emesa), l'Egitto e Bisanzio. Nel 1930 fu scelto quale consultore della S. Congr. dei Riti per la sezione storica; nel 1933 socio della Reale Accademia Belgica; nel 1941 successe nella direzione del Collegio bollandista al p. H. Delehaye; nel 1942 fu nominato socio dell'Accademia romana di Archeologia. Nel 1946 l'Università di Strasburgo gli conferì la laurea in teologia ad honorem; nel 1947 l'Università di Lovanio

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(per cartone di mano
A. P. Fricici

Peeters, Paul. - Ritratto.
la laurea in filologia e in storia orientale. Quanto fosse stimato nel mondo dei dotti lo dimostrano i due volumi dei Mélanges $P$. $P$., offertigli per il suo ottantennio.

Una completa bibliografia è data dagli Anal. Bolland., 69 (1951), pp. xlviitLix e comprende 160 numeri, la maggior parte articoli pubblicati negli Anal. Bolland. e in molti altri periodici di cultura specializzata. Delle opere a parte meritano di essere segnalate: Bibliotheca hagiographica orientalis, Bruxelles (Beyruth) 1910; Evangiles apochryphes, 2 voll., Parigi 1911-14; Histoires monostiques géorgiennes, ivi 1922; L'oeuvre des Bollandistes, Bruxelles-Parigi 1942; Figures bollandiennes contemporaines, ivi 1948; Orient et Byzance. Le tréfonds oriental de l'hagiographie byzantine, Bruxelles 1950; Recherches d'hist. et de philologie orientales, 2 voll., ivi 1951. Cooperò inoltre abbondantemente agli Acta SS. Novembris, III, IV, V, e ai voll. del Martyrologium Hieronymianum e del Martyrologium Romanum.

BibL.: P. Devos, Le rév. p. P. P., in Anal. Bolland., 69 (1921), pp. I-xLviII. Celestino Teatore

PEGNO, DIRITTO di. - I. Nozione. - E il ins in re per cui il creditore ha una garanzia speciale su un bene mobile e costituisce una delle cause legittime di prelazione. Il debitore deve rispondere dell'adempimento delle obbligazioni contratte con tutti i suoi beni presenti e futuri; in linea generale, i creditori hanno uguale diritto di essere soddisfatti sui beni dei debitori. Tuttavia questo principio, della parità di concorso dei creditori (garanzia generica) nei confronti del comune debitore, subisce una limitazione allorché sopravvengano cause legittime di prelazione. In tal caso non tutti i creditori concorrono alla pari nel soddisfacimento dei loro crediti, ma taluni di essi possono soddisfarsi su di un determinato bene del debitore con precedenza, escludendo cioè il concorso degli altri creditori (garanzia specifica).

Il p. è uno dei modi in cui detta garanzia specifica si attua; esso consiste in un diritto reale sulle cose mobili altrui, il cui possesso viene trasferito al creditore a tutela del suo credito e con facoltà di soddisfarsi sul valore di esse con preferenza di ogni altro creditore.
II. Nel Diritto italiano. - Il p. si costituisce di solito mediante contratto del quale sono parti il creditore e il costituente, detto oppignorante. L'oppignorante oltre che il debitore può essere anche un terzo (datore di p.). In tal caso le parti del contratto di p. (sussidiario) sono diverse da quelle del contratto (principale) da garantire.

Perché il contratto si perfezioni e sorga di conseguenza il diritto reale di p. è condizione essenziale che il possesso del bene oggetto del p. sia conferito al creditore o anche a un terzo designato di comune accordo dalle parti (art. $2766,1^{\circ}$ e $2^{\circ}$ comma); tale conferimento ha infatti la particolare funzione di costituire una speciale forma di pubblicità parallela alla pubblicità cui dà luogo l'iscrizione nel caso dell'ipoteca (v.). Ed è per tali ragioni che si richiede ai fini della prelazione un possesso effettivo della cosa nelle mani del creditore o del terzo (art. 2787 cpv.). E necessario inoltre, per la costituzione del p., che il contratto risulti da scrittura con data certa, la quale deve contenere anche una sufficiente indicazione del credito e del bene oppignorato.

Possono costituire oggetto di p. soltanto i beni mobili (non registrati) di qualunque natura : e quindi cose
mobili, crediti (pignus nominis, art. 2809) e inoltre le azioni, il diritto di autore, i titoli di credito, diritti di usufrutto mobiliare (art. 2806) e universalità di mobili, cioè pinacoteche, biblioteche, collezioni ecc. (art. 2784). E contro. verso se possa essere ammesso anche il p. di aziende.

L'effetto caratteristico del p. è l'attribuzione al creditore pignoratizio del diritto di prelazione. Nell'esercizio di tale diritto il creditore non può agire direttamente, ma ha il potere di iniziativa diretta a far espropriare il bene gravato; può in caso di inadempimento far vendere la cosa ricevuta in p. (ius distrahendi) secondo forme preatabilite (artt. 2796 e 1769). Del pari il creditore può chiedere la vendita dalla cosa data in p., nel caso che essa si deteriori e possa divenire insufficiente a garantire il credito. Uguale potere è concesso al costituente nel caso di deterioramento e qualora si presenti un'occasione favorevole (art. $2795,3^{\circ}$ e $4^{\circ}$ comma).

La vendita è quindi prevista dal Codice in funzione di due fini diversi : come atto esecutivo a vantaggio del creditore (art. 2796) e come atto conservativo a tutela degli interessi del creditore e insieme del costituente (art. 2795).

Il p. si estingue quando l'obbligazione sia stata interamente soddisfatta o comunque sia estinta per cause diverse dall'adempimento. Si estingue anche quando sia sopravvenuta la perdita del possesso del bene dato in p.; viene meno in tal caso ogni effetto di garanzia, ma la legge (art. 2789) concede al creditore la facoltà di recuperare il possesso della cosa; ciò fatto, riprende vita il p.

Estintosi il p., il creditore deve restituire la cosa oppignorata, salvo che esista un altro debito sorto posteriormente al p. e scaduto prima che sia pagato il debito anteriore. In tal caso il creditore ha il diritto di ritenzione e garanzia del nuovo credito (art. 2794 cpv.).

Si ha inoltre il cosiddetto p. irregolare, quando la garanzia ha per oggetto cose fungibili. In tal caso si ha trasferimento di proprietà dell'oggetto del p. e il creditore, all'estinzione del rapporto, dovrà restituire il tantundem eiusdem generis et qualitatis. Un'applicazione del p. irregolare è prevista dall'art. 1631, a proposito della anticipazione bancaria su p., ma estensibile anche ai rapporti non bancari.
III. Principi morali. - 1) Tra creditore e debitore, prima della sentenza del giudice possono farsi anche patti privati, contrari ai dispositivi di legge positiva, salvo il diritto, in linea di stretta giustizia, di richiamarsi, quando si voglia, ai dispositivi di legge. Il primo diritto è dato dalla legge naturale, il secondo dalla legge positiva.
2) Perché sia lecito rivendicare i diritti inerenti all'oppignoramento presso un terzo, si deve rispettare la legge positiva, altrimenti il terzo sarebbe spogliato di un diritto legittimamente acquisito e in base alla legge naturale e a quella positiva. Il terzo che abbia acquistato con titolo valido può ritenere legittimamente la cosa, prima della sentenza del giudice, a meno che non abbia implicitamente acconsentito alla restituzione al momento dell'acquisto.
3) Il privilegio che vien dato dalla legge positiva a certi creditori non può essere insidiato con frode da altri; ma avendo ciascun creditore diritto di essere soddisfatto, non può condannarsi il creditore di ordine inferiore, che, senza frodi, faccia valere il suo diritto prima del privilegiato di ordine superiore.
IV. Nel Diritto canonico. - La datio in pignus, comportando quasi il pericolo di perdere la cosa, è sottoposta a speciali cautele.

Cosi, dovendosi oppignorare beni ecclesiastici si richiede, oltre la giusta causa, la licenza del legittimo Superiore (a norma del can. 1532), il quale deve esigere che sia sentito il parere degli interessati e inoltre deve procurare che il debito sia pagato nel più breve termine possibile (can. 1538). Per il resto si rimanda al diritto delle singole nazioni, anche per quanto riguarda i beni ecclesiastici.

BibL.: cf. i testi di diritto civile, di diritto canonico e teologia morale. Ad es., S. Sipos, Eucharidion iuris canonici, Fecs 1940, p. 850 ; D. Barbera, Sistema istituzionale del diritto privato italiano, I, Torino 1949, p. 126; II, pp. 120 sgg., 138 sgg.; V. Heylen, Tractatus de iure et iustitia, Malines 1940, p. 362 sgg. Francesco Ercolani

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PÉGUES, Thomas. - Teologo domenicano, n. a Marcillac (Aveyron) il 2 ag. 1866, m. a Dax il 28 apr. 1936.

Religioso nel 1888 e sacerdote l'i i giugno 1892, gli fu affidato l'insegnamento della teologia, che tenne per oltre quarant'anni, prima a Tolosa nell'Istituto cattolico, poi a Roma all'Angelicum dal 1909 al 1921. Fu poi reggente degli studi nella sua provincia di Tolosa. Nel 1928 venne chiamato a dirigere lo Studio della provincia romena a S. Domenico di Pistoia, dove rimase fino al 1935. Appassionato cultore di s. Tommaso, consacró tutta la vita a farlo conoscere con l'insegnamento e con scritti, ricchi di indagine penetrante.

Opere principali: Jésus-Christ dans l'Evangile (Parigi 1899); Initiation thomiste (Tolosa 1921); St Thomas d'Aguin. Sa vie par Guillaume de Tocso (ivi 1923); Aperçus de philosophie thomiste et de propédentique (Parigi 1927); Commentaire frantais littéral de la Somme Théologique de st Thomas d'Aquin (xi voll., ivi 1907-32): è il capolavoro cui resta legato il nome e la fama dell'autore; traduzione e commento a tutta la Samma teologica, in cui il P., aderendo scrupolosamente al testo, spiega e illustra s. Tommaso con s. Tommaso, senza divagazioni inutili ed sovraccarico d'erudizione, ma con profondità di vedute e trasparenza di stile. Si deve a questo commento se s. Tommaso fu gustato da un grande numero di studiosi e dotti laici, i quali solevano considerare l'opera dell'Aquinate come cosa antiquata più che dottrina viva e vivificante. A compimento il P. aggiunse un Dictionnaire de la Somme Théologique de st Thomas d'Aquin et du Communnire franfais littéral (2 voll., ivi 1935), che ne sono il compendio ordinato e intelligente; Propaedeutica thomistica ad sacram theologiam (Pistoia 1931): lavoro originale sul modello della Samma di s. Tommaso, di cui imita anche il metodo e lo stile. Insieme con il p. Ceslao Paban, il P. collaborò pure alla nuova edizione delle Defensiones del Capreolo (iv.), 7 voll., Parigi 1898-1908). Scrisse inoltre numerosi articoli d'indole filosofica e teologica; notevole quello su L'hérésie du renouvellement, nella Rev. thomiste (del 1907), contro il modernismo, che preluce alla condanna dell'onciel. Pencendi promulgata due mesi dopo.

BibL.: A. Silli, Il p. maestro T. P. Lettera-necrologio, in Mem. domenicane, 1936, pp. 193-96; R. Garrigou-Lagrange, Le p. T. P., in Rev. thom., 41 (1936), pp. 441-42.

Umberto Degl'Innocenti
PÉGUY, Charles. - Scrittore, n. a Orléans il 7 genn. 1873 , m. in combattimento a Villeroy il 5 sett. 1914. Nel 1894, studente del primo corso all'École Normale di Parigi, si iscrisse al Partito socialista. L'idealismo di stampo proudhoniano anziché marxista (De la cité socialiste, 1897; Marcel, premier dialogue de la cité harmonieuse, 1898) e la schiettezza della sua condotta lo isolarono ben presto dai politici del Partito, specie dopo l'affare Dreyfus nel quale s'era vittoriosamente battuto.

Avendo quindi intrapreso una revisione del concetto e della metodologia della storia allora imperanti sulle sattedze francesi, sotto il segno di Taine e di Renan, non tardò ad avvedersi come quello sterile e ristretto determinismo, comune e all'individualismo capitalistico dei radicali e alla lotta di classe dei dirigenti socialisti, avesse scavato una paurosa frattura nella storia della Francia cristiana e comunitaria.

Di qui, la determinazione di dedicarsi alla impresa editoriale che "doverà trionfare grazie alla sola forza rivoluzionaria della verità " e rifar così il pubblico francese. Il 5 genn. 1900 esce da una redazione di fortuna il primo dei Cahiers de la quiazione, che proseguiranno, con la medesima dimessa e suggestiva sprezzatura, sino alla morte di P. Collaborano ad essi J. Lotte, H. Ghéon, R. Rolland, L. Gillet, C. Sorel, J. Benda, i Tharaud; ma l'animatore e l'autore fondamentale è sempre $P$. che ne fa quasi un commovente carteggio personale con i suoi lettori. Nella sua istintiva fedeltà al reale, non tarda a scoprire la fonte degli eventi storici nel conflitto tra il peso della terrena miseria e l'insopprimibile anelito del-
'uomo alla libertà. La contemporanea lezione di Bergson lo eccita all'approfondimento dialettico; ma, in quella, miseria e libertà gli si rivelano eredità della caduta e misteriosa filiazione da Dio stesso agli uomini.

Ciò che per il filosofo restava pura passione intellettuale, per P. diventa ora angoscioso dilemma. La città non si salva con le sole forze umane, confessa nel 1902 (Jean Conte) : l'infermità del peccato le danne. Quest'inquietudine lo arrondita, finché nel sett. 1908, durante una malattia, cade repentinamente alla certezza della Grazia. Da quella data P. affida la sorte propria e dei Cahiers alla Vergine; Cito (1909), L'Argent (1913) e i grandiosi arazzi lirici Le mystère de la charité de feanne d'Arc, 1910; Le Porche du mystère de la deuxième vertu, 1912; Le mystère des Saints Innocents, 1912; La tapisserie de ste Géneviève et de ste feanne d'Arc, 1913; La tapisserie di Notre-Dame, 1913; Eve, 1913, sono le espressioni più eloquenti di questa confessione di fede cattolica, che chiede di supplire al difetto dei Sacramenti con l'esercizio eroico della carità.

La fedeltà delle pagine al grande e ricorrente respiro delle preghiera seudica spirito e cose dall'indifferenza abituale in cui l'abitudine le immobilizza, inserendole nell'ordine vivo del creato. La poesia, essa stessa, diventa atto d'amore: strumento di testimonianza, d'imitazione del Creatore, dove prende forma il legame misterioso tra il carnale e lo spirituale. Le sue migliaia di quartine, pochi motivi delle quali sostengono la vasta armatura, rappresentano lo sforzo sctinato e felice d'un poeta che ha tentato, mediante la monotonia stessa del suo discorso lirico, d'aver ingresso in una durata intemporale, e di condurvi con sé il proprio ascoltatore.

BibL.: J. Tharaud, Notre cher P., Parigi 1925; M. Pequy, La vocation de Ch. P., ivi 1926; E. Mounier, Le pensée de Ch.P., ivi 1931; H. Daniel-Rops, P., ivi 1933; D. Halévy, P. et les Cahiers de la Quinzaine, ivi 1940; M. Péguy, Destin de Ch. P., ivi 1941; R. Secretain, P., soldat de la vérité, Marsiglia 1941; A. Beguin, La prière de P., Neuchâtel 1942; R. Rolland, P., Parigi 1944; J. Delcporte, Connaissance de P., ivi 1944; A. Roussemx, Le prophète P., Neuchâtel 1946; R. Johannet, La vie de P., ivi 1950. Antonio Spallino
PEIRESC, Nicolas-Claude Fabri de. - Umanista poligrafo, n. a Beaugensiers sul Varo il $1^{\circ}$ dic. 1590, m. a Aix in Provenza il 24 giugno 1637.

Viaggiò per l'Isola fino a Malta, la Germania, la Austria, la Grecia, la Turchia, l'Egitto, l'Asia Minore; poi in Inghilterra, Olanda, nelle Fiandre. Nel 1607 divenne magistrato e quindi membro del Parlamento di Aix. Fu collezionista di monete, di manoscritti, di minerali, di copie di iscrizioni e di sarcofagi, anche cristiani; ebbe una cospicua biblioteca, dispersa dopo la morte, come le sue collezioni. Si occupò di tutte le scienze e fu in relazione con i dotti del tempo. Ph. Tamizey de Laroque ha pubblicato 7 volumi della sua corrispondenza nella Collect. de docum. inéd. de l'hist. de France (Parigi 1888-98). La Biblioteca nazionale di Parigi conserva molti disegni da lui raccolti, specie nel ms. franc. 9530 e nel ms. lat. 8958. Egli scoprì a La Gayolle il celebre sarcofago cristiano (Wilpert, Sarcofagi, I, p. 7 e tav. 1, 3), poi riadoperato per la sepoltura d'una Syagria, e l'altro usato per Ennodius Felix figlio di Magno, console nel 460 , che P. acquistò e che era è andato perduto (L. Chaillan, in Bull. archéol. du Comité, 1913, p. 317, tavv. 25-26). Il calice di Sugerio dell'abbazia di St-Denis, portato al Louvre e ivi rubato nel 1804, fu identificato nella collezione di J. E. Widener in Filadelfia da Seymour de Ricci per mezzo della descrizione e del disegno di P. (Un calice du trésor de St-Denis, in Comptes rendus de l'Acad. des inscr. et belles lettres, 1923, pp. 335-39). P. descrisse a Girolamo Aleandro, bibliotecario della Vaticana (cod. Barb. lat. 2154, foll. 104 r-109 v), il codice, ora perduto, contenente il cronografo del 354 (v.) da lui ottenuto in prestito da Cristoforo di Assonville di Arras e non restituito; la lettera in data 18 dic. 1620 da Parigi fu pubblicata da T. Mommsen (MGH, Auct. antiquiss., IX, I, Berlino 1892, pp. 19-29); i disegni del Calendario conservati parte in detto codice, parte tra le carte di G. Marini (cod. Vat. lat. 9135) furono editi da J. Strzygowski (Die Ka-

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(fot. Audbert)
Peiresc, Nicolas-Claude Fabri de Ritratto dipinto da L. Finson (15801617) - Aix-en-Provence, Museo P. Arbaud.
lenderbilder des Chronographen vom Jahre 354, in Jahrbuch des dents, archaeologischen Instituts, Berlino, I [1888]).

Bibl.: H. Leclercq, s. v. in DACL, XIV, t. 1-40; G. CahenSalvador, Un grand humaniste: P., Parigi 1951. Enrico Josi

PELAGIA, santa, martire. E commemorata nel Martirologioromano e nei Sinassari greci il 9 giugno, ma il vero "dies natalia" è l'8 ott., come attesta il Martirologio siriaco.

Perlad Antiochia nella persecuzione di Diocleziano; sul suo
sepolcro fu eretta una chiesa, nella quale s. Giovanni Crisostomo recitò un discorso. Da questo si rileva che P. era una fanciulla di 15 anni; sorpresa sola in casa dai soldati che volevano arrestarla, e temendo per la sua purezza, con uno stratagemma riusci ad eludere la loro sorveglianza e si precipitò da una finestra, giungendo a terra cadavere.

BibL.: s. Ambrogio, De virginibus, III, 7; PL 16, 241-42; s. Giovanni Crisostomo, Hamelia: PG 30, 579-84; Acta SS. Talii, II, Parigi 1867, pp. 153-62; H. Delehaye, Les origines au culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, p. 198; Martyr. Romanum, p. 230.

Agostino Amore
PELAGIO e PELAGIANESIMO. - I. VITA. N. in Inghilterra (non in Irlanda) verso il 354 , m. forse nella regione di Alessandria ca. il 427. Prima a Roma, dove si stabili forse ca. l'anno 384 e dimorò a lungo, poi in tutto l'Occidente, esercitò un profondo influsso. Oratore, controversista e scrittore, P. acquistò negli ambienti religiosi uno straordinario prestigio, non in quanto prete o in quanto monaco, nell'eccezione moderna del termine, ma in quanto "dottore laico ", indipendente. Per quanto il suo sistema sia scaturito dallo sviluppo logico di talune sue osservazioni, P. si ricollega intellettualmente all'ambiente dell'Ambrosiaster e a certi influssi della scuola di Antiochia (Rufino di Siria), in reazione alle tendenze spiritualiste neoplatonizzanti e alla corrente, allora diffusa, di pietà mistica e popolare.

Il suo influsso si estese in Campania, in Sicilia, in Africa, nella Gallia e nell'Inghilterra. Arrivò fino ad Efeso nel 413 e a Rodi. Dapprima Celestio e Giuliano d'Eclano, poi Aniano, Turbancio e Agricola lavorarono intensamente per la diffusione delle sue idee. Nel 410, quando Alarico invase l'Italia, P. se ne allontanò; dopo un breve soggiorno in Africa, si stabili a Gerusalemme, accolto dal vescovo Giovanni, ma subito fu ritenuto sospetto da s. Girolamo. Condannato nel 418 dal Concilio di Cartagine, e già compromesso per certi incidenti tumultuosi avvenuti a Bellemme verso la fine del 417, P., senza aver sconfessato i propri principi, lasciò ai discepoli l'incarico di continuare la lotta. Si crede di ritrovare le sue tracce in diversi punti d'Oriente: ad Antiochia, dove sarebbe stato condannato di nuovo (ca. l'a. 425), nella regione di Ales-
sandria, dove probabilmente mori (ca. il 427). Nulla autorizza a credere che abbia fatto ritorno in Inghilterra.

Mirabile scrittore, moralista generoso e severo nello stesso tempo, P. non possedeva né il senso della tradizione, né l'intuizione delle realtà soprannaturali (Orosio, Apol., 29). Senz'aver avuto moi, forse, l'idea di fondare una setta dissidente, spinto dal solo desiderio di rialzare il livello comune della moralità cristiana, si trovò condotto dalla logica di principi troppo elementari e dallo stimolo di uno zelo non illuminato a costruire e difendere una dottrina eierodossa, che esercitò un'immensa seduzione.

L'opera di P. è vasta; si sono perduti un trattato in 3 libri sulla 'Trinità (C. Martini, Quatuor fragmenta Pelagio restituenda, in Antonianum, 13 [1938], pp. 293334); il Libro delle testimonianze (citazioni scritturistiche); un trattato De natura; un trattato De libero arbitrio; due lettere sulla Grazia ai vescovi Costanzo e Paolino di Nola; un commentario al Cantico dei Cantici.

Rimangono (sotto il nome di s. Girolamo) : un'opera esegetica importante: Expositiones epistolarum s. Pauli (ed. A. Souter, in Texts and Studies, IX, Cambridge 1926); un'opera morale notevole per la sua unità e il suo colorito letterario: Epistola ad Demetriadem (PL 30, 15-45); un trattato De vita christiana, per lungo tempo attribuito a s. Agostino o a Fastidio (PL 40, 1031-36); molte lettere di esortazione, tra le quali : Epistola ad Celestiam (CSEL, LVI, 329-56); un elogio De virginitate (PL 30, 163-75); un trattato De costitute (ed. C. P. Caspari, Christania 1890, pp. 122-67) e vari frammenti di lettere a Livana; due trattati polemici: De divitiis et de malis doctoribus, De operibus fidei (ed. C. P. Caspari, ivi 1890, pp. 25-113),

Bibl.: le opere di P. non sono state trasite in un Corpus. Vari frammenti presso s. Girolamo (Dialop. others. Pelagius.: PL 35, 493-590) e s. Agostino (De natura et Gratia: CSEL, XLII, 123-206). Lettere esorcatorie (PL 30) e trattati ascetici o polemici, ed. C. P. Caspari, Briefe, Abhandlungen... aus dem zwei letzten Jahrhunderten des Kirchlichen Altertums, Crasianis 1890. Un testo non ancora dimostrato autentico: De inderatione cordis Pharaonis, scoperto da G. Morin, è stato pubblicato da G. de Plinval, in Essai sur le style et la langue de Pelage (Collectanea Friborgentio), Friburgo 1047. Antichi documenti su P.: s. Agostino, De gosits Pelagii (CSEL, XLII; PL, 40, 319-80). Paolo Orosio, Liber apologeticus (CSEL, V, 601-64); M. Mercatore, Communist. de Caelestio (PL 48, 63-106). La figura di P. è stata rinnovata dagli studi di G. de Plinval, Pelage, ses écrits, sa vie et sa réforme, Lasanna 1943; id., Essai sur le style... cit., cf. Revue d'hist. eccl., 44 (1949), pp. 5-21.

II. La dottrina. - 1. Prime manifestazioni. - Agli inizi, l'insegnamento di P., motivato da preoccupazioni di carattere morale, si presentò con un aspetto essenzialmente pratico: una dottrina ricca di ascetismo entusiasta e intransigente, volta soprattutto a criticare l'uso delle ricchezze e a ridurre i consigli evangelici di povertà e castità in altrettanti precetti assoluti. Il rigorismo di P.
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(fot. Enc. Catt.)
Peiresc, Nicolas-Claude Fabri de - Lettera autografa di P. a G. Aleandro (18 dic. 1620) - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 2154, f. 109 *.

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tendeva a imporre a tutti i fedeli l'osservanza integrale dei precetti e dei consigli divini. Tale dottrina esagerata, fremente però di generosità, pose l'accento soprattutto sull'idea delle sanzioni eterne: premio in cielo o castigo nell'inferno. In realtà costituì una reazione contro talune tendenze, che allora si manifestavano, troppo concilianti e che riducevano la vita religiosa a una semplice adesione esterna alla Rivelazione cristiana (dottrina della fede senza le opere), oppure alla sola recezione del Battesimo, sufficiente (cosi riteneva Gioviniano) ad assicurare la santificazione definitiva. Nell'insistere sull'applicazione dei doveri concreti (Vita christiana, Laus virginitatis), P. finl con l'elaborare la dottrina dell'impeccantia. L'uomo può e deve porre ogni sua cura nell'osservare, senza esclusioni o tentennamenti di sorta, i divini comandamenti; con l'adempimento integrale della legge divina, l'uomo si avvicina alla "Giustizia"; la sua vita diventa in tal modo un ininterrotto e accetto sacrificio di lode a Dio. Questo ideale avrebbe potuto includere l'esigenza della Grazia, ma P. lo costrui deliberatamente sul solo fondamento delle disposizioni personali dell'uomo, su uno sforzo coscicnte e costante della volontà umana (Lettera a Demetriade); la sua morale è fondamentalmente volontarista.
2. La questione della Grazia. - P. riconobbe che di molti benefici è stata arricchita la natura umana da Dio: a) la Grazia della creazione, mediante la quale Dio ci ha dato la ragione e la libertà; b) la Grazia della remissione dei peccati : il Battesimo e la Penitenza ci riportano allo stato di innocenza; c) la Grazia dell'insegnamento, la quale comporta i diversi precetti della Legge, le dottrine della Scrittura, l'esempio salutare di Gesù Cristo, che tutti i cristiani devono imitare. Ma aveva un'idea cosi alta dell'autonomia e della rettitudine della ragione umana e del pieno esercizio della libertà, da non ammettere che questa possa subire altro influsso all'infuori di quello che proviene dall'accecamento indotto dai peccati o dall'abitudine; nessuna forma atavica, nessun intervento soprannaturale esterno (non l'influsso del demonio, non l'azione della Grazia nell'intimo della coscienza) possono far sentire il loro peso sui nostri giudizi, favorire o forzare la nostra scelta, prevalere sulla volontà. La nostra responsabilità è illimitata. La Grazia, l'accostamento, cioè, ai benefici di natura divina (promesse dalla salvezza), concessa egualmente a tutti, per lo meno a tutti i cristiani, consiste prevalentemente in una rivelazione dei Misteri, nella presentazione dei precetti e degli esempi del Vecchio Testamento e del Vangelo, fors'anche in un aiuto sempre proporzionato ai meriti e condizionato dalle opere antecedenti e susseguenti; non si tratta davvero di una "mozione" o di una misteriosa attrattiva o di un certo privilegio che dipende dalla libera elargizione di Dio: "Dio non fa distinzione di persone" (De natura, De libero arbitrio).
3. Teoria dello stato originale dell'uomo e valore del Battesimo. - Partendo da tali principi, P. fu indotto a combattere implicitamente la dottrina del peccato originale. L'anima, la quale non proviene dalla generazione umana, ex traduce, ma è creata immediatamente da Dio, non può, venendo al mondo, portare il peso di un peccato anteriore alla nascita, completamente estraneo alla coscienza e alla volontà dell'individuo (Exp. in Rom., V, 12; ed. Souter, pp. 46-47); considerata cosi in se stessa è neutra dal punto di vista morale, ma nondimeno capace, mediante le facoltà di cui è dotata, di innalzarsi da se stessa, in una certa misura, alla virtù, a ciò che Pelagio chiama «la santità naturale» ( $E p$. ad Demetriadem, 2-3; De libero arbitrio). Una tal concezione dell'integrità originale indusse Pelagio a deprezzare il Sacramento del Battesimo. Poiché il peccato personale di Adamo ha avuto soltanto conseguenze fisiche (mortalità, malattie) e, moralmente, non ha altro valore
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(Int. Enc. Catt.)
Pelagia, santa, martire - Incipit della Vita con miniatura. Il codice contiene il Menologium metaphysitium Octubris - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 1670, f. $63^{2}$ (sec. xit).
che quello di un cattivo "esempio", senza che apporti alcuna diminuzione alle disposizioni soprannaturali dell'uomo, il Battesimo, se è indispensabile ai pagani per la loro salvezza e agli adulti per la remissione dei loro peccati personali, perde qualsiasi significato quand'è amministrato ai bambini (parculi) che sono innocenti per definizione. Lo si può amministrare ai bambini per convenienza e per garantire loro l'ingresso nel "regno dei cieli", ma è un vero e proprio abuso dire che si conferisce ai bambini in remissionem peccatorum.
4. Libertà e predestinazione. - Per timore di dover sostenere controversie compromettenti, P. non espresse il suo pensiero preciso sulla questione del Battesimo; pose invece il libero arbitrio come asse del suo sistema (Testimon. lib.). Il dono della libertà è un privilegio incomparabile che Dio ha dato all'uomo; è una facoltà, mediante la quale, mentre l'ha distinto dalle altre specie, Dio ha innalzato l'uomo alla dignità di "esecutore volontario" dei propri pensamenti. Questo potere comporta come corollario la possibilità di rifiutare di compiere la volontà di Dio: per conseguenze, il permesso di peccare. L'uomo può scegliere tra il bene e il male; per lasciargliene tutto il merito, Dio non interviene nella sua decisione ( $E p$. ad Demetr., 2-3). Secondo un'espressione di Giuliano d'Eclano, che occorre interpretare nel valore giuridico delle parole: «L'uomo mediante il libero arbitrio si è trovato emancipato da Dio» (s. Agostino, Op. imperf., 1, 78).

La prima tappa della morale pertanto consiste nel prendere coscienza di questa ammirabile libertà; in genere, l'uomo non ha la misura esatta delle forze, che sono in suo potere. Egli non si rende conto di avere la capacità di acquistare con i propri mezzi la virtù, la giustizia, la santificazione (Ep. ad Demetr., 8). Incoraggiato dall'esempio deve sforzarsi di diventare per gli altri un esempio vivente. La morale pelagiana è una morale di onore (Virginum laus, 12 e 16). Questa concezione autar-

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chica della virtù indusse i pelagiani a sottovalutare o a ripudiare alcuni aspetti essenziali della vita religiosa: il senso della fragilità umana e quello della tentazione, la virtù dell'umanità, la fede nell'efficacia dei Sacramenti e delle azioni sacerdotali, l'utilità delle preghiere per gli altri, la riversibilità o la solidarietà dei meriti e delle sofferenze : in una parola, la Comunione dei Santi. Il pelagianesimo è una religione individualista, che rifugge da qualsiasi considerazione di carattere sentimentale o mistico e che si estrinseca principalmente nel fare atti di giustizia (De vita christiana).

Tale concezione contiene gravi errori psicologici, metafisici e soprattutto dogmatici. Il pelagiano, imbevuto dell'idea della propria libertà, misconosce le reali condizioni nelle quali si svolge la nostra attività, le incertezze della volontà, le cadute possibili o inevitabili : "L'uomo può, se vuole, non cadere in peccato" (Testim. lib.). Una tale mentalità esclude l'idea di un aiuto da parte di Dio, abituale o frequente, come pure il bisogno di ricorrere a una Grazia concreta, relativa a ciascuno dei nostri atti. I pelagiani rigettano soprattutto l'idea di un infiacchi. mento della primitiva libertà : il peccato di Adamo (o piuttosto di Eva) non influisce minimamente sulla nostra condizione originaria. Esso non può costituire l'oggetto di una trasmissione ereditaria; non ha oscurato né corrotto la ragione umana; non ha limitato affatto la nostra autonomia né ha attentato alle nostre disposizioni alla virtù e alla giustizia. Comunque ai cristiani il regno della Grazia e il beneficio del Battesimo hanno restituito tutti questi doni (De natura).

Ripugna, d'altra parte, alla bontà di Dio, "sorgente di ogni equità e giustizia", l'aver potuto emettere una condanna generale o a priori contro le sue creature. Egli, che rispetta l'indipendenza delle stesse, conosce soltanto nella sua prescienza il merito o il demerito che le creature possono acquistare. Non esiste, dunque, la "predestinazione"; c'è soltanto "vocazione", appello cioè svincolato da qualsiasi violenza. I pelagiani reagirono con estrema energia contro il fatalismo diffuso in certi ambienti popolari o monastici e contro una falsa interpretazione della dottrina agostiniana della Grazia, quando ci si ostinava a scoprire in loro la negazione del libero arbitrio e l'assoggettamento irrevocabile del nostro destino ad una scelta tirannica di Dio. L'apologia del libero arbitrio ha costituito l'idea direttrice del pelagianesimo e uno dei fattori più importanti del suo successore.
5. Diffusione e crollo del pelagianesimo. - Il pelagianesimo si diffuse soprattutto nella società romana e in Occidente come un largo movimento di restaurazione morale, che richiedeva a tutti i fedeli l'osservanza integrale della legge di Dio, mirando cosi a diffondere un ideale di giustizia perfetta e a costituire in questo mondo stesso la "Chiesa immacolata" senza rughe ". Tra il 411 e il 515 una tale concezione, sottolineata praticamente dal dovere di abbandonare le ricchezze, incontrò grandissimo favore in Italia, specialmente in Sicilia (s. Agostino, Ep., 157).

Ma fin dal 411-13, Celestio, esplicitando un aspetto del pensiero di P., cominciò a combattere la pratica del Battesimo dei bambini, nugò l'esistenza del peccato originale e sostenne decisamente l'assoluta indipendenza del libero arbitrio (propaganda in Africa; trattato delle Definizioni). Dovunque si stabilì, suscitò vivaci polemiche: a Cartagine, a Efeso, a Costantinopoli. P., meno combattivo, cercò di attenuare gli aspetti irritanti della sua dottrina, si piegò alle formole di conciliazione sulla cooperazione necessaria della Grazia (Concilio di Diospolis, 415), ma difese, non senza talento, i diritti natu