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o nel 413 e a Rodi. Dapprima Celestio e Giuliano d'Eclano, poi Aniano, Turbancio e Agricola lavorarono intensamente per la diffusione delle sue idee. Nel 410, quando Alarico invase l'Italia, P. se ne allontanò; dopo un breve soggiorno in Africa, si stabili a Gerusalemme, accolto dal vescovo Giovanni, ma subito fu ritenuto sospetto da s. Girolamo. Condannato nel 418 dal Concilio di Cartagine, e già compromesso per certi incidenti tumultuosi avvenuti a Bellemme verso la fine del 417, P., senza aver sconfessato i propri principi, lasciò ai discepoli l'incarico di continuare la lotta. Si crede di ritrovare le sue tracce in diversi punti d'Oriente: ad Antiochia, dove sarebbe stato condannato di nuovo (ca. l'a. 425), nella regione di Ales-
sandria, dove probabilmente mori (ca. il 427). Nulla autorizza a credere che abbia fatto ritorno in Inghilterra.

Mirabile scrittore, moralista generoso e severo nello stesso tempo, P. non possedeva né il senso della tradizione, né l'intuizione delle realtà soprannaturali (Orosio, Apol., 29). Senz'aver avuto moi, forse, l'idea di fondare una setta dissidente, spinto dal solo desiderio di rialzare il livello comune della moralità cristiana, si trovò condotto dalla logica di principi troppo elementari e dallo stimolo di uno zelo non illuminato a costruire e difendere una dottrina eierodossa, che esercitò un'immensa seduzione.

L'opera di P. è vasta; si sono perduti un trattato in 3 libri sulla 'Trinità (C. Martini, Quatuor fragmenta Pelagio restituenda, in Antonianum, 13 [1938], pp. 293334); il Libro delle testimonianze (citazioni scritturistiche); un trattato De natura; un trattato De libero arbitrio; due lettere sulla Grazia ai vescovi Costanzo e Paolino di Nola; un commentario al Cantico dei Cantici.

Rimangono (sotto il nome di s. Girolamo) : un'opera esegetica importante: Expositiones epistolarum s. Pauli (ed. A. Souter, in Texts and Studies, IX, Cambridge 1926); un'opera morale notevole per la sua unità e il suo colorito letterario: Epistola ad Demetriadem (PL 30, 15-45); un trattato De vita christiana, per lungo tempo attribuito a s. Agostino o a Fastidio (PL 40, 1031-36); molte lettere di esortazione, tra le quali : Epistola ad Celestiam (CSEL, LVI, 329-56); un elogio De virginitate (PL 30, 163-75); un trattato De costitute (ed. C. P. Caspari, Christania 1890, pp. 122-67) e vari frammenti di lettere a Livana; due trattati polemici: De divitiis et de malis doctoribus, De operibus fidei (ed. C. P. Caspari, ivi 1890, pp. 25-113),

Bibl.: le opere di P. non sono state trasite in un Corpus. Vari frammenti presso s. Girolamo (Dialop. others. Pelagius.: PL 35, 493-590) e s. Agostino (De natura et Gratia: CSEL, XLII, 123-206). Lettere esorcatorie (PL 30) e trattati ascetici o polemici, ed. C. P. Caspari, Briefe, Abhandlungen... aus dem zwei letzten Jahrhunderten des Kirchlichen Altertums, Cristania 1890. Un testo non ancora dimostrato autentico: De inderatione cordis Pharaonis, scoperto da G. Morin, è stato pubblicato da G. de Plinval, in Essai sur le style et la langue de Pelage (Collectanea Friborgentio), Friburgo 1047. Antichi documenti su P.: s. Agostino, De gosits Pelagii (CSEL, XLII; PL, 40, 319-80). Paolo Orosio, Liber apologeticus (CSEL, V, 601-64); M. Mercatore, Communist. de Caelestio (PL 48, 63-106). La figura di P. è stata rinnovata dagli studi di G. de Plinval, Pelage, ses écrits, sa vie et sa réforme, Losanna 1943; id., Essai sur le style... cit., cf. Revue d'hist. eccl., 44 (1949), pp. 5-21.

II. La dottrina. - 1. Prime manifestazioni. - Agli inizi, l'insegnamento di P., motivato da preoccupazioni di carattere morale, si presentò con un aspetto essenzialmente pratico: una dottrina ricca di ascetismo entusiasta e intransigente, volta soprattutto a criticare l'uso delle ricchezze e a ridurre i consigli evangelici di povertà e castità in altrettanti precetti assoluti. Il rigorismo di P.
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(fot. Enc. Catt.)
Peiresc, Nicolas-Claude Fabri de - Lettera autografa di P. a G. Aleandro (18 dic. 1620) - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 2154, f. 109 *.

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tendeva a imporre a tutti i fedeli l'osservanza integrale dei precetti e dei consigli divini. Tale dottrina esagerata, fremente però di generosità, pose l'accento soprattutto sull'idea delle sanzioni eterne: premio in cielo o castigo nell'inferno. In realtà costituì una reazione contro talune tendenze, che allora si manifestavano, troppo concilianti e che riducevano la vita religiosa a una semplice adesione esterna alla Rivelazione cristiana (dottrina della fede senza le opere), oppure alla sola recezione del Battesimo, sufficiente (cosi riteneva Gioviniano) ad assicurare la santificazione definitiva. Nell'insistere sull'applicazione dei doveri concreti (Vita christiana, Laus virginitatis), P. finl con l'elaborare la dottrina dell'impeccantia. L'uomo può e deve porre ogni sua cura nell'osservare, senza esclusioni o tentennamenti di sorta, i divini comandamenti; con l'adempimento integrale della legge divina, l'uomo si avvicina alla "Giustizia"; la sua vita diventa in tal modo un ininterrotto e accetto sacrificio di lode a Dio. Questo ideale avrebbe potuto includere l'esigenza della Grazia, ma P. lo costrui deliberatamente sul solo fondamento delle disposizioni personali dell'uomo, su uno sforzo coscicnte e costante della volontà umana (Lettera a Demetriade); la sua morale è fondamentalmente volontarista.
2. La questione della Grazia. - P. riconobbe che di molti benefici è stata arricchita la natura umana da Dio: a) la Grazia della creazione, mediante la quale Dio ci ha dato la ragione e la libertà; b) la Grazia della remissione dei peccati : il Battesimo e la Penitenza ci riportano allo stato di innocenza; c) la Grazia dell'insegnamento, la quale comporta i diversi precetti della Legge, le dottrine della Scrittura, l'esempio salutare di Gesù Cristo, che tutti i cristiani devono imitare. Ma aveva un'idea cosi alta dell'autonomia e della rettitudine della ragione umana e del pieno esercizio della libertà, da non ammettere che questa possa subire altro influsso all'infuori di quello che proviene dall'accecamento indotto dai peccati o dall'abitudine; nessuna forma atavica, nessun intervento soprannaturale esterno (non l'influsso del demonio, non l'azione della Grazia nell'intimo della coscienza) possono far sentire il loro peso sui nostri giudizi, favorire o forzare la nostra scelta, prevalere sulla volontà. La nostra responsabilità è illimitata. La Grazia, l'accostamento, cioè, ai benefici di natura divina (promesse dalla salvezza), concessa egualmente a tutti, per lo meno a tutti i cristiani, consiste prevalentemente in una rivelazione dei Misteri, nella presentazione dei precetti e degli esempi del Vecchio Testamento e del Vangelo, fors'anche in un aiuto sempre proporzionato ai meriti e condizionato dalle opere antecedenti e susseguenti; non si tratta davvero di una "mozione" o di una misteriosa attrattiva o di un certo privilegio che dipende dalla libera elargizione di Dio: "Dio non fa distinzione di persone" (De natura, De libero arbitrio).
3. Teoria dello stato originale dell'uomo e valore del Battesimo. - Partendo da tali principi, P. fu indotto a combattere implicitamente la dottrina del peccato originale. L'anima, la quale non proviene dalla generazione umana, ex traduce, ma è creata immediatamente da Dio, non può, venendo al mondo, portare il peso di un peccato anteriore alla nascita, completamente estraneo alla coscienza e alla volontà dell'individuo (Exp. in Rom., V, 12; ed. Souter, pp. 46-47); considerata cosi in se stessa è neutra dal punto di vista morale, ma nondimeno capace, mediante le facoltà di cui è dotata, di innalzarsi da se stessa, in una certa misura, alla virtù, a ciò che Pelagio chiama «la santità naturale» ( $E p$. ad Demetriadem, 2-3; De libero arbitrio). Una tal concezione dell'integrità originale indusse Pelagio a deprezzare il Sacramento del Battesimo. Poiché il peccato personale di Adamo ha avuto soltanto conseguenze fisiche (mortalità, malattie) e, moralmente, non ha altro valore
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(Int. Enc. Catt.)
Pelagia, santa, martire - Incipit della Vita con miniatura. Il codice contiene il Menologium metaphysitium Octubris - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 1670, f. $63^{2}$ (sec. xit).
che quello di un cattivo "esempio", senza che apporti alcuna diminuzione alle disposizioni soprannaturali dell'uomo, il Battesimo, se è indispensabile ai pagani per la loro salvezza e agli adulti per la remissione dei loro peccati personali, perde qualsiasi significato quand'è amministrato ai bambini (parculi) che sono innocenti per definizione. Lo si può amministrare ai bambini per convenienza e per garantire loro l'ingresso nel "regno dei cieli", ma è un vero e proprio abuso dire che si conferisce ai bambini in remissionem peccatorum.
4. Libertà e predestinazione. - Per timore di dover sostenere controversie compromettenti, P. non espresse il suo pensiero preciso sulla questione del Battesimo; pose invece il libero arbitrio come asse del suo sistema (Testimon. lib.). Il dono della libertà è un privilegio incomparabile che Dio ha dato all'uomo; è una facoltà, mediante la quale, mentre l'ha distinto dalle altre specie, Dio ha innalzato l'uomo alla dignità di "esecutore volontario" dei propri pensamenti. Questo potere comporta come corollario la possibilità di rifiutare di compiere la volontà di Dio: per conseguenze, il permesso di peccare. L'uomo può scegliere tra il bene e il male; per lasciargliene tutto il merito, Dio non interviene nella sua decisione ( $E p$. ad Demetr., 2-3). Secondo un'espressione di Giuliano d'Eclano, che occorre interpretare nel valore giuridico delle parole: «L'uomo mediante il libero arbitrio si è trovato emancipato da Dio» (s. Agostino, Op. imperf., 1, 78).

La prima tappa della morale pertanto consiste nel prendere coscienza di questa ammirabile libertà; in genere, l'uomo non ha la misura esatta delle forze, che sono in suo potere. Egli non si rende conto di avere la capacità di acquistare con i propri mezzi la virtù, la giustizia, la santificazione (Ep. ad Demetr., 8). Incoraggiato dall'esempio deve sforzarsi di diventare per gli altri un esempio vivente. La morale pelagiana è una morale di onore (Virginum laus, 12 e 16). Questa concezione autar-

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chica della virtù indusse i pelagiani a sottovalutare o a ripudiare alcuni aspetti essenziali della vita religiosa: il senso della fragilità umana e quello della tentazione, la virtù dell'umanità, la fede nell'efficacia dei Sacramenti e delle azioni sacerdotali, l'utilità delle preghiere per gli altri, la riversibilità o la solidarietà dei meriti e delle sofferenze : in una parola, la Comunione dei Santi. Il pelagianesimo è una religione individualista, che rifugge da qualsiasi considerazione di carattere sentimentale o mistico e che si estrinseca principalmente nel fare atti di giustizia (De vita christiana).

Tale concezione contiene gravi errori psicologici, metafisici e soprattutto dogmatici. Il pelagiano, imbevuto dell'idea della propria libertà, misconosce le reali condizioni nelle quali si svolge la nostra attività, le incertezze della volontà, le cadute possibili o inevitabili : "L'uomo può, se vuole, non cadere in peccato" (Testim. lib.). Una tale mentalità esclude l'idea di un aiuto da parte di Dio, abituale o frequente, come pure il bisogno di ricorrere a una Grazia concreta, relativa a ciascuno dei nostri atti. I pelagiani rigettano soprattutto l'idea di un infiacchi. mento della primitiva libertà : il peccato di Adamo (o piuttosto di Eva) non influisce minimamente sulla nostra condizione originaria. Esso non può costituire l'oggetto di una trasmissione ereditaria; non ha oscurato né corrotto la ragione umana; non ha limitato affatto la nostra autonomia né ha attentato alle nostre disposizioni alla virtù e alla giustizia. Comunque ai cristiani il regno della Grazia e il beneficio del Battesimo hanno restituito tutti questi doni (De natura).

Ripugna, d'altra parte, alla bontà di Dio, "sorgente di ogni equità e giustizia", l'aver potuto emettere una condanna generale o a priori contro le sue creature. Egli, che rispetta l'indipendenza delle stesse, conosce soltanto nella sua prescienza il merito o il demerito che le creature possono acquistare. Non esiste, dunque, la "predestinazione"; c'è soltanto "vocazione", appello cioè svincolato da qualsiasi violenza. I pelagiani reagirono con estrema energia contro il fatalismo diffuso in certi ambienti popolari o monastici e contro una falsa interpretazione della dottrina agostiniana della Grazia, quando ci si ostinava a scoprire in loro la negazione del libero arbitrio e l'assoggettamento irrevocabile del nostro destino ad una scelta tirannica di Dio. L'apologia del libero arbitrio ha costituito l'idea direttrice del pelagianesimo e uno dei fattori più importanti del suo successore.
5. Diffusione e crollo del pelagianesimo. - Il pelagianesimo si diffuse soprattutto nella società romana e in Occidente come un largo movimento di restaurazione morale, che richiedeva a tutti i fedeli l'osservanza integrale della legge di Dio, mirando cosi a diffondere un ideale di giustizia perfetta e a costituire in questo mondo stesso la "Chiesa immacolata" senza rughe ". Tra il 411 e il 515 una tale concezione, sottolineata praticamente dal dovere di abbandonare le ricchezze, incontrò grandissimo favore in Italia, specialmente in Sicilia (s. Agostino, Ep., 157).

Ma fin dal 411-13, Celestio, esplicitando un aspetto del pensiero di P., cominciò a combattere la pratica del Battesimo dei bambini, nugò l'esistenza del peccato originale e sostenne decisamente l'assoluta indipendenza del libero arbitrio (propaganda in Africa; trattato delle Definizioni). Dovunque si stabilì, suscitò vivaci polemiche: a Cartagine, a Efeso, a Costantinopoli. P., meno combattivo, cercò di attenuare gli aspetti irritanti della sua dottrina, si piegò alle formole di conciliazione sulla cooperazione necessaria della Grazia (Concilio di Diospolis, 415), ma difese, non senza talento, i diritti naturali della condizione umana, la possibilità di evitare il peccato, l'esistenza di un atto libero cosciente e meritorio (trattati De natura, De libero arbitrio; lettere a papa Innocenzo).

Nel 417-18 i suoi sostenitori romani negarono recisamente la dottrina del peccato originale. Giuliano d'Eclano, che fu il corifco della seconda generazione pelagiana, non volle sottoscrivere la Tractoria (enciclica di papa Zosimo) e si ribellò apertamente all'autorità della Chiesa, guadagnando al proprio scisma 17 vescovi di Italia. Rifiutando il rigorismo religioso di P., Celestio inclinò verso il naturalismo e il razionalismo, addusse
prove sulla "neutralità morale del fanciullo e sulla libertà di indifferenza (Libri a Turbanzio, 421-22). Verso il 427-29 a Costantinopoli la discussione verteva piuttosto sulle conseguenze fisiche del peccato di Adamo (concupiscenza, necessità di morire); gli esiliati pelagiani, cacciati dall'Occidente, tentarono approcci con Teodoro di Mopsuestia e poi con Nestorio. In Africa, in Aquitania, in Inghilterra, la campagna pelagiana si diffuse, puntando soprattutto sulla questione del libero arbitrio e facendo la critica alle teorie di s. Agostino sulla Grazia e sulla Predestinazione. Contro le censure della Chiesa di Roma e dei vescovi di Africa, i pelagiani invocarono abusivamente l'autorità dei Padri della Chiesa greca (s. Giovanni Crisostomo; traduzioni di Aniano). Condannati senza equivoci dai papi Zosimo (Tractoria, estate 418) e Celestino, dai Concili di Africa, di Antiochia e di Efeso (431), dalle Costituzioni imperiali di Onorio (418) e di Valentiniano III (425). I dissidenti furono costretti a ricorrere all'azione clandestina; concentrarono allora i loro attacchi contro la dottrina della Predestinazione (cf. H. von Schubert, Der Segensante Predestinatus ecc., Lipsia 1903), continuarono la loro propaganda in Inghilterra (missione di s. Germano d'Auxerre, 429) e in Irlanda, moltiplicarono gli intrighi in Campania e soprattutto nell'Illiria (regione di Aquileia), dove mantennero le loro posizioni fino al tempo di s. Leone Magno (ca. il 440). Gli ultimi vestigi del pelagianesimo come setta non andarono oltre il pontificato di Gelaojo (496).
6. La dottrina cattolica di fronte al pelagianesimo. - Non è rimasta alcuna treccia delle prime reazioni che si ebbero contro l'insegnamento di P. nictivo alla Grazia, all'illiceità delle ricchezze, ecc. Ma, fin dal 411-12, per iniziativa del diacono Paolino di Milano, discepolo di s. Ambrogio, il clero di Cartagine e il vescovo Aurelio condannarono Celestio che respinse l'uso del Battesimo dei bambini; nel 415 s. Girolamo ribatté soprattutto la dottrina dell'impeccantio e certi imperativi della morale pelagiana (Lettera a Ctesifonte e Dialoghi contro i pelagiani). Con un senso teologico più profondo, s. Agostino nel De peccatorum meritis et remissione et de Baptismo parvalorum (412-13) colse gli elementi essenziali della dottrina, confutando con un'unica argomentazione la teoria dell'innocenza dei bambini e l'errata concezione di una giustizia innata o acquistata mediante il solo sforzo della volontà. La lettera a Dario ca. l'anno 415 (s. Agostino, Ep., 157), il De Gratio Christi et de peccato originali nel 418 finirono con mettere in luce le deficienze della teoria pelagiana e fissarono, allo stesso tempo, la dottrina delle Grazia, la sua necessità, il suo carattere interno e gratuito. La confusazione metodica delle tesi di Giuliano d'Eclano, cominciata nel Contra II epistulas Pelagianorum (420) e nel Contra Iulianum (421) continuò nell'Opus imperfectum. A questa somma antipelagiana di s. Agostino sono da aggiungere i Commonitoria di Mario Mercatore, gli opuscoli di s. Prospero d'Aquitania e una grande esposizione di sintesi dottrinale (redatta ca. il 435), l'Heptamericon.

Tanta attività letteraria e teologica degli autori cattolici preparò l'intervento dogmatico del magistero della Chiesa: condanna degli errori di Celestio sul Battesimo e il peccato originale pronunciata a Cartagine (411-12); condanna solenne e cumulativa di Celestio e P. nei Concili di Cartagine e Milevi nel 416; scomunico infiitta a P. nel genn. 417; le Costituzioni del grande Concilio africano tenutosi a Cartagine il $1^{\circ}$ maggio 418 , nel quale fu definita la realtà del peccato originale e fissata le teologia classica della Grazia ( 9 cann. ne precisano il carattere soprannaturale, la necessità e l'efficacia; il can. $3^{\circ}$ che nega l'esistenza dei "limbi" non è stato riportato nelle collezioni romane); Tractoria di Zosimo (estate 418), che confermò gli atti del Concilio di Cartagine e insistette sul carattere di ereditarietà del peccato originale e sulle conseguenze fisiche, morali e soprannaturali della caduta di Adamo; dichiarazioni del Concilio Efesino (22 luglio 431); in ultimo luogo, collezione delle sentenze ufficiali della Chiesa romana, riunite nei Capitolari celestiniani (stampati sotto il titolo di Sedis Ap. Episcoporum auctoritates, in PL 51, 205-12).

Da tutti questi testi risulta: 1) una chiara con-

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danna della concezione pelagiana che negava alla Grazia il carattere di un aiuto intrinseco e gratuito, richiesto per compiere qualsiasi atto virtuoso; 2) affermazione del peccato originale ereditato da Adamo, considerato come reale e inerente a ciascun uomo; 3) il carattere salutare del Battesimo, anche per i bambini, che non hanno ancora commesso alcun peccato attuale. Molto più complessa ad essere stabilita, la dottrina cattolica, riguardante il libero arbitrio nei suoi rapporti con l'azione divina e la predestinazione, non ha potuto ricevere la sua chiarificazione che dopo un lungo periodo di incertezze e di contrastanti soluzioni, nel Concilio di Orange (529; v. semipelagianSsMO).

BibL.: testi antichi: s. Girolamo, Ep. 133 a Ctesifonte: Dialog. adrere. Pelagian.: PL 23, 577-618; s. Agostino: trattati antipelazioni in CSEL, 42 e 60; Contra Julianum: PL 44, 641-874; Hebonnosticon. ibid., 43, 1611-64. Atti dei Concili : Mansi, IV, 301-43, 320-38, 373-78; Capitoluri celestiniano: PL 21, 205-12. Autori moderni: Fr. Worter, Der Pelagianismus nach seinem Ursprung und seiner Lehre, $2^{\circ}$ ed., Friburgo in Br. 1874; Fr. Klosen, Die innere Entwicklung des Pelagianismus, ivi 1882; H. von Schubert, Der sogenannte Praedestinatus, ein Beitrag zur Geschichte des Pelagianismus (Texte und Unternech., 24. iv), Lipsia 1903; G. Märtil, La tradición en 1. Agustín a través de la controversia pelagiana, Madrid 1943; G. de Plinval, Pelage, ses écrits, sa vie et sa réforme, Losanna 1943; id., Le lotte del p., in Fliche-Martin-Frutaz, IV, pp. 77-123. S. De Simone, Il problema del peccato originale e Gistiano di Erlano, Napoli 1950; R. Hedde-E. Amann, Pelagianisme, in DThC, XII, coll. $672-715$

Giorgio de Plinval
PELAGIO I, PAPA. - Figlio di Giovanni funzionario romano, di famiglia aristocratica, era già diacono nel 536 ed apocrisiario di papa Agapito a Costantinopoli : nel maggio di quell'anno partecipò insieme con il diacono Teofane al Sinodo che condannò il patriarca Antimo. Fido consigliere dell'imperatore Giustiniano, si adoperò per impedire il ritorno a Roma del deposto papa Silverio (it nov. 537), e nel 538 , dopo la deposizione di Teodosio, vescovo severiano di Alessandria, fece ordinare per quella chiesa il monaco Paolo; qualche anno più tardi ( 539 ) egli stesso dovette deporlo nel Sinodo di Gaza, dove si era recato per incarico dell'Imperatore. Di ritorno a Costantinopoli, P. si fermò a Gerusalemme, dove alcuni monaci di Mar-Saba gli presentarono estratti delle opere di Origene perché li facesse condannare da Giustiniano. P. accettò volentieri l'incarico, e nel 543 uscì la condanna sottoscritta dai patriarchi d'Oriente e dallo stesso papa Vigilio. Questa condanna diede poi occasione alla controversia dei «Tre Capitoli» (v.) che tenne agitata la Chiesa e nella quale lo stesso P. ebbe gran parte.

Poco dopo la condanna di Origene, P. era ritornato a Roma e nell'assenza di papa Vigilio, trascinato a Costantinopoli, si adoperò ad alleviare le miserie e le tribolazioni della guerra gotica. Verso la fine del 546 , per incarico di Giustiniano e del Senato romano, si recò da Totila per ottenere una tregua, ma inutilmente, e quando nel dic. Roma fu occupata, P. aspetrò il barbaro davanti alla basilica di S. Pietro, chiedendo ed ottenendo pietà per il popolo: le persone furono risparmiate ma la città fu saccheggiata. Pochi giorni dopo P. partecipò alla seduta del Senato convocato da Totila al Palatino, dove ancora una volta riuscì a placare le ire del barbaro, che poi l'inviò, insieme con l'avvocato Teodoro, a Costantinopoli come ambasciatore di pace e dietro promessa che avrebbe fatto gli interessi del re e sarebbe tornato subito a Roma. Alla corte bizantina, dove si erano rifugiati molti senatori fuggiti da Roma, trovò gli animi ostinati, e Giustiniano, per tutta risposta, inviò in Italia Belisario che nella primavera del 547 occupò Roma. Nei primi mesi del 552 P. ritornò di nuovo a Costantinopoli per assistere il papa Vigilio travagliato dalla corte per la questione dei "Tre Capitoli", e nel maggio 553 redasse e sotto-
scrisse insieme con altri il constitutum di Vigilio contrario alla condanna: fuperciò arrestato e rinchiuso in vari monasteri. Intanto Vigilio cedeva, approvando il Concilio del 553 e condannando i "Tre Capitoli». P., pur prigioniero, compose alcuni libelli contro la condanna e contro lo stesso Pontefice, racciandolo di incostanza e vendita. Di essi si è conservato il solo In defensione trium Capitulorum, ed incompleto per giunta: di sei libri, manca tutto il primo, ed il secondo a l'ultimo sono munili. Poggiandosi sul Constitutum di Vigilio e sull'opera di Facondo di Ermiana, P. cercò di provare come la condanna significasse offesa al Concilio di Calcedonia e offesa a papa Leone. Ottenuto lo scopo, Giustiniano lasciò libero Vigilio che morì a Siracusa nel giugno 555 . A succedergli, lo stesso imperatore designò P. che accettò la condanna dei "Tre Capitoli" e l'operato del Concilio del 553.

Ritornato a Roma, P. trovò clero e nobili ostili, quasi fosse stato causa dei dolori e della morte di papa Vigilio. Finalmente, mediante il valido appoggio di Narsete, poté esser consacrato il 16 apr. 556 dai vescovi di Perugia e Ferentino cui si aggiunse un prete di Ostia. Poiché le ostilità contro il nuovo Pontefice non accennavano a diminuire, d'accordo con Narsete, P., dopo una solenne processione dalla chiesa di S. Pancrazio a S. Pietro, salì sull'ambone e tenendo in mano i Vangeli e la Croce, dichiarò solennemente ch'era innocente della morte di Vigilio e che accettava le decisioni dei quattro Concili ecumenici. Questo atteggiamento non valse a togliere le opposizioni, manifestatrici specialmente in Gallia dove il re Childeberto a più riprese mandò ambasciatori per chiedere spiegazioni sulla fede di P., in Africa, nell'Illirico e specialmente nell'Italia settentrionale, dove ebbe origine un doloroso scisma da parte dei metropoliti di Milano e di Aquileia.

Durante il breve pontificato, P. si adoperò a reintegrare il clero romano decimato durante gli anni precedenti, a provvedere alle miserie delle popolazioni, a riscattare gli schiavi, a riparare le chiese e gli altri danni causati dalle guerre gotiche. Morì il 4 marzo 561 e fu sepolto in S. Pietro.

Bibl.: Jaffé-Wattenbach, nn. 938-1038; Lib. Pont., I, p. 303 seg.; L. Duchesne, L'Eglise au l'Y siècle, Parigi 1925, pp. 169-73. 181-85, 219-38; R. Devresse, Pelagi diaconi Ecclesiae Romanac. In defensione trium Capitulorum (Studi e testi, 27), Città del Vaticano 1932; id., in DThC, XII, 660-69; id.. Essai sur Théodore de Mopaueste (Studi e testi, 141), Città del Vaticano 1948, pp. 263-66; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 164-70, 217-20; Fliche-Martin-Frutaz, IV, pp. $423-82$.

Agostino Amore
PELAGIO II, PAPA. - Di origine germanica, n. a Roma da Unigildo. Entrato nel clero, nel 579, alla morte di Benedetto I, fu eletto pontefice e consacrato il 26 nov. Attese le precarie circostanze in cui si trovava l'Italia, devastata dai Longobardi giunti sino sotto Roma, la consacrazione avvenne senza aspettare, come era d'uso, il beneplacito dell'Imperatore bizantino.

Appena salito al soglio pontificio, P. si adoperò con ogni mezzo per salvare Roma dalle devastazioni barbariche: e assumendo anche la direzione degli avvenimenti con il Senato romano, mandò un'ambasceria a Costantinopoli per sollecitare aiuti militari. Poiché questi furono insignificanti, P. pensò di rivolgersi al re dei Franchi (ott. 580) sollecitandolo ad allearsi con l'Impero contro i Longobardi. Non avendo avuto efficace difesa dall'esarca di Ravenna, Smaragdo, spedì una nuova ambasceria a Costantinopoli. In seguito a negoziati, nel 585 poté concludere una tregua con Autari, durata fino al 589 . Profittando delle pacifiche condizioni politiche della tregua, P. poté finalmente dedicarsi più intensamente all'attività religiosa e spirituale, ed in primo luogo cercò di far cessare il funesto scisma sorto sotto Pelagio I (v.), scrivendo al vescovo Elia di Aquileia, per dargli formale assicurazione che nulla s'era fatto in contrasto con il Concilio di Calcedonia, oggetto e pretesto della lotta; ma ogni trattativa in proposito, per l'ostinazione degli sciamatici, non approdò a nulla; infatti non ebbe ascolto un'altra lettera ad Elia, in cui spiegava minutamente l'atteggiamento della Sede Apostolica nella

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(fol. Anderson)
Pelagio it, papa. - Il Papa, presentato da s. Lorenzo, offre al Cristo il modello della Basilica. Particolare del musaico dell'area trianfale della basilica di S. Lorenzo fucri le mura (ca. 380) - Roma.
questione dei : Tre Capitoli s, dei papi Vigilio e Pelagio I, ma insieme con forti argomenti provava la condannabilità dei "Tre Capitoli ". Nemmeno le minacce dell'imperatore Maurizio impaurirono i successori di Elia, e senza risultato rimasero i tentativi dell'esarca Smaragdo. Durante il pontificato di P. ebbe anche inizio l'incresciosa questione suscitata dall'ambizioso patriarca Giovanni di Costantinopoli il quale si arrogava il titolo di "patriarca ecumenico ".

Nel nov. 589 una terribile inondazione del Tevere fece molti danni e cagionò una pestilenza: tra le prime vittime fu lo stesso P. ( 7 febbr. 590 ).

Bibl.: Jaffé-Wattenbach, nn. 1047-65; Lib. Pont., I, pp. 309311; E. Amann, s. v. in DThC, XII, 669-75; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 223300.

Agostino Amore
PELESZ, Julian. - Vescovo, n. nella regione dei Lemki (Carpazi) nel 1843 e m. a Przmyslia nel 1896. Fece gli studi nel Seminario ucraino di S. Barbara a Vienna.

Sacerdote nel 1867 , fu dal 1874 al 1883 rettore del Seminario e parroco degli Ucraini residenti nella città. In questo tempo scrisse in tedesco la fondamentale opera in 2 voll. della Storia dell' Unione della Chiesa ruteno con Roma e in ucraino un solido libro di teologia morale.

Nel 1885 fu eletto primo vescovo della nuova sede di Stanislavov nella Galizia e nel 1891 di Przmyslia. Prese parte al Sinodo di Leopoli (1891), molto importante per lo sviluppo del rito ruteno nella Galizia. P. ebbe molto a soffrire a causa delle difficoltà politiche e religiose, sia nella Galizia che a Vienna, come anche per parte della Congregazione di Propaganda, allora molto incline al latinismo.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, p. 570. Alberto Maria Ammann

PELINGOTTO, Giovanni Pelino Goto, detto il, beato. - Terziario francescano, n. in Urbino da illustri genitori nel 1240 , m. ivi il $1^{\circ}$ giugno 1304. Da giovane fu dal padre avviato al commercio, nel quale, però, più che ad accrescere la sua fortuna, badava ad accrescere quella degli altri.

Dopo poco tempo, con il consenso del padre, abbandonò il commercio, dispensò tutto il suo ai poveri e si dedicò unicamente a Dio nella solitudine e nell'orazione. Annoverato tra i Terziari francescani, diventò preclaro esempio di virtù tra i suoi confratelli e concittadini, insigne specialmente nella penitenza e nella carità. Il suo culto 'mmemorabile fu approvato da Benedetto XV il 12 nov. 1918.

Bibl.: BHL, 996; Acta SS. Inuti, 1, Anversa 1695, pp. 148149; A. M. Bonucci, Vita del b. P. da Urbino coll'aggiunta di altri beati, tutti dell'Ord. di S. Francesco, Roma 1709.

Félez de Mereto
PELLA. - Antica città all'est del Giordano (Bihil nelle lettere di el-'Amârnah, $p^{\prime}$-hjr' nella lista di Thutmosis III e nella stele di Seti I ritrovata a Bejsân), detta nel Talmud, fedele alla trascrizione semitica, Fahl, nome conservato nell'arabo Hirbet el-Fahil, 12 km . a sud est di Bejsân.

I coloni macedoni ca. il 3 ro le dettero il nome di P. Conquistata da Antioco III nel 218 a. C., resisté al proselitismo di Alessandro Ianneo e, liberata da Pompeo, fu incorporata nella Decapoli (v.). La città si mantenne fedele ai Romani, e i cristiani, all'avvicinarsi dell'assedio di Gerusalemme, ricordando il precetto del Maestro (Lc. 21, 20) si rifugiarono a P., secondo Eusebio (Hist. eccl., III, 5: PG 20, 221) e s. Epifanio (Hueres., 29, cap. 7: PG 41, 401).

Sondaggi archeologici in Hirbet Fahil, Tabaqât Fabil e sul Tell el-Ilosn, dove domina la fortezza, hanno messo in luce grandi costruzioni con passaggi segreti, tomba ornate di sculture, resti di un tempio e di un attiteatro, chiese e monasteri ed una quantitá di ceramica araba, bizantina, romana, del bronzo III e dell'età del ferro.

BibL.: J. Richmond, Hirbet Fahil, in Palest. expl. fund, Quart. ruteni., 66 (1934), pp. 18-31: W. F. Albright, Two little understood Amarna letters from the middle Yardan valley, in Bull. of American Schools of oriental researches, 89 (1943), pp. 9 n. 9, 11 n. 21; T.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 405.

Donato Baldi
PELLEGRINAGGIO. - Dal lat. peregrinatio "viaggio in terra straniera", è una pratica devozionale che consiste nel recarsi collettivamente o individualmente a un santuario o a un luogo comunque sacro e quivi compiere speciali atti di religione, sia a scopo di pietà sia a scopo votivo o penitenziale. La pratica del p., sotto entrambe le forme, si trova in tutte le religioni perché è naturale che l'uomo visiti i luoghi santificati dalla presenza della divinità o delle reliquie di un defunto insigne, eroe o santo, irradiando da essi più immediata e più efficace la virtù divina.

1. Nelle religioni non cristiane. - Il p. è una delle pratiche più care ai gruppi umani: 1) perché mette in giuoco tutte le facoltà dell'individuo visive, uditive, motorie, emozionali, intensificandole in virtù dell'associazione; 2) perché esalta il vinculo collettivo, che dell'emozione religiosa è fattore potentissimo; 3) perché aumenta il valore e prolunga il ricordo della sacra meta e delle memorie religiose che vi sono connesse; 4) perché, facendo sentire e quasi misurare il sacrificio, ne fa prevedere e calcolare più sicuramente gli effetti. Se poi si tratta di una religione universale, l'incontrarsi di genti diverse nel medesimo centro religioso giova oltremodo ad imporre il senso della unità sociale di quella data religione, al disopra delle barriere di razza e di nazione.

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Il p., specialmente se a santuari di lungo percorso, offre la possibilità di costituire ai luoghi di tappa fiere per piccoli o grandi scambi commerciali, dove poeti e cantori dànno prova del loro genio, dove i custodi di santuari minori disposti lungo la via esaltano l'eroe o il santo che hanno in custodia.

Questo traffico materiale e spirituale, che riveste carattere di periodicita, oltreché aumentare le conoscenze geografiche ed etniche, serve anche a dar risalto alla città mèta del p. e a quelle scaglionate lungo la strada; le quali, infatti, spesso finiscono per oscurarsi e anche per tramontare del tutto non appena cessi l'attrazione che la prima esercitava. Tutte le religioni conoscono la pratica del p .

Giappano. - Il p. principale è quello che si fa al tempio di Isè dedicato ad Amaterasu, la dea solare. Tra i più popolari è quello ai 33 santuari di Kwannon, dea benevola per le miserie umane. Celebre pure è il p. al Fusi-jama, la più alta montagna vulcanica del Giappone: e quelle al monte Kimpu-sen in Yamato e Ontake nello Shinano.

India. - L'India è per eccellenza la terra dei p. specialmente nella regione del Himalaya e del Kashmir. Oltre 60 sono i luoghi di p. Siva è la divinità più frequentemente visitata: seguono Kali, Vishnu, Krṣca. Frequentati sono anche i p. ai fiumi sacri : il Gange, il Jumna, il Narbada (o Godávari) specialmente ai punti di conlluenza : il bagno in questi fiumi cancella le impurità del corpo e dell' anima; bagno il cui tempo viene fissato dai sacerdoti in coincidenza con fenomeni astronomici. Un tatuaggio sul corpo è segno di p. compiuto.

Egitto. - Per l'Egitto Erodoto ricorda il p. compiuto in barca sul Nilo per recarsi a Bubasti al santuario della dea Seket, con danze e insulti rituali e grandiosa luminaria : celebre era pure quello al santuario di Ammone.

Babilonia. - In Babilonia, dove cultualmente è in grande onore la processione, il p. è molto meno documentato. Ma è noto quello che Salmanassar II compie nell'851 a Babilonia e a Borsippa per procacciarsi la benevolenza degli dèi.

Israele. - Va ricordato soprattutto il grande p. che, massime dopo l'esilio, raccoglieva tutti gl'Israeliti al tempio di Gerusalemme per la Pasqua. I pellegrini procedevano a gruppi, cantando lungo la via i salmi "della salita" (graduali), facevano al 15 nisdu la cena rituale e visitavano il tempio. Altre due feste che richiamavano gl'Israeliti a Gerusalemme erano quella di Pentecoste, 50 giorni dopo la Pasqua, e quella dei Tabernacoli, a sett., quando erano terminate mietitura e vendemmia.

Grecia. - Ai santuari di Asclepio a Cos e a Epidauro si diressero sempre devoti in cerca di sanità. Ma anche le grandi adunate religioso-nazionali di Olimpia, di Delfi, di Eleusi si devono considerare come p. perché di questi hanno tutti gli elementi essenziali : il raduno periodico,
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(da Palestine Exploration Quarterly, B82, tav. 2)
Pella - Pianta degli scavi eseguiti a Hirbet el-Fahil, l'antica P.
le gare e i giuochi, il sacrifizio religioso al nume patrono del santuario. Nella pianura di Olimpia, p. es., dominata dal bosco sacro (altis) e dal tempio di Zeus, erano scaglionati lungo la via sacra numerosi santuari a cui da tutta la Grecia accorrevano i devoti, ogni 4 anni (olimpiadi), al cader dell'estate, sia per sacrificare agli dèi e agli eroi, sia per partecipare o come attori o come spettatori alle gare e ai giuochi.

Roma. - I santuari di Giove Laziale, di Diana Nemorense e di Giunone Lanuvina erano mèta di p. non soltanto ufficiale per le città che erano rappresentate alle feste o per magistrati che vi dovevano intervenire, ma anche per la frequenza di popolo devoto insieme e festante.

Buddhismo. - Quell'inclinazione al p. così radicata nell'India induistica si riscontra anche nel buddhismo. E vero che nel buddhismo più antico (hinayanico o del "piccolo veicolo") il p. non è espressamente consigliato, ma esso era in certo modo implicito nell'obbligo della vita itinerante imposta ai monaci dalla regola (esclusa la stagione delle piogge) e veniva spronato dal desiderio di venerare i luoghi santificati dalla vita e dalla morte dal Buddha e dalla presenza delle sue preziose reliquie, distribuite in otto parti alle genti accorse ai suoi funerali ed onorate dal re Asoka con la costruzione di sontuosi stupa. I principali tra questi luoghi di p. sono: Kapilavastu dove il Buddha esecque, Budh Gavâ dove ricevette l'illuminazione, Benares dove tenne la prima predica sulle quattro sante verità, Kusinagara dove mori.

Fuori dell'India altri luoghi famosi di p. sono : nell'isola di Ceylon, il tempio del dente di Buddha e il Picco di Adamo, dove si ammirano le impronte dei suoi piedi, venerate anche da maomettani, indù e giàina; a Rangoon, in Birmania, la pogoda di Shva Dagon, con le sue cento immagini del Buddha e la reliquia di otto suoi capelli, verso la quale convengono pellegrini non solo dalla Cina e dal Siam, ma anche dal Giappone e dalla Corea. In Cina i luoghi buddhistici di p. si sono sovrapposti a vecchi santuari taoisti situati sulle montagne e sono principalmente quattro: Omishan (prov. Szechwan), Pictoshan (arcipelago Chusan), Wutarahan (prov. Shensi) e Chinhuashan (Cina centrale, sullo Yangtze). Nel Tibet e in Mongolia le tre capitali lamaisiiche: Lhasa, Tashilumpo e Urga sono visitate da monaci e da fedeli che venerano nei tre grandi lama l'incarnazione di altrettanti bodhisattva.

Islamismo. - Per i musulmani il p. è una delle cinque obbligazioni fondamentali. Esso deve farsi alla Mecca almeno una volta nella vita. Le pratiche rimontano all'epoca preislamica e si sono mantenute inalterate. Il pellegrino entrato nel sacro recinto fa sette volte il giro della ka'bah, bacia la pietra nera, beve l'acqua del pozzo Zamzam, sale sul Monte 'Arafat, scende poi nella Valle di Minh dove, come ai tempi dell'idolatria, ha luogo un grande sacrificio di animali. Il tutto si chiude con una seconda visita alla ka'bah, dopo la quale il pellegrino depone la veste speciale che ha indossato all'inizio e si fregia del titolo di pellegrino (al-hā̄̇̇). I musulmani sciiti, cui è interdetta l'entrata alla Mecca, compiono il p. alla tomba di 'Ali. Nicola Turchi
II. Nel cristianesimo. - Nella storia del cristianesimo si possono distinguere due specie di p. : p. di devozione e p. di ordine giudiziario.

1. P. di devozione. - La costruzione delle basiliche erette da Costantino sul S. Sepolcro e sul Calvario e dall'imperatrice Elena sul Monte degli Olivi e a Betlemme, come pure l'invenzione della S. Croce, invogliarono i cattolici a visitare e venerare i Luoghi Santi. Si costruirono pure ospizi per i pellegrini a Gerusalemme e anche in Egitto, perché molti bramavano conoscere il paese dove aveva dimorato qualche tempo la S. Fa-

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(par cartasia del dalt. B. Depenbert)
Pellegrinaggio - Un pellegrino (1400), disegno di Lippo del
Maso - Vicenza, Albertina.
miglia o s'interessavano delle tappe percorse dagli Israeliti nel deserto.

Il soggiorno di s. Girolamo in Palestina accrebbe ancor più l'afflusso dei pellegrini; e si conservano ancora le descrizioni dei viaggi fatti da patrizie romane colte: Paola, Eustochio, Melania (PI. 22, 482-92; T. ToblerA. Molinier, Itinera latina bellis sacris anteriora, I, Ginevra 1877, pp. 43-47; II, ivi 1880, pp. 133-42).

Fin dal 333 un vescovo della Gallia traccia l'itinerario da seguire da Bordeaux a Gerusalemme, passando per Costantinopoli (CSEL, 39); più particolareggiata la descrizione di Egeria (v.; ibid., pp. 37-101). Alcuni ecclesiastici guidavano i pellegrini e uomini armati proteggevano il loro cammino attraverso i paesi malsicuri. Nei secc. vi e vir i p. conservarono la medesima rinomanza (ca. 670; CSEL, 39, pp. 137-50, 159-218, 221-97).

Nel sec. xi i pellegrini non potevano entrare a Gerusalemme se prima non avevano pagato un tributo ai musulmani; ma nonostante i pericoli del cammino, viaggiavano soli o accompagnati da un servo o da una guida (MGH, Scriptores, XI, p. 136; XII, pp. 249-67). La via del Danubio apportò parecchie facilitazioni, dopo la conversione degli Ungari, e vari ospizi sorsero lungo il percorso. Ben presto si ebbero due novità : aip. individuali si sostituirono pellegrini a comitive anche importanti; p. es., l'abate di St-Vanne condusse con sé fino a 700 compagni, e vi parteciparono anche cavalieri, che in caso di necessità avrebbero adoperata la spada contro gli aggressori. Nel 1065 il gruppo guidato da Günther, vescovo di Bamberga, comprendeva ca. 12.000 persone. Attaccato dai Beduini, dovette la sua salvezza all'intervento dell'emiro di Ramleh (L. Bréhier, L'Eglise et l'Orient au moyen age. Les Croisades, $5^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1928, pp. 42-50).

L'occupazione della Siria e della Palestina da parte dei Turchi selgiucidi ostacolo, verso la fine del sec. xi,

I'accesso ai Luoghi Santi. I pochi pellegrini che ritornarono sani e salvi dal loro viaggio propagarono in Occidente il racconto dei pericoli incorsi, delle vessazioni, insulti e offese sopportate, concorrendo cosi all'attuazione della Crocinta. Quando poi fu fondato dai latini il regno di Gerusalemme, l'èra dei p. tornò a fiorire, tanto più che gli «ospitalieri» fornivano scorte armate. Le invasioni mongole e la perdita di S. Giovanni d'Aon (29 maggio 1291) furono nefaste; tuttavia vi furono sempre cristiani coraggiosi che visitavano la Terra Santa, come attesta una guida, redatta nel sec. xiv (H. Omont, Une guide du pelerin en Terre Sainte an XIV siecle, in Mélanges G. Schlumberger, Parigi 1924, pp. 436-51; per le epoche seguenti cf. Recueil de voyages et de documents pour servir à l'histoire de la géographie, depuis le XII siècle jusqu'd la fin du XVIc, ivi 1892). Viaggi periodici, almeno dal sec. xiv, si potevano intraprendere per mare da Venezia.

Oltre ai Luoghi Santi per antonomasia, quelli cioè della Palestina, anche i luoghi di sepoltura degli apostoli, dei martiri, dei defunti ritenuti santi, le chiese, i monasteri, le cappelle che possedevano reliquie insigni, i santuari dedicati alla Vergine, divennero meta di p. e tanto più in quanto i Luoghi Santi erano di difficile accesso e troppo lontani (l'elenco in L. de Sivry e de Champagnac, Dict. geogr. et hist. des pèlerinages anciens et modernes, 2 voll., Parigi 1851; ma ora la lista potrebbe allungarsi di molto).

Di questi p. di devozione se ne distinguevano nel medioevo due specie : i p. maggiori, cioè Roma, S. Giacomo di Compostella, S. Tommaso di Canterbury, i Tre Re Magi di Colonia; e i p. minori, che comprendevano tutti gli altri. La tomba dell'apostolo Pietro godeva le preferenze di pellegrini ; i visitatori gettavano le loro monete attraverso la fenestrella e un altarista le raccoglieva. La S. Sede inoltre aveva annesso alla visita delle chiese romane numerose indulgenze, che i fedeli tenevano molto ad acquistare.

In qualunque luogo andasse per la sua visita, il pellegrino, prima di partire, si faceva benedire la cintura; e camminava vestito di una semplice cappa, un largo cappello in testa, una bisaccia a tracolla, in mano un bastone, chiamato bordone, a cui talora era appesa una zucca vuota per l'acqua. Colui che andava a Roma, si chiamava Romipeta. Durante il viaggio, i pellegrini trovavano ricovero nei monasteri o nelle innumerevoli case religiose che coprivano il suolo della cristianità. Al termine del p., erano accolti negli ospizi specialmente destinati a questo scopo. Nessuna città, a partire almeno dal sec. xiv, era meglio organizzata per riceverli che Roma, dove c'erano corporazioni di albergatori, forniti di regolamenti minuziosi. Alcune confraternite, come quella della S. Trinità dei Peregrini (sec. xVI), fornivano particolarmente vitto e alloggio. In epoca moderna si costruirono ospizi riservati per i sudditi di questa o quella nazione e ne sussistono ancora: p. es., S. Ivo dei Bretoni, S. Niccolò dei Lorenesi, S. Luigi de' Francesi (v. J. Lacroux, Les institutions de la France à Rome, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Roma 1892; M. Romani, Pellegrini e viaggiatori nell'economia di Roma dal XIV al XVII sec., Milano 1948).
2. P. giudiziari. - Molto spesso i confessori imponevano ai grandi peccatori dei p., in modo che servissero come espiazione dei gravi peccati commessi. Come fece Gregorio VII con quel Cencio che l'aveva aggredito e Clemente V con Guglielmo di Nogaret, reo di violenza contro Bonifacio VIII, per avere l'assoluzione dalla scomunica incorsa mediante l'attuazione di alcuni determinati p. (cf. Regestum Clementis Papae V, Roma 1884-92, n. 7051).

Gli eretici pentiti, che dovevano abiurare i loro errori, si obbligavano con giuramento di compiere questo o quel p., che veniva loro stabilito dagli inquisitori. La partenza doveva avere luogo entro uno spazio di tempo, che variava da uno a tre mesi. Il pellegrino era munito di lettere penitenziali, che gli servivano di salvacondotto; giunto a destinazione, doveva compire tutti gli obblighi indicati nel documento ufficiale. Il soggiorno a Roma durava una quindicina di giorni o si prolungava per tutta una Quaresima. Tornati alle loro case i pellegrini presentavano

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agli inquisitori i certificati redatti dall'autorità compatente del luogo visitato, che attestavano il pieno adempimento delle penitenze inflitte (cf. Pagart d'Hermansart, Certificat d'accomplissement de pélerinage pour homicide en 1333, in Bull. hist. et philolog. du Comité des Travaux scientifiques, 1892, pp. 372-73).

Bibs.: L. Lalanne, Des pélerinages en Terre Sainte avant les Croisades, in Bibl. de l'Ecole des Chartes, 7 (1845), pp. 1-31; J. C. M. Laurent, Peregrinutores Medii Aevi quattuor, $2^{\circ}$ ed.. Lignia 1864; J. Michelant - G. Ragnaud, Itinéraires français du $X I^{e}$ ou XIII e siècle, Parigi 1882; J. Jamar, Le livre du pélerin ou bistoire, apologie et pratique des pélerinages. Liegi 1884; Practica inquisitimus hereticus promitaris, anctore Bernardo Guidonis, ed. C. Douais, Parigi 1886, pp. 37, 38, 41, 94, 97, 166; G. Berlière, Les pélerinages judiciaires au moyen âge, in Revue bénéd., 7 (1890), pp. 320-26; R. Böricht, Bibliotheca geographicis Palestinae (dal 333 al 1878), Berlino 1898; B. Camm, Forgotten Shrines, Londra 1910; C. van Cauwenbergh, Les pélerinages copiatoires et judiciaries dans le droit communal de la Belgique au moyen âge, Lovanio 1922; G. Bardy, Pélerinages à Rome vers la fin du IVe siècle, in Anal. Bulland., 67 (1949), pp. 224-33; E. Lambert, Les routes de pelerinage vers Compostelle, Parigi 1930; J. Viellard, La guide du pélerin de St-Jacques de Compostelle, texte latin du XIIe siècle, $2^{\circ}$ ed., Môcon 1930; R. Koming, Peregrinatio religiosa. Wallfahrten in der Antike und das Pilgerscesea in der alten Kirche, Münster in V. 1930; collessone Les Pélerinages, 28 voll., Parigi.

Guglielmo Molloi
III. Opere moderne del p. - Mentre in antico il p. era preferibilmente individuale, affidandosi il pellegrino ai propri mezzi e alla carità dei fedeli, ai tempi presenti invece è invalso l'uso, imposto da nuove necessità e costumanze e dal crescer delle varie mete (Loreto, Lourdes, Pompei, Oropa, Fatima, ecc.), di affidarsi a comitati ed opere specializzate.

1. Comituto pro Palestina e Lourdes. - Si ricordano, in Italia, comitati costituiti per le feste del centenario di s. Pietro (1868) a Roma e specialmente in occasione del giubileo sacerdotale di papa Leone XIII; le iniziative per gli Anni Santi 1900, 1925, 1933 e specialmente 1950, che raggiunse cifre e dati non mai visti.

Sul finire del secolo scorso sorse in Italia un comitato p. a Lourdes, costituito da mons. G. Radini Tedeschi, poi vescovo di Bergamo; ad esso si aggiunse più tardi quello pro Palestina (Comitato pro Palestina e Lourdes), con larga partecipazione di pellegrini d'ogni parte d'Italia.
2. U.N.I.T.A.L.S.I. - Durante il p. nazionale italiano a Lourdes del 1903 maturò l'idea dell'« Unione nazionale italiana per il trasporto degli ammalati a Lourdes» (U.N.I.T.A.L.), che poi divenne U.N.I.T.A.L. S.I., unendosi anche l'organizzazione per il trasporto degli ammalati stessi ai santuari italiani (S.I.). L'idea dell'organizzazione sorse nella mente del giovane romano G. B. Tommasi, che, andato a Lourdes col proposito di ottenere la guarigione o di suicidarsi, ne tornò col dono prezioso della fede. Questi, d'accordo con mons. Radini Tedeschi, e con la benedizione del b. Pio X, nel 1904, costituì a Roma l'U.N.I.T.A.L. e ne divenne primo direttore. Nel 1908 cominciarono a sorgere sezioni regionali : prima fra tutte la piemontese, cui fecero seguito la ligure, la veneta, l'emiliana, la lombarda, la siciliana, la napoletana, la toscana, la pugliese, la marchigiana, l'u