ABEL, VASILIEV

ABEL, VASILIEV. - Monaco russo (al secolo Basilio Vasiliev), n. nel 1757 ad Akulov, nel governo di Mosca, m. nel 1841 nel monastero di Spasso-Evfimiev. Si atteggiò a mistico e profeta, ciò che gli procurò numerosi seguaci, ma da ultimo gli valse molte amare delusioni. Si narra infatti che, avendo predetto la morte di Caterina II, questa lo fece rinchiudere in una fortezza. Paolo I voleva liberarlo, ma, dopo averlo ascoltato, lo rimandò in prigione. Alessandro I lo rimise in libertà e Nicola I gli assegnò per dimora il monastero di Spasso-Evfimiev, dove morì. A. lasciò una serie di scritti nei quali la narrazione delle sue avventure è accompagnata da commenti mistici, affini alla letteratura massonica. Citiamo: Vita e prove di P. Abel; Discorsi sull'Essere; Ciò che è l'essenza divina; Libro primo sull'esistenza del monaco Abel; ecc.

BIBL.: Conference alla Società di storia e d'archeologia russa dell'Università di Mosca, 4 (1863), pp. 217-22; Ruskaja Starina, 1 (1875), pp. 414-35; Dizionario biografico russo (Ruskij biograficeskij Slovar), I, Pietroburgo 1866, p. 33.

ABELARDO (Abaelardus, Abailardus), Pietro-Filosofo e teologo francese.

I. CENNI BIOGRAFICI

N. nel 1079 a Pallet (Palatium), villaggio della Bretagna minore, a ca. 20 Km. ad est di Nantes, m. il 21 apr. 1142 nel monastero di Saint-Marcel-sur-Saône. Dal padre Berengario che aveva trascorso, prima di abbracciare la carriera delle armi, qualche anno sui libri, ereditò un vivo amore per le lettere, e, giovanissimo, secondo il costume del tempo, si dette a frequentare le scuole dei più celebri maestri di dialettica.

Ardeva in quell'epoca la controversia intorno al valore degli universali, che era un problema specificamente filosofico del sec. XII, ed A. ebbe la sorte di avere per insegnanti i capi delle due scuole rivali: Roscellino (nominalista) e Guglielmo di Champeaux (realista). Il giovane bretone manifestò ben presto un ingegno sottile e prodigiosamente facile ad apprendere le arti del trivio e quadrivio, un'indole orgogliosa ed esuberante, una passione fervida per le battaglie dell'intelletto.

Dopo aver percorso varie province della Francia si stabilì a Parigi, nella scuola della cattedrale, sotto la disciplina di Guglielmo di Champeaux. Ma lo spirito suo, inquieto e presuntuoso, lo portò a muovere critiche all'insegnamento del maestro e ad attirarsi così l'inimicizia di lui e di molti condiscepoli. Non ancora ventitréenne, aprì allora a Melun, residenza della corte, una propria scuola, che poi trasportò a Corbeil, per avvicinarsi alla capitale. Ma un esaurimento, procuratogli dalla smodata applicazione allo studio, lo costrinse a tornare nella sua provincia e lo obbligò, per alcuni anni, ad un relativo riposo.

Ristabilitosi in salute, si trasferì a Parigi per studiare retorica sotto la direzione dello stesso Guglielmo. Li riprese la lotta contro il suo professore, e lo costrinse, a quanto A. stesso afferma, a ritrattarsi e ad abbandonare la sua posizione nella questione degli universali (Historia calamitatum: PL 178, 119). Questa capitolazione rovinò la fama del vecchio maestro, che pure aveva un passato glorioso, e rese celebre il giovane professore, che non tardò a fondare fuori le mura della città, in cima a S. Genoveffa, una scuola, a cui ben presto arrise grande successo.

Battuto il suo maestro in dialettica e in retorica, A. volle mettere allori anche nella scienza sacra, e si recò a Loun, nella scuola di teologia dell'illustre Anselmo. Trovò quest'insegnante inferiore alle voci che di lui correvano, facendo sì, ma debole nel raziocinio: «Accendeva il fuoco, e invece di far luce alla casa, la riempiva di fumo. Albero, che ai riguardanti da lungi appariva tutta una pompa di foglie, ma agli avvicinati a ben scrutarlo, risultava invece infruttifero» (ibid., 123). Tentò di fargli subire la stessa sorte di Guglielmo e pretese tenere nella sua scuola alcune lezioni sopra Ezechiele. Ma le proteste e l'ostilità di Anselmo furono tante che egli dovette abbandonare Laon.

Riparò di nuovo a Parigi, dove ottenne la direzione della scuola di Notre-Dame e dove insegnò filosofia e teologia. Tra gli scolari che da ogni parte di Francia e di Europa accorrevano a lui, si contarono 19 cardinali, oltre 50 futuri vescovi, ed uno (Celestino II) che giunse al papato. Anche il tribuno Arnaldo da Brescia frequentò le sue lezioni.

Ma proprio nel periodo di tempo del suo insegnamento a Notre-Dame avvenne il romanzo d'amore con Eloisa e l'attrice vendetta che ne prese il canonico Fulberto, zio della fanciulla. Il clamore che si levò attorno al fatto l'obbligo a ritirarsi nell'abbazia di S. Dionigi, mentre Eloisa prendeva il velo nel monastero di Argenteuil. I due non riusero completamente i loro rapporti, ma il noto carteggio epistolare che avrebbero in seguito scambiato, alle ultime indagini della critica, risulta una finzione. Letteraria dell'irrequieto maestro. Il suo monastico non cambiò il suo carattere ed egli, dietro invito dei suoi allievi, riprese le lezioni e le battaglie per la filosofia.

Ebbe una polemica violenta con Roscellino (Epist., 10 e 15: PL 178, 356-72), e fu colpito da una condanna del Concilio di Soissons, a causa del suo trattato De unitate et trinitate divina (1121). Rinchiuso, per punizione, nel convento di S. Medardo, fu, dopo pochi giorni, liberato dal card. legato Conone d'Urra, che aveva presieduto al concilio, e rimandato a S. Dionigi. Più tardi lo troviamo nella solitudine del Paraclet, presso Troyes. Ma il deserto, nel quale aveva cercato rifugio, divenne presto una frequentatissima scuola. Nel 1125 fu eletto abate di S. Gilda a Rhuys in Bretagna, e, in seguito (1129), tornò al

Paracelto, già ceduto ad Eloisa e alle sue compagne, cacciate da Argenteuil dall'abate Sigieri. Là si occupò della loro assistenza. Giovanni di Salisbury ce lo mostra di nuovo nel 1136 in cattedra sul colle di S. Genoveffa, intento a lottare contro la setta dei cornifianni. Erano però gli ultimi trionfi della sua carriera didattica: una grave tempesta si addensava sul suo capo. Accusato ancora una volta di eresia, ebbe in questa occasione come avversario s. Bernardo e fu chiamato a giudizio dal Concilio di Sens (giugno 1141). A avrebbe voluto discutere, ma fu invitato a confessare le proposizioni incriminate ed a ritrattarsi. Egli preferì appellarsi al Papa e partì per Roma dove contava potenti amici. Ma avendo saputo che Inocenzo II aveva confermato la sentenza e la condanna, si fermò a Cluny. Quivi lo accolse con bontà Pietro Venerabile, che riuscì a riconciliarlo con s. Bernardo, ad allontanargli dal capo gli effetti della condanna pontificia e ad ispirargli una ritrattazione sinceramente cattolica.

Là A. piamente morì. La sua salma fu fatta trasportare dallo stesso abate di Cluny al Paracelto. Oggi i resti mortali di A. e di Eloisa, trasferiti al Père-Lachaise di Parigi nel 1817, riposano riuniti in un unico sepolcro.

2. LE OPERE: 1. Opere filosofiche: è invaso l'uso, col Geyer, di distinguere tre gruppi degli scritti di logica di A.: a) Glosse letterali di trattati isolati, che l'autore chiamava Introducione parvolorum. Cousin ne raccolse e pubblicò da diversi manoscritti, ma non tutti hanno avuto l'onore della stampa. Sono anteriori al 1121.

b) Esposti coordinati di tutta la logica, composti tra il 1113 e il 1120. Questa logica sistematica ci è pervenuta in duplice forma, secondo i due Incipit: Ingredientibus e Nostrorum petitioni sociorum. Il Geyer ha pubblicato le Glosse su Porfirio, nonché le Glosse sulle categorie e le Glossulae super Porfirium.

c) La Dialettica, trattato completo di logica, regolare e metodico, personale e non commentario del pensiero altrui. Sono menzionati in esso Guglielmo di Champagne e Roscellino, morti nel 1121, e questo accennò a supporre che l'opera sia stata scritta dopo il detto anno, perché l'autore non nomina mai in altri lavori questi maestri, mentre erano ancora viventi. Il trattato fu pubblicato in gran parte dal Cousin.

2. Opere teologiche: De unitate et trinitate divina, operata condannata dal Concilio di Soissons, giunta a noi in doppia redazione

Theologia christiana, 2a ed. rivestita ed ampliata del precedente trattato. È la rivincita di A. contro il concilio. - Theologia, rielaborazione del secondo trattato. Ne possediamo la prima parte sotto il falso titolo di Introducito ad theologia. - Sic et non, compilazione di testi, come dice l'autore, in apparenza contraddittori, estratti dalla Scrittura e dai Parri, per risolvere numerosi problemi teologici. Abbiamo di questo opera edizioni tedesche riportate dal Migne e l'edizione del Cousin. L. Tosti, servendosi di un manoscritto di Montecassino, aggiunse nuovi ed importanti frammenti.

3. Opere eseguite ed apologetiche: l'Expositio in Heaaxemeron e i Commentariorum super s. Pauli epistolam ad Romanos libri quinque. - Scito te ipsum, trattato di morale più filosofico che religioso. - Dialogus inter philosophum et christianum, apologia originale del cristianesimo. - Sermones, conferenze ascetiche, in gran parte indirizzate alle monache del Paracelto.

Citiamo inoltre: l'Historia calamitatum, e le Lettere, interessanti per la biografia di A.; Problematia, l'Apologia o Apologeticus, memoriae giustificativa composto dopo la condanna del Concilio di Sens per essere inviata a Roma, ed infine il Carmen ad Astrolabium, pubblicato integralmente da Barthélemy Hauréau in Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque nationale, XXXIV, 2a parte, Parigi 1893, p. 153 sgg. Per ultimo gli Hymni.

Importante è il contributo dato da A. tanto alla filosofia quanto alla teologia scolastica. Nel campo strettamente filosofico il suo nome è legato alla soluzione della questione degli universali. Nessuno meglio di lui ha compreso ed assimilato negli inizi del sec. XII la dottrina aristotelica della conoscenza. Egli distingue fra percezione sensibile e immaginativa, comune agli uomini e agli animali, e percezione astrattiva, propria della creatura ragionevole. Il contenuto di quest'ultima è dato dai sensi, e costituisce il processo necessario all'intelletto per afferrare la rassomiglianza comune degli individui, cioè la natura stessa degli esseri e degli oggetti. L'universale è il risultato dello sforzo di questa astrazione. Esso non è una cosa (res), né una parola (vox), ma un concetto (sermo). A. è il primo nel medioevo a considerare nettamente il valore ideale degli universali.

A. fu anche uno dei principali moralisti del suo tempo. Il Conosci te stesso è un trattato di morale non privo di originalità. Vi si enunciano due principi importanti: che l'intenzione può rendere buone e cattive le nostre azioni e che l'errore nel giudizio diminuisce la colpa.

Né minori sono i suoi meriti sul terreno teologico. Egli fu uno degli antesignani del movimento dottrinale che portò la dialettica nel cuore stesso della più alta speculazione teologica. Errori anche gravi non mancano nelle sue opere, ma certamente egli ha dato un apporto notevole alla scienza dell'età di mezzo con la proclamazione della distinzione tra filosofia e teologia. Perfezionò inoltre il metodo d'insegnamento nella scienza sacra. Il trattato Sic et non in cui si riuniscono testimonianze contraddittorie tratte dalla Scrittura e dai Padri, a questo riguardo, ha un'importanza storica. È il processo didattico dell'addurre gli argomenti in favore e poi quelli in contrario, e infine la soluzione. Il processo si sviluppò e prese forma più definita in Alessandro di Hales e in S. Tommaso d'Aquino.

E non bisogna esagerare il razionalismo di questo forte pensatore: tra fede e ragione egli stabilisce uno stretto legame. «Non voglio esser filosofo», scriveva ad Eloisa, «se devo ribellarmi a Paolo, né divenire Aristotele, se devo staccarmi da Cristo» (Ep., 17: PL 178, 375).

I più recenti storici del pensiero medievale tendono a riabilitarlo. Più che nei principi che sembrano oggi inattaccabili, egli talora ha mancato nell'uso e nell'applicazione di essi (cf. M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, vers. it., Milano 1932, p. 41 sgg.).