ACATALESSIA. - Dal gr. ἀκαταληψία (a priv. e καταλαμβάνω, percipio, comprehendo), è l'impossibilità di apprendere il vero. Nella forma del sostantivo il vocabolario appare la prima volta in Cicerone, (Att. 13, 19, 3), poi in Sesto Empirico e in Diogene Lacrizo (cf. prooem. 16), ma il corrispondente aggettivo ἀκτάληψιος è più antico e risale agli stoici, che lo usavano unito a φαντασία (rappresentazione) per distinguere quella non corrispondente al reale o di oggetto addirittura non esistente da quella proveniente da oggetto reale e ad esso corrispondente, detta appunto καταληψιος ὁ καταληψίας (Cic., Acad., II, 145 «Zeno... nomen... quod ante non fuerat, X. imposuit»). Fuori di quest'uso tecnico ἀκαταληψιος valeva «non conoscibile nella sua realtà». Che tali fossero tutte le cose insegnarono contemporaneamente Pirrone di Elide (primi del sec. III a. C.), fondatore della Scuola scettica, e Areseliao (315-241), che diede alla Media Accademia l'indirizzo scettico ch'essa mantenne fino a Filone di Larissa, che fu maestro di Cicerone. Conseguenza diretta dell'a. era la sospensione del giudizio (ἐποχή), e, nel campo pratico, la ricerca dell'atarassia o assenza di turbamento, detta anche apatica. Il vocabolò è ripreso da Bacone nel significato di dubbio scettico, a cui egli oppone il dubbio metodico: cf. Nov. Org., I, 126: «nos vero non acatalespiam sed cucatalepsiam meditamur».
ACATALESSIA
BIBL.: F. Ueberweg-K. Praechter, Grundris der Gesch. der Philosophie, I, 12a ed., Berlino 1926, §§ 55, 63, 64; V. BROUGHTON, RICHARD, Les septiques grecs, Parigi 1887; L. Credaro, Lo scetticismo degli Accademici, Milano 1889-93; A. Goedeckmeyer, Die Gesch. d. griech. Skeptizism., Lipsia 1905.