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ganizzate, 780 membri, 5 scuole con 300 alunni. La Pentecostal Holiness Church aveva, da parte sua, pochi missionari nel sud-Africa, nella Cina meridionale, nell'America centrale. Recentemente i p. hanno tentato di svolgere la loro propaganda in Europa, ma con scarso successo. Nelle statistiche generali delle denominazioni religiose degli Stati Uniti, i p. sono posti sotto la voce metodisti, dai quali derivano.

Bibl.: S. H. Fradsham, With Signs Following. The Story of the Letter-Day-Pentecostal Revival, Springfield Me. 1928; anon., Congregazione cristiana denominata pentecostale. Brevi cenni sull'organizzazione della medesima, Roma 1929; C. Crivelli, Sguardi sul mondo protestante, I, ivi 1949, pp. 21, 22, 31, 39, 63, 109, 123, 221; F. Spadafora, 1 P., $2^{2}$ ed., Rovigo 1930.

Leone Cristiani
PENTECOSTARION. - Libro liturgico del rito bizantino, che contiene le parti proprie dell'Ufficio divino per il tempo pasquale, cioè dal giorno di Pasqua fino alla $1^{1}$ domenica dopo Pentecoste, detta di Ognissanti. Nelle antiche edizioni slave, e ancora oggi presso i Ruteni, il libro si apre con la domenica delle Palme. Non esiste uno studio sulla storia del P. Editio princeps, in greco: Venezia 1544.

Bibl.: K. Kirchhoff, Osterjubel der Ostkirche, Erster Teil: Das Pentekostarian, Münster 1940; dà la versione tedesca di tutti gli inni; nell'introduzione una analisi delle loro idee generali.

Alfonso Raca
PENTECOSTE. - I. S. Scrittura. - Festa ebraica, 7 settimane o 50 giorni (onde l'appellativo greco "cinquantesimo" [giorno]) dopo la Pasqua, divenuta solennità cristiana perché in quel giorno si inaugurò miracolosamente la comunità diretta dagli Apostoli (Act. 2, 1-14).

Secondo Lev. 23, 15-16: «Dal giorno dopo il sabato, cioè da quando avrete offerto il manipolo da agitare, conterete sette settimane compite. Contati così, fino al giorno dopo il settimo sabato, 50 giorni, offrirete al Si gnore un'oblasione nuova ". Per i Farisci il " giorno dopo il sabato" in cui si offriva il manipolo (d'orzo) era il 16 n bisb, per i sadducei il giorno successivo a un vero sabato. Perciò la P., fissata al 50 giorno dall'offerta del primo manipolo, veniva celebrata dai sadducei sempre nel primo giorno della settimana. Perciò, se per i farisei cadeva il 5 o il 6 o anche il 7 del mese di sticón ( $2^{\circ}$ mese dopo il nisón, corrispondente a maggio-giugno), per i sadducei essa poteva cadere anche nei giorni più tardi.

Nell'anno della morte di Gesù, che fu il venerdì 14 nisón, coinciamo il 15 nisón, festa di Pasqua, con il sabato della settimana; il 16 nisón era perciò domenica, primo giorno della settimana, e la P. di conseguenza cadde porimenti di domenica.

La P., la seconda grande festa nel corso dell'anno, era chiamata a festa della mietitura $» 0$ a festa delle setti-

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(da V. Lerequais, Les Bric. mat. des Bith. pold. de France, Parig. Iol., (a), 2)
Pentecoste - La discesa dello Spirito Santo. Ministurs del Breviario di Montiéramey (sec. 21), - Parigi, Biblioteca nazionale,
mane: (bagh lābbu'āth: Ex. 34, 22; Deut. 16, 10; II Par. 8, 13) o "festa delle primizie" (Ex. 23, 16) perché si offrivano pani fatti con la farina del grano appena mietuto (Lev. 23, 17). L'offerta "libera" di cui parla il Deuteronomio ( 16,10 -11) non esclude le offerte prescritte, e doveva essere occasionale di un lieto convito, a cui il pio israelita, ricordando la benevolenza di Dio nel liberare il popolo dall'Egitto, faceva partecipare i diseredati, che non potevano fare quelle offerte. Il carattere agricolo originario della P. non fu alterato dalle prescrizioni relative alla data, ai riti ed ai sacrifici che, secondo la legislazione di Lev. 23, 15-22 e di Num. 28, 26-31, costituiscono il carattere proprio della festa e ne accrescono la solennità. Oltre l'offerta caratteristica dei due pani "lievitati" (Lev. 23, 17), si offriva il pane comune, quello che serviva di sostentamento ordinario, perché era ciò che si doveva alla liberalità di Dio, e di ciò lo si voleva ringraziare. Si aggiungeva l'olocausto di "sette agnelli di un anno, senza difetto, e un giovenco e due montoni" (ibid. 23, 18; secondo Num. 28, 27, due giovani tori, un montone e sette agnelli); di "un capro per vittima espiatoria e due agnelli di un anno in sacrificio salutare n: Lev. 23, 19. Vi erano dunque tre sorta di sacrifici: l'olocausto, il sacrificio per il peccato e il sacrificio pacifico dei due agnelli. Al senso dell'offerta delle primizie a Dio, in riconoscenza per la messe abbondante nella terra fertile e spaziosa da Dio promessa al popolo, si aggiunse più tardi il ricordo commemorativo della promulgazione della legge sul Sinai. Questo non appare nel Vecchio Testamento e neppure in Filone e Giuseppe; se ne trova menzione solo a partire dal sec. II d. C. (cf. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924, p. 601).

Sia per il suo significato che per la buona stagione in cui cadeva, la festa di P. era molto frequentata anche dai Giudei della diaspora (cf. Act. 2, 9-11). Anche s. Paolo nel suo terzo viaggio, tornando dalla Grecia, non volle fermarsi ad Efeso perché aveva fretta di giungere a Gerusalemme per la P. Essa è nominata anche in I Cor. 16, 8; ma è soprattutto importante il racconto in Act. 2, della discesa dello Spirito Santo avvenuta in quel giorno.

Il senso della P. cristiana risulta dai fatti che in quel giorno si verificarono. La missione dello Spirito Santo, promesso ripetutamente da Gesù (Jo. 15, 26; Act. 1, $4-5,8$ ) con la manifestazione visibile in lingue di fuoco, fu l'inizio della Chiesa. Gli Apostoli incaminciano la predicazione. Il fenomeno meraviglioso delle lingue sembra doversi spiegare come un fenomeno di glossolalia, come si verificò spesso in seguito nella Chiesa primitiva (I Cor. 14; cf. S. Lyonnet, De glossolalia Pentecostes eiusque significatione, in Verbum Domini, 24 [1944], pp. 6575; J. Renié, Actes [La Sire Bible, ed. L. Pirot, 11,1], Parigi 1949, pp. 55-56).

Bibl.: H. Lesêtre, Pentecôte, in DB. V, pp. 119-23; M. Hagen. s. v. in Lexicon Biblicum. II, coll. 599-60; G. Felicn, Storia dei tempi del Nuovo Testamento. II. Torino 1013, pp. 252-53; F. Nolscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, p. 358; A. Clamer, Lévitique, Nombres, Deutéronome (La Sire Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 171 56., 619. Silverio Zedda
II. Liturgia. - L'oggetto della festa di P. è chiaramente enunciato nell'antifona del Magnificat dei II Vespri del giorno: "hodie completi sune dies pentecostes... Spiritus Sanctus in igne discipulis apparuit, et tribuit eis charismatum dona: misit eos in universum mundum praedicare et testificar...". Con la P., la Chiesa, nata sulla Croce dal costato di Cristo (cf. s. Agostino, Tract. in Yohau., XV, p. 8 : PL 35, 1513), fa la sua prima apparizione in pubblico: "dies nobis ", dice s. Agostino, "gratus illuxit quo sancta Ecclesia fidelium fulget aspectibus, fervet in cordibus" (Sermo 271, 1: PL 38, 1245). Nell'antichità la P. era essenzialmente la conclusione delle solennità pasquali la cui letizia si protraeva per i 50 giorni, chiamati "dies pentecostes", "quinquagesima" o semplicemente "pentecostes" ("quinquaginta diebus emensis, quos in lactitia praecipue festivitatis exegimus " diceva s. Leone Magno, Sermo 81 : PL 54, 421). In quel giorno si ricordava non solo la discesa visibile dello Spirito Santo sugli Apostoli, quasi fosse il suo dies natalis, come diceva s. Agostino (s et venit Spiritus sanctus in quinquagenario numero tanquam natalem sibi apud nos faciens": ed. G. Morin, Roma 1930, p. 185), ma il coronamento di "tutta l'economia della salvezza" (Baumstark [cit. in bibl.], p. 170). Però dal momento in cui nella liturgia romana la P. venne munita di ottava, essa prese l'aspetto di una festa a sé stante. Nella liturgia bizantina, come si rileva dall'idiomelo di Leone il despota, che si canta nella festa di P., sembra che l'oggetto della solennità sia quasi unicamente il mistero della S.ma Trinità. Anche per i russi la P. è innanzi tutto la domenica della S.ma Trinità. Il ricordo storico della discesa dello Spirito Santo è commemorato presso gli orientali il lunedi di P. Con la p. ebraica (v. sopra), la P. cristiana ha in comune la sola data.

1. Origine. - La P. ("quinquagesimarum dies" secondo Eteria) è antica quanto la Pasqua, però gli accenni alla P. che si riscontrano negli Atti (20, 16) e nella prima lettera ai Corinti $(16,8)$ si riferiscono alla solennità ebraica. Tra le prime testimonianze per la P. cristiana si deve annoverare quella di Tertulliano che fa della "Pentecostes" ossia dei "quinquaginta dies" un tempo batteximale come la Pasqua (cf. De baptismo, 19; De idololatria, 14), durante il quale si prega in piedi in segno di letizia (De ieluniis, 14; De corone, 3; De oratione, 23). Anche Origene (Contra Colono, VIII, 22 : PG 11, 1549-52) parla dei " $7 \overline{7} \leq$ nevтqxoat $\delta \leq$ fué $\rho \alpha \iota \varsigma$ ", con un accenno alla discesa dello Spirito Santo. Il carattere di letizia di questi 50 giorni divenne poi così tradizionale nella Chiesa, che, salvo eccezioni, vi si interrompevano digiuni e penitenze, come attestano, p. es., s. Ambrogio ("Maiores tradidere nobis pentecostes omnes quinquaginta dies ut paschae celebrandos»: Expositio in Losano, VIII, 25: PL 15, 1863); Eteria (Itinerarium, 41 : ed. H. Pétré,

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Parigi 1948, p. 244); s. Agostino (s ieiunia relaxantur, et stantes oramus, quod est signum resurrectionis»: Epist. ad Ianuarium, 15: PL 33, 218); Cassiano (Collatio XXI, 11, 19.20: PL 49, 1183, 1193 sg.); e i Canones Hippolyri (nn. 195-98: ed. L. Duchesne, Origines du culte chrétien, $5^{\mathrm{a}} \mathrm{ed}$. Parigi 1909, pp. 344-45).

Ad eccezione della Spagna, dove il Concilio di Elvira, all'inizio del sec. iv, dovette prescrivere la celebrazione della P. (can. 43: Hefcle-Leclercq, I, 1, p. 245 sg.), dal sec. iv in poi la P. ebbe un carattere di particolare solennità.

Per l'Oriente si ricordano: Eteria che descrive la liturgia di P. a Gerusalemme, dove alla discesa dello Spirito Santo si associera il ricordo dell'Ascensione; la funzione cominciava al primo canto del gallo e si protraeva sino alla mezzanotte seguente (Itinerarium, 43, ed. cit., pp. 246-52); le Constitutiones Apostelorum (V, 20, 14; VIII, 33, 5; ed. F. X. Funk, Paderborn 1905, pp. 299, 538); s. Giovanni Crisostomo che la chiama "וִוְּרִיסְטִידִים יוֹרִי כְּסִירוֹי" (Serm. de sancta Pentecoste, II, 1: PG 59, 463; cf. anche In Annam, Sermo IV, 2: PG 54,665 ).

Per l'Occidente, si vedano: s. Ambrogio (De Apol. propò. David, 42 : s suscipimus advenientem in nos gratiam Spiritus Sancti die Pentecostes: vacant ieiunia, laus dicitur Deo, allcluiz cantatur»: PL 14, 907); s. Agostino (Sermo 269, 1: PL 38, 1234); s. Massimo di Torino (Sermo 63: PL 57, 377); s. Leone Magno il quale ricorda che la P. "in praccipuis festis esse venerandam" (Sermo 75: PL 54, 400; cf. anche i Serm. 76-79).
2. La Vigilia. - Tertulliano, come già si è detto, faceva dei giorni di P. un tempo battesimale, e papa Siricio sul finire del sec. iv richiamava a Imerio di Tarragona l'uso invalso "apud nos et apud omnes ecclesias" di conferire solo a P., e non già in altre solennità, il Battesimo ai catecumeni che per motivi vari non l'avevano potuto ricevere durante la veglia pasquale ( $E p$. I, 2 : PL 13, 1134). La scelta di questa "sacrata solemnitas" per l'amministrazione del Battesimo era dovuta al fatto che P. "de paschalis festi pendet articulo", come osservava s. Leone ai vescovi siciliani ( $E p$. XVI : PL 54, 699-701) cf. Ep. CLXVIII: ibid., col. 1210). Anche i concili dell'evo carolino insistono molto sui due giorni battesimali di Pasqua e P., sa vo i casi d'urgenza. Si vedano le prescrizioni emanate dai vescovi radunati "ad ripas Danubii" nel 796; il $\S 4$ dell'istruzione pastorale dell'arciv. Arnone del 798; il can. 4 del Concilio di Magonza dell'813 (ed. A. Werminghoff, in MGH, Concilia aevi Carolini, II, I [1908], pp. 173-75, 198, 261) e il can. 33 del Concilio di Parigi dell'829 (ibid., II, II [1908], p. 634).

Nella veglia di P. si seguiva, a un dipresso, lo stesso schema della veglia pasquale, ma i riti erano notevolmente ridotti: 1) quattro letture secondo i Sacramentari gelasiano antico e gregoriano (cf. anche Amalario, Lib. officialis, I, 38 : ed. J. M. Hanssens, Amalarii ep. opera omnia liturgica, II, Città del Vaticano 1948, p. 181), sei invece secondo l'Ordo Romanus XI (sec. xir), che prescriveva di recitarle in latino e in greco (n. 62 : PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, Le liber censuum, II, Parigi 1905, p. 157), tante ne sono poi rimaste nell'odierno Messale romano); 2) la benedizione del fonte; 3) il Battesimo; 4) la Cresima; 5) la Santa Messa. A Roma la veglia si celebrava al Laterano. In quanto al digiuno, diventato di regola al medioevo, si hanno i primi accenni in orazioni del cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. C. L. Feltoe, Cambridge 1896, pp. 25-26) e del gelasiano antico (ed. H. A. Wilson, Oxford 1894, p. 120); le orazioni del gregoriano non parlano di digiuno, che invece viene ordinato dal can. 10 del Concilio Bavarese del 740-50 (ed. Werminghoff, cit., II, 1, p. 53). Il rito della veglia notturna passò poi al pomeriggio per finire al mattino del sabato.
3. La festa. - A Roma, la stazione liturgica del giorno si celebrava in S. Pietro, come già attesta il Sacramentario gregoriano. Tra i testi più caratteristici della festa si
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(per cottisia del con. G. Troncini)
Pentecoste - Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, Miniatura nell'Incipit degli Atti degli Apostoli, Bibbia di Borso d'Este, II, f. $215^{\circ}$ (1425-61) Modena, Biblioteca Estense.
ricordano: 1) la sequenza Veni Sancte Spiritus, autentico capolavoro, introdotta in modo definitivo nel Messale Romano da s. Pio V (1570); già attribuita al re Roberto il Pio o a Innocenzo III, è stata invece rivendicata al card. Stefano di Langton, arciv. di Canterbury (1207-28), giusta la testimonianza di un contemporaneo (cf. J. B. Pitra, Spicilegium solesmense, III, Parigi 1853, p. 130; P. H. Thurston, Notes sur les prières les plus usitées, IV. Le Veni S. Spiritus du card. Langton, in Rev. du clergé français, 21 [1915], t. Lxxxiv, pp. 208-24). L'Ordo Romanus XIII (n. 26 : PL 78, 1120) e molti messali manoscritti e a stampa, non esclusa l'ed. princeps del Missale Romanum (Milano 1474: ed. R. Lippe, Londra 1899, pp. 240-41) che contiene anche il Veni S. Spiritus, hanno invece per P. la sequenza Sancti Spiritus adsit nobis gratia (cf. U. Chevalier, Repertorium Hymnologicum, II, Lovaria 1897, n. 18557), composta dal monaco Totkero il Balbuziente e rivestita di una splendida melodia gregoriana; 2) il Prefazio, una delle più belle composizioni liturgiche del Messale romano: proviene dal Sacramentario gregoriano, ma il primo periodo già faceva parte d'un Prefazio della Messa vigiliare di P. nei Sacramentari leoniano e gelasiano antico. Eccezionalmente nell'ora di Terza, anziché il solito inno ambrosiano, si recita il Veni Creator, per ricordare più direttamente l'ora della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.
4. L'ottava. - Le Costituzioni apostoliche, sopra ricordate (V, 20, 14), accennano alla settimana festiva dopo P., uso passato in seguito anche in Occidente, come attestano, ad es., il can. 36 del Sinodo di Magonza dell'813 che ne urge l'osservanza (ed. A. Werminghoff, ed. cit., II, i, p. 270) e l'elenco delle feste di precetto osservate a Bologna nel sec. I2 (s Sabbato Pentecoste venerabiliter celebretur sicut diem sanctum resurrectionis, II, III, IIIL V.VI et sabbatum post pentecosten a mane usque ad missa ", ed. G. Morin, in Rev. bened. 19 [1902], p. 354). In progresso di tempo questa consuetudine decadde, tanto che il Sinodo di Costanza del 1094 (Mansi, XX, 795-96) dovette contentarsi di ristabilirla solo in parte prescrivendo che i giorni di festa a Pasqua e a P. fossero limitati ai tre primi giorni della settimana, ma anche questa parziale restaurazione del precetto non fu a lungo osservata. In quanto all'ottava, che si conclude con Nona di sabato, a Roma non era conosciuta al tempo di s. Leone Magno, il quale parla soltanto dei digiuni delle Tempora d'estate. Nonostante le " orationes ad vesperos infra octavas Pentecosten e del Gelasiano antico, l'organizzazione liturgica della settimana di P., con l'inclusione dei tre giorni di digiuno delle Tempora d'estate, è dovuta a s. Gregorio Magno (cf. Egberto di York, De institutione catholica, interr. XVI, 2 : PL 89, 441; cf. A. Chavasse [cit. in bibl.], pp. 75-81). Nel corso del sec. vir, per togliere il digiuno dell'ottava di P., si è pensato di trasportarlo, a Roma e in varie altre Chiese, nella settimana della III a della IVa domenica dopo P., ma Gregorio VII ripristinò l'« aestivale ieiunium" all'ottava di P. (cf. Micrologus, 25 : PL 151, 997).
5. Le domeniche dopo P. - Benché il libro III del Sacramentario gelasiano antico (ed. cit., pp. 224-33)

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contenga senza particolare indicazione un gruppo compatto di 16 domeniche, i cui formulari si ritrovano poi nelle domeniche V-XX dopo P. degli antichi libri liturgici romani e dell'odierno Messale romano, tuttavia l'organizzazione delle domeniche dopo P. è dovuta a s. Gregorio Magno che le distribui in questo modo: "post Pentecoston ", numero vario al massimo 5; "post Nat. Apostolorum ", 6; "post Sci Laurentii ", 5; "post Sci Cipriani ", 7 (o anche "post Sci Angeli "cioè s. Michele). La numerazione continua da i a 24 , oggi in uso, proviene dal Sacramentario gelasiano del sec. VIII. Non potendo per ragioni di spazio studiare i formulari, alcuni veramente splendidi, assegnati a queste domeniche si vedano al riguardo le trattazioni del De Puniet, dello Schmidt, del Chavasse e gli studi ricordati nelle loro bibliografie. Giova però osservare che nella redazione complessiva di questi formulari non si scorge punto la preoccupazione di esporre sistematicamente un concetto. Per terminare si fa notare una particolarità che può servire per l'identificazione dei messali manoscritti: la serie dei versetti alleluiatici delle domeniche dopo P. nei messali anteriori al 1570 varia da Chiesa a Chiesa però dal sec. x al sec. xvi essi sono costanti nei libri liturgici di una medesima Chiesa, come ha dimostrato egregiamente V. Leroquais (Les sacramentaires et les missels mss. des Bibliothèques publ. de France, I, Parigi 1924, pp. xxiv-vi). Nella liturgia bizantina le 14 prime domeniche dopo P. sono dette di s. Matteo dal Vangelo che vi si legge, le altre, fino alla nostra settuagesima, di s. Luca per l'identica ragione.
6. Nomi e simboliche usanze medievali. - Nei documenti medievali la P. è detta: Pascha de madio (maggio); Pascha militum; Pascha Pentecostes; P. collectarum (P. media era il mercoledì di P. e P. prima e ultima erano il 10 maggio e 13 giugno, termini estremi in cui può cadere P.). Nel basso medioevo era diffusissimo l'uso di rappresentare simbolicamente la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. La P. prese appunto anche il nome di Pascha rosatum, pasqua rosata, di rose o di rugiada, dalla più comune scena di questo genere che consisteva nel far scendere dall'alto della chiesa una pioggia di rose rosse o di batuffoli di stoppa accesi, in'ricordo delle lingue di fuoco scese sugli Apostoli nel Cenacolo. A Roma questa pioggia simbolica aveva luogo la domenica che precede P., "la dominica de rosa", nella chiesa stazionale di S. Maria ad Martyres, mentre il Papa dall'ambone parlava al popolo della prossima solennità di P. In quell'istante dall'alto dell'occhio della rotonda si buttavano "rosse in figura eiusdem Spiritus Sancti s, come attesta al sec. xir l'Ordo Romanus XI di Benedetto canonico (n. 61: PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, cit. 157). A Bayeux al canto della sequenza Sancti Spiritus adsit nobis gratia si faceva cadere dall'alto della volta della Cattedrale fiori di sette profumi diversi per ricordare i Sette Doni. Altrove al canto dell'Epistola si imitava il rumore del vento impetuoso ricordato dal sacro testo e si dava fiato a trombe. Mentre si cantava il Veni creator si accendevano le candele, si suonavano le campane e sette sacerdoti rivestiti di pianeta con incensieri accesi e profumati stavano col vescovo ai piedi dell'altare. In altre chiese, come, p. es., nella basilica di S. Pietro e a Orvieto (e qui l'usanza è tuttora viva; la cerimonia della palombella ha luogo, da un secolo a questa parte, sul sagrato; la colombina percorre il tratto sceso segnato dalla fune fra lo spazio "di mille scoppi e) si lanciavano durante la celebrazione della Messa colombe o uccelli. Dove questi mancavano si faceva scendere sull'altare una colomba di legno con al becco un'ovila.

Per le rappresentazioni della P. nell'arte v. SPirito sANTO. - Vedi tav. LXXVIII.

Bibl.: K. A. Kellner, L'anno ecclesiastico e le feste dei Santi, $2^{2}$ ed., Roma 1914, pp. 104-109; H. Leclercq, Pentecôte, in DACL. XIV, i, coll. 260-74; L.-A. Molien, La prière de l'Eglise, II, Parigi 1924, pp. 531-34; W. Körper, Das hl. Augustinus Schriftem als liturgie-genbichtliche Quellen, Monaco 1930, pp. 26-27, 107: P. De Puniet, Le Sacramentaire romain de Gellone, estratto dalle Epò. Liturgicus, Roma [1938], pp. 28-65; Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster 1935: R.-J. Hesbert, Antiphonale Missarum sextuplex, Bruxelles 1935, pp. Lxxi-xx; A. Baumstarà, Liturgie comparée, $2^{\circ}$ ed., Cherescogne

1939, pp. 151, 170-71; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 209-19; J. A. Jungmann, Pfingstoktav u. Kirchenbuste in der römischen Liturgie, in Miscellanea lit. in honorem L. C. Mühlberg, I, Roma 1948, pp. 169-82; H. Schmidt, Die Sonstuge nach Pfingsten in den römischen Sahramentaren, ibid., pp. 431-93 (con ampia bibl. precedente; da tener presente le osservazioni di dom B. Botte, in Les questions liturgiques et paroissialet, 31 [1950], n. 411 e del Chavasse); id., De lectionibus variantibus in formulis identicis sacramentariorum Leoniani, Gelasiani et Gregorinus, in Sacro erudiri, 4 (1952), pp. 100-73 (le formole per la P. a pp. 160-61); P. Bruyfonte, Les oraisons du Missel Romain, II, Lovanus 1955 (v. indice); A. Chavasse, Les plus anciens types du lectionnaire et de l'antiphonaire romains de la Messe, in Rev. Sémélectius, 62 (1952), pp. 3-94. A. Pietro Frutza

PENTINI, Francesco. - Cardinale, n. a Roma l'11 dic. 1797, m. iv il 17 dic. 1869. Figlio di Ulisse, già rappresentante di Caterina II di Russia presso Pio VI, da giovinetto assisté durante la Settimana Santa del 1811, nella cappella della sua abitazione, alle benedizioni degli olii santi e alle sacre Ordinazioni, non compiute nella Basilica Lateranense per la triste situazione di quei giorni.

Venutone a conoscenza il generale Miollia, volle che il P. entrasse nel Collegio Militare di Parigi. Riuscito a fuggire pronta in Svizzera, poi in Svezia, fu accolto dal re Carlo XIII nel corpo delle sue guardie, col grado di tenente. Al ritorno di Pio VII in Roma fece parte della scorta d'onore ed entrò nella carriera ecclesiastica. Nominato cameriere segreto partecipante, fu poi prelato domestico, referendario nel Tribunale supremo della Segnatura di grazia e giustizia, ponente del buon Governo e della Consulta, luogotenente nella Camera apostolica, prelato chierico di Camera, presidente degli Archivi. Nel 1847, quale presidente delle Acque e Strade, si acquisto non poche benemerenze presso la città di Roma con la sua intraprendenza. Il 14 genn. 1848 divenne vice-presidente del Consiglio di Stato ed il 22 febbr. successivo fu, nel gabinetto presieduto dal card. Bofondi, ministro dell'Interno ed incoraggiò Pio IX a proseguire sulla via delle intraprese riforme. Nel ministero Soglia fu sostituito di Pellegrino Rossi al dicastero dell'Interno ed il 16 nov. 1848 invano si portò nella abitazione del Conte per dissuaderlo dal recarsi alla tragica cerimonia inaugurale della Camera dei Deputati alla Cancelleria. Rimase poi al fianco di Pio IX nelle fosche giornate seguenti e svolse con serena fermezza opera di moderazione. Al ritorno del Papa da Gaeta fu nominato presidente della nuova Commissione di revisione, ma poi rinunciò per ritirarsi a vita privata, finché Pio IX, nel Concistoro del 26 marzo 1863 , ne premió i meriti creandolo e pubblicandolo cardinale diacono di S. Maria in Portico.

Bist.: F. Fabi Montani, Dei suddiaconi e più particolarevate dei Liberiani nella Cappella Liberiana, Roma 1863, pp. 47-50; G. Spada, Storia della produzione di Roma e della restaurazione del Governo pontificio, II, Firenze 1868, p. 526; M. Minghetti, I miei ricordi, II, Torino 1888, p. 125; M. Pettinaro, F. P. e la Rivoluzione romana, Roma 1907.

Maria de Camullia
PENULA. - La paenula era presso i Romani un mantello di colore oscuro, forse di origine celtica, chiuso anche sul davanti e senza maniche, di forma circolare con foro nel mezzo per il quale si faceva passare la testa; si cavavano le mani al disotto dei suoi lembi sollevati.

Si usava specialmente in viaggio; in città in tempo piovoso e freddo con l'applicazione di un cappuccio (cucullus). Era confezionato in panno spesso foderato di pelliccia (gausapa, paenula gausapina); ve ne erano anche di cuoio sottile. Una paenula dimessa ed aperta sul davanti era portata dai servi sulla tunica esomide. Per il taglio e la qualità della stoffa era poco adatta ad essere panneggiata con eleganza come l'altro mantello detto lacerna, più piccolo, aperto sul davanti e sempre con il cucullus. Un mantello del genere della paenula (pchōvs) fu richiesto da s. Paolo a Timoteo (II Tim. 4, 13), da lui lasciato a Troade, presso Carpo, con alcuni suoi libri. Nel iv e v sec. divenne comune una foggia di p. più pratica, decurtata ed aperta ai lati per muovere le braccia. Da essa, usata dagli episcopi e dai presbyteri

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(fei. Ene. Cati) Pepoli, famiglia - Riratto di Carlo P. - Roma, Musco del Risorgimento.
(come s. Martino di Tours) derivò la casula o planeta, mentre dalla lacerna derivò il piviale (pluvialis). Fu, in seguito, tra i secc. viIt e ix che, venute in uso altre specie di vestiario, la paenula e la lacerna divennero indumenti esclusivamente ecclesiastici e liturgici. Tipi vari di paenula sono rappresentati in figurazioni di episcopi e di presbyteri; cosi è vestito s. Ambrogio (v.) nel musaico milanese del sec. v (A. Ratti, Il più antico ritratto di s. Ambrogio, in Ambrosiana, Milano 1897, p. 20), cosi pure in pitture presso il sepolcro di s. Cornclio, nel cimitero di Callisto (sec. vi), nei musaici revennati (sec. vi), nelle pitture di S. Maria Antiqua nel Foro Romano (sec. viII) ed in quelle della chiesa inferiore di S. Clemente in Roma (sec. xi).

Bibl.: Wilpert, P'tture, pp. 73-78 e tavv. 79: 111; 118, 1; 160, 1; 185, 2; 217; 233; 236; G. Braun, Die liturg. Gewandung, Friburgo in Br. 1907, p. 149 sgg.; vers. it., I paramenti sacri, Torino 1914, p. 96 sgg.; Ch. Diehl, Ravenne, Parigi 1907, pp. 63, 71 sgg.

Gioacchino Mancini
PEORIA, diocesi di. - Diocesi e città nello stato di Illinois, negli Stati Uniti d'America. Questa diocesi fu eretta nel 1875 per smembramento dall'arcidiocesi di Chicago e copre oggi (1951) un territorio di 16.933 miglia quadrate con una popolazione totale di 1.108 .031 ab . (censimento del 1940) dei quali 160.266 sono cattolici.

La diocesi di P., suffraganea di Chicago, conta i abbazia (S. Beda, Peron), 344 sacerdoti dei quali 105 sono religiosi di 8 congregazioni diverse, 158 parrocchie, 34 cappelle, 58 missioni, 13 ospedali generali e 2 ospedali specializzati o sanatori. Vi sono inoltre 30 congregazioni femminili e 1270 religiose.

Il cattolicesimo di questa parte degli Stati Uniti risale al tempo del gesuita p. Marquette, che si fermò al villaggio indigeno di P. il 25 maggio 1673 in un suo viaggio sul fiume Illinois. Invitato dagli indigeni, promise di ritornarvi l'anno seguente. I Recolletti celebravono la S. Messa e predicarono il Vangelo al forte Crevecoeur nel 1680. I nomi dei pp. Gabriele Riboundi, Zenobio Membre e Luigi Hennepin vi sono molto conosciuti. Fra i primi immigrati figurano molti irlandesi che vennero a lavorare sul canale Illinois-Michigan e che ricevettero terreno in cambio del salario. Furono seguiti da Polacchi, Sloveni, Slovacchi, Croati, Lituani e Italiani che vennero in gran numero per lavorare nelle miniere. Tutti furono organizzati in parrocchie con sacerdoti della loro nazionalità. Mons. Giovanni Lancaster Spalding, originario del Kentucky, fu consacrato primo vescovo di P. il $1^{\circ}$ maggio 1877 ; egli ebbe una parte decisiva nella fondazione dell'Università Cattolica di Washington.

Bibl.: J. J. Shannon, s. v. in Cath. Enc., XI, pp. 661-62: Th. Boemer, The catholic Church in the United States, St. Louis 1920, p. 266; The Official Catholic Directory, 1950. Nuova York 1950, pp. 457-61.

Gostone Carrière
PEPOLI, FAMIGLIA. - Il primo P. di cui si abbia notizia certa è il b. Niccolò,
francescano, vissuto nel sec. xiri; ma solo un po' più tardi questa famiglia cominciò ad intervenire nelle agitate vicende del Comune di Bologna, guidando la fazione dei Geremei e mirando ad ottenere la signoria ai primi del Trecento: il tentativo fu però troncato da tumulti, che portarono alla fuga dei P. dalla città.

Nel 1337 Taddeo P., insinuatosi abilmente fra le fazioni ed approfittando del fallimento dell'opera di Giovanni di Boemia e Bertrando del Poggetto, ottenne di essere acclamato signore durante il Parlamento generale del Comune : assunse poi il significativo titolo di conservatore di pace e giustizia e riusci perfino ad ottenere il vicariato da Benedetto XII. I figli di Taddeo, Giacomo e Giovanni, non poterono resistere all'avanzata viscontea e, abbandonati da Ettore di Durafort, generale degli Stati della Chiesa, cedettero per 200.000 fiorini la signoria a Giovanni Visconti, rientrando nella vita privata. Nel sec. xv tre P. furono professori a Bologna; durante il sec. xvi, Ugo P. militò con Giovanni dei Medici e nel sec. xviII si ebbero notevoli opere letterarie da Cornelio ed Alessandro (1757-96), il quale ultimo fondò anche una tipografia a Venezia. Nel sec. xix si ricordano: Carlo (1796-1881), per aver partecipato ai moti del ' 31 , insieme ai napoleonidi e per essere stato deputato nella Consulta romana del '48; Anna (1783-1844), sorella del precedente ed autrice di importanti opere volte alla educazione della donna; Gioacchino Napoleone (1825-81), combattente nell'esercito pontificio del ' 48 , cooperatore del Cavour nel rendere Napoleone III benevolo alla politica piemontese, ministro dell'Agricoltura con Rattazzi (1862).

Bibl.: per Carlo, v. Rosi, s. v. in Dizion. del Risorgimento nos., III, pp. 838-39; per Gioacchino Napoleone, v. G. Degli Azzi, ibid., pp. 839-41; per Anna, v. G. B. Gerini, Le scrittrici pedagogiche, Torino 1910, pp. 483-99. Luciano Gulli

PERAGA, BONAVENTURA: v. BONAVENTURA di PERAGA.

PERAMIHO, ABBAZIA NULLUS di. - Nella parte sud-occidentale del territorio del Tanganyka, ad oriente del Lago Nyassa. Immediatamente soggetta alla S.Sede, è affidata ai Benedettini della Congregaz. di S. Ottilia.

Deriva dalla prefettura apost. di Lindi, che fu eretta il 12 nov. 1913 per distacco, dal vicariato apost. di Dar-esSalaam, di quella zona del territorio del Tanganyka che si estende dal Lago Nyassa all'Oceano Indiano. Il 15 dic. 1927 Lindi fu elevata ad abbazia nullius, ed il 23 dic. 1931, dopo che ne fu distaccata l'abbazia nullius di Ndanda (v.), ebbe il nome attuale di $P$.

Ha una superficie di ca. 66.000 kmq . con una popozione di ca. 250.000 ab., di cui 136.205 cattolici, 7740 catecumeni, ca. 25.000 protestanti, ca. 20.000 musulmani, ca. 73.000 pagani. Sacerdoti indigeni 4 , esteri 64 ; fratelli
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(fot. Fides)

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(da Nel III cententru della fondazions della Cunergazione della Misione (Lecontoli) P.15-163, p. 11). Perroyre, Jean-Gabriel, beato - Ultima lettera, scritta in carcere prima del martirio (Macao, 24 nov. 1840).
laici esteri 69 ; suore indigene 72 , estere 86 ; i seminario maggiore con 23 alunni, i seminario minore con 154 alunni; 1024 catechisti, 211 maestri, 9 maestre. Quasi parrocchie 29, stazioni missionarie secondarie 22; chiese 41, cappelle 29. Ospedali 15; dispensari 29; lebbrosari 2. Vi è un periodico con 4000 copie di tiratura. Scuole: elementari 76 ; secondarie 7 ; professionali 2 ; normali 1. Nei vari centri missionari dell'abbazia fioriscono le associazioni di Azione Cattolica.

BISL.: AAS, 5 (1913), p. 497; 20 (1928), pp. 97-98; 24 (1932), p. 262; MC, 1950, p. 189; A catholic Directory of East Africa 1930, Mombasa 1950, pp. 92-100; Arch. di Prop. Fide, pos. gror. n. 4531-51. Carlo Corvo

PERATÉ, Joseph André. - Archeologo e critico d'arte, n. a Nancy nel 1862, m. nel 1947.

Fu per due anni membro dell'École française di Roma; nel 1889 conservatore aggiunto e poi conservatore del Museo nazionale di Versailles, al cui riordinamento contribuì attivamente; indi conservatore onorario dei Musei nazionali. A lui si deve il primo manuale di archeologia cristiana Les papes et les arts, nell'opera Le Vatican in collaborazione con G. Goyau e P. Fabre (Parigi 1895); inoltre Le Musée national de Versailles in collaborazione con P. de Nolhac (ivi 1896); La peinture au Salon (ivi 1897); Versailles (ivi 1904); Les petites fleurs de st François d'Assise, in un'ed. illustrata da Maurice Denis nel 1911; una traduzione della Divina Commedia di Dante (1923); una biografia: St François d'Assise (Parigi 1929).

Sono suoi parecchi capitoli nella Histoire de l'art di A. Michel, voll. LVIII (Parigi 1906-1929), v. indice; Les travaux d'archeologie chrétienne en France, in Atti del III Congresso intern. di arch. crist. (Roma 1934, pp. 159-67).

Cirillo Vogel
PERAUDI, Raimondo. - Cardinale, n. nel 1435 a Sugères nella diocesi di Saintes, m. a Viterbo il 5 sett. 1505 , priore agostiniano in patria poi protonotario apostolico. Come nunzio papale nel 1487 ebbe il compito di muovere Federico III di Germania
alla guerra contro il Turco e di predicare a tale scopo la Crociata e la relativa indulgenza. Negoziò per questo una pace fra i principi d'Occidente; ma non riuscì ad imporre una decima di un anno sulle chiese ed i benefici germanici. Si adoperò presso il Re di Francia nel 1488 e poi nella Dieta di Francoforte del luglio 1489 ed incitò i principi ed il Re di Polonia al Convegno di Roma del marzo 1490.

Nonostante una prima adesione di Federico III e di suo figlio Massimiliano la Crociata non si poté predicare e nulla si ottenne di concreto. Nominato vescovo di Gurk (Carintia) il 21 febbr. 1493, fu ad istanza di Federico III creato cardinale da Alessandro VI il 20 sett. 1493. L'anno seguente era a Roma ( 22 apr.) ed il Papa lo inviò nel nov. a Firenze per trattare con Carlo VIII; ma il P. si mise con il Re e lo accompagnò prima a Roma poi anche nell'apr. 1495 nel Mezzogiorno, sperando di indurlo alla Crociata. Ritornato a Roma nel febbr. 1499, fu legato a Perugia ed il 5 ott. 1500 fu creato legato presso l'Imperatore; nel 1501-1502 percorse tutto la Germania predicando di nuovo senza frutto la Crociata. Il 6 ott. 1501 rinunciò alla chiesa di Gurk per avere in commenda quella di Toul.

BISL.: J. Schröder, Die kirchliche und politische Wirksamkeit des Legaten R. F., Halle 1882: Poster. III, p. 230 sg.; Eubel, II, passim; P. Paschini, Il castuggio fra il card. M. Barbo e G. Loressi, Città del Vaticano 1948, pp. 164, 171 seg. Pio Paschini

PERROYRE, JEAN-GABRIEL, beato. - N. a Puech (Montgesty-Francia) il 6 genn. 1802, m. a Wuciang (Cina) l'1 i sett. 1840. Dal Seminario di Montauban (1817) passò l'anno dopo nel noviziato della Congregazione della Missione a Parigi, dove emise i voti religiosi il 28 dic. 1820.

Ordinato sacerdote il 23 sett. 1825 , insegnò teologia fino al 1827 nel Seminario maggiore di St-Flour; dal 1827 al 1832 fu superiore del convitio ecclesiastico della stessa città e dal 1832 al 1835 vicedirettore del noviziato della sua comunità a Parigi. Il 21 marzo 1835 ottenne di partire per la Cina, destinato alla missione dell'Honan prima e dell'Hupé poi. Scoppiata la persecuzione, il 16 sett. 1839 fu catturato a Tcha-Yuen-Neu e gettato nella prigione di Wuciang, dove subì molti interrogatori dinanzi ai mandarini e al viceré, che lo condannò a morte. A Wuciang, il P. rimase otto mesi in prigione, finché l'11 sett. 1840, giunta la conferma dell'Imperatore alla sua condanna, venne strangolato. Fu sepolto alla "Montagna Rossa", cimitero di Wuciang, dove riposò accanto alle ossa del b. R. Clet, suo confratello, fino al 1858. Beatificato il io nov. 1889. Festa il 7 nov.

BISL.: J. de Mongeary, Vie du bembeur. Jean Gabriel P., Parigi 1891; L. Castagnola, Missionario martire, Roma 1940; J.Herrera, Alter Christus o vida del bento fuan Gabriel P., Madrid 1942; A. Chatelot, Jean-Gabriel P.... martyr, Parigi 1943. Luigi Franci

PERCEZIONE. - Indice in generale l'avvertenza di qualche cosa tanto nell'esperienza esterna come interna e diventa quasi sinonimo di "coscienza" (v.): la p. comporta quindi un certo "giudizio di esistenza" circa la presenza di un oggetto (v.) nel campo della coscienza. In un senso più rigoroso la p. può essere indicata come l'atto completo della conoscenza concreta in quanto opera la sintesi della sfera sensitiva e intellettiva.

Nella sensazione pura si ha la presenza della qualità (colori, suoni... figure, movimenti) ma con la sola sensazione (v.) non si ha ancora il "significato" reale della qualità, che si ottiene soltanto in funzione del "tutto" appreso da parte del soggetto, che ha la sua espressione definitiva nel "concetto" (v.). Ma anche il puro concetto, così come può averlo l'uomo che deve astrarlo dall'esperienza (v.), non può da solo attingere il concreto molteplice e mutabile e perciò si pronuncia unicamente sul valore formale dei contenuti di esperienza senza coglierne la realtà di esistenza. La p. è l'atto sintetico della coscienza che attua e contiene ambedue i movimenti nell'unità dinamica della coscienza sensitiva e della coscienza intellettiva. Nella psicologia tomista la p. del singolare

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esistente, quando si tratti di oggetti del mondo esterno, non appartiene propriamente all'intelletto come tale, ma in quanto esso abbraccia nell'unità di coscienza la sensibilità e si continua in particolare con la cogitativa (v.) che è il senso interno proprio dell'uomo mediante il quale l'intelletto opera la "conversio ad phantasmata" e quindi la sua congiunzione al reale esistente: in questa sfera pertanto la p. è immediata, benché indiretta ("Indirecte et quasi per quamdam reflexionem...n: Sum. Theol., $2^{2}$, q. 86, a. 1). Nella vita spirituale invece l'uomo ha p. immediata e diretta dei suoi atti e negli atti della stessa sua esistenza (ibid., q. 87, aa. 1-4); e deve dirsi p. immediata e diretta benché sia secondaria in quanto è condizionata dall'appressione degli oggetti a cui si volge anzitutto la coscienza. Aristotele parla di una conoscenza "accessoria ", èv $\pi \varepsilon \rho \dot{\xi} \rho \gamma \eta$ (Met., XII, 9, 1074, b 36), che a. Tommaso ha precisato cercando di avvicinarla all'interiorità agostiniana: "Et ideo id quod primo cognoscitur ab intellectu humano est huiusmodi obiectum, et secundario cognoscitur ipse intellectus cuius est perfectio ipsum intelligere" (Sum. Theol., 15, q. 87, a. 3).

La psicologia moderna ha oscillato fra la teoria elementare della p. mediante l'associazione delle idee (v.) e la teoria sintetica di derivazione kantiana che ha avuto un'interpretazione originale nella "teoria della forma" (Gestaltheorie).

Bias, per informazione complessiva: R. Eisler, Wahrnehmung, in Worterbuch d. philos. Begriffs, III, $4^{2}$ ed., Berlino 1930, pp. 472-91. Sul problema fenomenologico della p. e sul suo sviluppo storica: C. Fabro, Fenomenologia della p., Milano 1941. Sul problema teorctico: id., P. e pensiero, ivi 1941. Cornelio Fabro

PERCEZIONISMO. - E, in filosofia, quella teoria della conoscenza sensibile che afferma l'ordinaria oggettività formale delle qualità sensibili, sia primarie (v.) che secondarie. Si distingue dall'interpretazionismo che afferma l'oggettività formale delle qualità primarie e l'oggettività causale delle secondarie, risolvendo in ultima analisi la formalità secondaria nel modo proprio della sensazione esteriore.

La questione era aperta fin dal tempo dei presocratici, e la posero esplicitamente gli atomisti: "Convenzione il colore, convenzione il dolce, convenzione l'amaro; in realtà soltanto gli atomi o il vuoto" (Democrito, frg. 124). In seguito i sofisti (v.) fecero una critica più acuta della sensazione, e dalla negazione dell'oggettività di tutte le qualità sensibili passarono all'affermazione del relativismo integrale. Ad analoga conclusione, dopo l'empirismo berkeleysno e bumiano, pervennero i fenomenisti moderni. La negazione degli antichi atomisti, che secondo Aristotele era ispirata dall'ideale pitagorico di ridurre tutta la realtà a numeri (De coelo, III, cap. 4, 303, 9) e che costituisce il nucleo centrale del meccanicismo (v.), è stata ripresa da Galileo (cf. Saggiatore, n. 48 sgg.) e Descartes (cf. Medit., VI, ed. Adam-Tannery, VII, p. 8o). In seguito Locke distinse le qualità primarie, appartenenti agli oggetti reali della percezione (solidità, estensione, figura, moto o quiete, numero), dalle qualità secondarie (colore, suono, sapore, ecc.); la percezione di queste ultime, secondo Locke, è oggettiva solo in senso causale, in quanto nella realtà esistono le capacità a produrre in noi la sensazione della qualità secondaria mediante le primarie (Saggio sull'umano intelletto, I, cap. 8). Gli scienziati moderni generalmente si orientano in questo senso, perché le attuali esperienze scientifiche, specialmente nei cosiddetti errori del senso, trovano più facile spiegazione nell'ipotesi interpretazionistica.

Nella filosofia aristotelica e medievale, cui non sfuggiva la constatazione ovvia dell'errore dei sensi, prevale la concezione percezionistica (p. es., s. Tommaso, cf. Sum. Theol., 15, q. 17, a. 2; q. 85, a. 6). Nella neoscolastica contemporanea la questione si presenta sotto un triplice aspetto: critico, sul valore della conoscenza sensibile; bio-psicologico, sul processo e la natura della sensazione (v.) e percezione (v.); e fisico-cosmologico, sulla natura della qualità in se stessa (v. qualità). Sotto l'aspetto critico il problema si pone partendo dalla distinzione del "sensibile per sé" in sensibile "proprio" a un solo senso
(colore, suono, sapore, ecc.) e sensibile "comune" a più sensi (moto, quiete, numero, figura, grandezza). Per quanto concerne il sensibile comune, il pensiero neoscolastico è concorde nell'ammetterne l'ordinaria oggettivita formale; in merito al sensibile proprio, si esclude per lo più la spiegazione puramente meccanicistica, ammettendo che alle sensazioni corrispondono proporzionate qualità attive che influiscono sul senso. Da alcuni (Mattiussi, Mercier, Donat, Frobes, Gründer, ecc.) è invece negata l'oggettività in senso stretto del sensibile proprio, inteso nel suo senso formale; tali autori si fondano sulla non intelligibilità specifica del sensibile proprio e sulla più facile spiegazione che l'interpretazionismo consente delle esperienze. Altri (Liberatore, Pesch, Farges, Gredt, Geny, Vanni-Rovighi, ecc.) affermano l'ordinaria oggettività formale, osservando che il sensibile proprio è dato nella conoscenza (che è assimilazione e non interpretazione) come sensibile per sé a maggior titolo del comune, in quanto è attraverso il "proprio" che si apprende il "comune". Allo stato presente delle ricerche è obiettiva ritenere che nessuna delle due opinioni è in grado di dare una risposta definitiva alle singole difficoltà che si ripresentano sotto l'aspetto sia scientifico che filosofico.

Bias., sull'interpretazionismo: G. Mattiussi, Fisica razionale, parte 25, Milano 1888-1901, nn. 631-73; R. De Smetr, La connaissance sensibile des qualités secondaires, in Rev. de quest. sc., 69 (1911), pp. 517-72; id., La perception du monde extérieur. ibid., 73 (1913), pp. 541-67; H. Gründer, De qualitatibus sensibilibus, Friburgo 1911; D. Mercier, Critériologie, $8^{2}$ ed., Lovano 1923, pp. 303-95; J. Henry, Pour le réalisme indirect, in Rev. néo-schol. de philos., 32 (1930), pp. 33-47; F. Van Steenberghen, Epistemologie, $2^{2}$ ed., Lovano 1947, pp. 187 sgg. Sul p.: A. Farges, L'oggettività della percezione dei sensi esterni, Siena 1903; J. Gredt, De cognitione sensuum externorum, $2^{2}$ ed., Roma 1924; J. De Tonquedec, La Critique de la connaissance, Parigi 1929. pp. 43-132; S. Vanni-Rovighi, Elementi di filosofia, I, Milano 1941, pp. 204-209; IV, pp. 40-41; F. Morandini, Logica maior, $2^{2}$ ed., Roma 1931, th. X e XI. Altri studi: L. Naber, Theoria cognitionis critica, Roma 1933, pp. 382-94; P. Hoenen, De sensibilibus propriis, in Gregorianum, 29 (1948), pp. 200-303; id., Cosmologia, $2^{2}$ ed., Roma 1949, n. 112, nota 51; C. Fabro, Percezione e pensiero, Milano 1941, pp. 444-50; U. Degl'Innocenti, De natura sensationis iuxta 1. Thomam, in Doctor communis, 1 (1948), pp. 374-409. Francesco Morandini

PERCOTO, Antonio Maria. - Missionario barnabita, vescovo di Massul e vicario apostolico dei Regni di Ava e Tavai (Birmania), n. il 25 giugno 1729 a Udine, m. ad Ava (Birmania) il 12 dic. 1776.

Entrato fra i Barnabiti, e ancora studente di filosofia, compilava un volumetto sulla Decazione al S. Cuore di Gesù (Bologna 1752, più volte ristampato) e ideava "una società di anime ferventi" che procurassero "di onorare e di far onorare il S. Cuore». Passato alla missione di Ava e Pegù nel 1760 , vi fu eletto vicario apostolico (1765) e poi consaerato vescovo (1768). A lui si devono il primo Alphabetum Barmanum seu Bomanum regni Azae, ecc.; sulla scorta di esso furono incisi dalla tipografia di Propaganda i primi caratteri birmani, un Tutechismo in due redazioni, maggiore e minore, in lingua barmana (Roma 1776-85); un Trattato della religione cristiana in confutazione della barmana a forma di dialogo fra un cristiano e un talapoino (Rangoon 1837), la traduzione dal pali del Cerimoniale e delle Regole dei Talapoini; la traduzione in birmano dei libri del Genesi, Tobia, Vangeli, delle Lettere di s. Paolo e di testi liturgici cristiani con un commento alla Messa; una grammatica birmana e un ampio vocabolario trilingue: latino-portoghese-barmano.

Bias.: M. Griffini, Della vita di mons. G. M. P., Udine 1781; L. Gallo, Storia del cristianesimo nell'Impero barmano, II, Milano 1862, passim; E. Cangani, I Barnabiti e il S. Cuore, Roma 1922, pp. 6 sgg.; O. Premali, Storia dei Barnabiti, III, Roma 1925, p. 219 sgg.; G. Boffito, Scrittori barnabiti, III, Firenze 1934, pp. 137-42.

PERDONO D'ASSISI, INDULGENZA del. - Detta anche indulgenza della Porziuncola, perché annessa alla visita della cappella della Porziuncola, nella basilica di S. Maria degli Angeli, presso Assisi.
I. La Porziuncola e la concessione dell'in-

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dulgenza. - La chiesetta della Porziuncola (detta pure, nel sec. xili, S. Maria degli Angeli), dipendeva dai Benedettini di Assisi, e fu l'ultima fra quelle restaurate dal giovane Francesco (v.) che presso di essa fondò l'Ordine dei Frati Minori ed ebbe la prima dimora abituale; qui celebrò i Capitoli generali dell'Ordine e volle morirvi nel 1226. Per essa, contenuta nella grande basilica di S. Maria degli Angeli al centro della crociera, sotto la cupola, s. Francesco ottenne la celebre indulgenza del P. di A. Le narrazioni storiche raccontano come Francesco avesse domandato a Cristo, durante una visione, un'indulgenza plenaria per chiunque avesse visitato la cappella. Cristo la concesse, inviandolo tuttavia al pontefice Onorio III, allora in Perugia (1216), il quale dopo qualche esitazione l'avrebbe concessa, ma senza la rispettiva bolla che Francesco non volle.
II. L'indulgenza nelle concessioni pontificie e la disciplina attuale. - Nonostante le varie incertezze storiche sull'origine dell'indulgenza, molti pontefici la confermarono e ne allargarono le concessioni.

All'inizio si lucrava solo nella Porziuncola il 2 ag., cominciando dai primi vespri fino al tramonto del sole del giorno della festa e una sola volta; Martino IV nuovamente la confermava, vivae vocis oraculo, al card. Matteo d'Acquasparta, allora maestro del S. Palazzo. Abbastanza presto s'introdusse l'uso di applicarla ai defunti; ma il primo decreto pontificio al riguardo si ha solo nel 1687, con il breve Alias felicis di Innocenzo XI. Nella seconda metà del sec. xiv era già comune l'uso di acquistarla toties quoties (e quindi anche l'idea di applicarla ai defunti), come è attestato dal giurista Bonifacio de Amanatis, ma sempre per il solo giorno del 2 ag.; tuttavia solo nel 1700 e 1723 due documenti della Congregazione del Concilio ne dànno riconoscimento ufficiale. L'estensione del toties quoties a tutti i giorni dell'anno, introdottasi nella prassi, sarebbe stata approvata e nuovamente concessa vivae vocis oraculo da Paolo III nel 1544, secondo una deposizione ufficiale notarile del vescovo di Chiusi, Masseo Bardi, presente all'atto, e stesa poi nel 1588. La Chiesa tuttavia anche in seguito si mostrò poco favorevole a questa indulgenza quotidiana, e sulla fine del sec. xvir furono condannati alcuni libri che la difendevano e fu fatto radere dalla cappella un verso che vi accennava. Solo col breve Constat apprime di Benedetto XV (16 apr. 1921), se ne ebbe concessione solenne.

Si cominciò presto ad ostendere tale indulgenza anche ad altre chiese. La prima ricordata è la chiesa di S. Domenico a Perugia, che l'avrebbe ottenuta da Benedetto XI probabilmente nel 1304. Dopo numerosissime altre concessioni a chiese e regioni particolari, fu estesa da Leone X (e forse già da Stato IV ca. il 1480) nel 1517 a tutte le chiese francescane per i membri del Primo e del Secondo ordine; Gregorio XV nel 1622 la concesse a tutti i fedeli che visit