ABBONDE DI FLEURY (ABBO O ABO FLORIACENSIS), SANTO

ABBONDE di FLEURY (Abbo o Abo Floriacensis), santo. - N. nel territorio di Orléans, tra il 945 e il 950. Dai pii genitori fu offerto fanciullo (oblato) al monastero di S. Benedetto a Fleury-sur-Loire, ove, terminati gli studi, divenne insegnante ancor giovannissimo. Per perfezionare la sua cultura si recò a Parigi, a Reims e, per la musica, a Orléans. Riprese quindi l'insegnamento, e combatté coloro che annunciavano la fine del mondo per l'anno mille (cf. Apol. geticus, in fine: PL 139, 471).

Nel 985, su richiesta di s. Osvaldo, arcivescovo di York e già monaco a Fleury, restauratore ardente (insieme a s. Dunstano, arcivescovo di Canterbury) della vita monastica in Inghilterra, fu inviato nell'isola per dirigere la scuola abbaziale di Ramsay. Vi rimase due anni, cattivandosi la stima dell'episcopato e del re Ettelredo; da s. Osvaldo fu ordinato sacerdote. Richiamato a Fleury, nel 988 ne fu eletto abate. Il suo governo segna una rifioritura della celebre abbazia, la cui scuola divenne una delle più famose e frequentate di Francia.

Sostenne una lunga lotta con l'episcopato per difendere i diritti dei monaci, specie quelli del suo monastero, insidiati da Arnolfo, vescovo di Orléans. Ebbe così gran parte nel sinodo di Saint-Denis, tenutosi nel 992 e 993 (cf. Hefele-Leclercq, IV, 1403-1406), dopo il quale diresse al re Ugo Capeto e al figlio Roberto il suo Apologeticus.

Si adoptò molto per restaurare la disciplina monastica in vari cenobi secondo la riforma cluniacense. Recatosi in Guascogna per riordinare il priorato di La Réole (dipendente da Fleury), quivi, essendo accorso a metter pace tra Guasconi e Francesi in lotta, fu gravemente ferito di lancia e morì il 13 nov. del 1004. Fu venerato come martire, e, dal 1031, ebbe culto pubblico in varie località della Francia (festa il 13 nov.). Ne scrisse la vita il discepolo Aimonio, suo compagno nell'ultima missione a La Réole.

Scritti. - Manca l'edizione completa e critica delle sue opere, alcune delle quali sono ancora manoscritte; la meno incompleta è quella che si trova in PL 139, 375-378. Il Berlletre (in DHG, I, col. 50 sg.) dà indicazioni precise di 15 opere autentiche.

Oltre il già citato Apologeticus, notiamo: l'Epistolario (importante la lunga lettera XIV, che Pierre Pithou pose in fondo all'antico Codice dei Canoni della Chiesa Romana, e l'VIII all'abate Odilone di Cluny sui «canoni» o principio per una armonia dei Vangeli); la Vita di s. Edmondo, il martire re d'Inghilterra (855-870); l'Epitome delle vite di 91 Pontefici romani; il Liber de computo (mano-

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seritto); alcuni scritti grammaticali e astronomici; le Poesie (quasi tutte manoscritte), tra cui un carme acrostico all'imperatore Ottone III.
Ma l'opera a cui la fama di A. principalmente si raccomanda è la Collectio Canonum, conosciuta nella storia del diritto canonico sotto il nome di Collectio Abbonis Florianensis. Essa contiene, in quarantadue capitoli, testi della S. Scrittura, di concili, di decretali, di capitolari, di fonti del diritto romano o romano-barbarico e di Padri; e, nonostante l'epoca in cui venne compilata (verso il 993), non risente l'influsso delle decretali pseudo-isidoriane. Molti testi di questa collezione passarono nel Decretum di Graziano (Aem. Friedberg, Corpus Iuris Can., 1, p. XXXVIII, ne elenca 20; e A. Amanieu, in DDC, I, 74, ne aggiunge altri 32).

In complesso, può dirsi che A. fu uno degli uomini più colti e più influenti del suo tempo (cf. il giudizio del suo abate: Vita, 6: PL 139, 393): difensore dell'autorità pontificia, assertore dell'indipendenza dei monasteri e promotore della riforma del clero secolare e regolare. Si recò due volte a Roma per incarico del re di Francia; al ritorno, indusse Ugo Capeto (nel 996) a ristabilire a Reims il deposito arcivescovo Arnolfo, e due anni dopo convinse il re Roberto a sottomettersi al pontefice Gregorio V, che gli aveva comunato l'interdetto per l'incestuoso connubio con la cugina Berta.

Nella sua spiritualità, Gesù Cristo occupa un posto centrale. Egli ama designarsi «amatorum Christi amator Abbo» (cf. Epist.: PL 139, 423, 433, 438, 449), ed augura ai monaci di giungere a «gustare quanto sia dolce il Signore ed il suo Cristo, in cui noi abbiamo la vita, l'essere e il movimento» (Epist.: PL 139, 429).

Definisce la vita monastica un «laboriosum spiritualis philosophiae otium» (Apol., init.: PL 139, 461), e la considera come tutta dedita alla contemplazione (cf. Epist. 8; Apol. verso la metà; Coll. Can., 23: PL 139, 430, 464, 489). Raccomanda la carità fraterna e l'assidua lotta» contro le passioni, rilevando a questo fine l'alto valore ascetico dello studio: «multum prodesse censebat litterarum studia, maximque dicendi exercitia» (Vita, 8: PL 139, 393).

Bibl.: J. Mabillon, Acta SS. Ord. s. Bened., VI, 1, pp. 37-58; Histoire Littéraire de la France, a cura dei Maurini, VII, 2a ed., Parigi 1867, pp. 159-82; E. Pardiac, Histoire de Saint Abbon, Parigi 1872; H. Bradley, On the Text of Abbo of Fleury's Quaestiones grammaticales, in Proceedings of the British Acad., 10 (23 febbr. 1922); M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 664-72; A. Fliche, La Réforme Grégorienne, I, Lovanio-Parigi 1924, pp. 47-60; H. Leclercq, Saint-Benoît-sur-Loire, Parigi 1925, pp. 41-50; G. Chenessau, L'Abbaye de Fleury à Saint-Benoît-sur-Loire, Parigi 1931, pp. 19-21; P. Fournier-G. Le Bras, Histoire des collections canoniques en Occident, I, Parigi 1931, pp. 320-30; A. van De Vyver, Les Oeuvres inédites d'Abbon de Fleury, in Revue Bénédictine, 47 (1935), pp. 125-69.