ACACIO, vescovo di CESAREA. - Discepolo e poi, dal 340, successore di Eusebio, lo storico, nella sede di Cesarea di Palestina. Nella controversia ariana non fu per l'ortodossia nicena, ma non si schierò neppure in modo esplicito e costante in favore di Ario. In un concilio tenuto a Costantinopoli (360) e da lui stesso diretto, riuscì, protetto dall'imperatore Costanzo II, a far adottare la formula di fede del Concilio di Rimini, nella quale il Figlio di Dio era proclamato simile al Padre, vietando l'uso dei termini usia e ipostasi. Nel Concilio di Antiochia (363) si avvicinò alla fede nicena ammettendo che il Figlio fosse nella sostanza simile al Padre (ὕρωτος κατὰ ὠνῶν); cf. Epistola synodalis, in Mansi, III, 372), opportunisticamente deferente all'ortodossia dell'im-
peratore Gioviano; ma ripassò tosto alla sua prima idea sotto il successore Valente. Morì verso il 366.
Da lui si denominavano acaciani coloro che nella controversia ariana si rifiutavano di ammettere sia la consustanzialità del Figlio col Padre, definita dal Niceno, sia la somiglianza sostanziale, sostenuta dai semiariani, sia la dissomiglianza affermata cagli anomei, limitandosi ad asserire che il Figlio era simile al Padre, persuasi di essere con ciò fedeli al linguaggio della Sacra Scrittura. Furono perciò chiamati ometisti (dal greco ὕρωτος). S. Girolamo (De Viris illustr., 98) e Socrate (Hist. eccl., II, 4) segnalano alcuni dei numerosi scritti di A., tra cui una biografia del suo maestro e antecessore Eusebio, alcuni commentari all'Eccle. e delle « Questioni varie » (Συμμετὰ ζητήματα).