ACHILLI, GIACINTO. - Domenicano di Viterbo, fattosi, durante la repubblica romana (febbr.-luglio 1849), propagatore del protestantesimo in Italia. Gaduta la repubblica, venne incarcerato. Il padre Theiner, oratoriano, cercò invano di distoglierlo dal suo errore. Fuggito dal carcere e rifugiatosi a Londra, si dette a propalare calunnie contro la Chiesa, l'Inquisizione e il Papa. Il card. Wiseman, in un affrettato articolo su The Dublin Review, lo smascherò. L'A., senza punto curarsene, si recò a ripetere le sue calunnie a Birmingham, dove Newman era rettore del locale Oratorio filippino. Newman insorse e, a sua volta, ribadì
le accuse già mosse dal card. Wiseman, rivelando la poco edificante vita dell'A., con precisi particolari.
I sostenitori dell'A. persuasero quest'ultimo ad appellarsi in giudizio, e s'inizio così (marzo 1851) una vicenda giudiziaria nella quale si agitarono tutte le passioni anticattoliche contro l'animatore del «movimento di Oxford». Il Pusey definì quel processo «il più grande avvenimento dopo la Riforma».
Giunto a Londra per il processo, il Newman poté scrivere: «Al momento di comparire davanti ai miei giudici, so che diecimila cuori cattolici mi accompagnano alla soglia del tribunale, né lo provo ansietà o inquietudine o timore di sorta circa quanto mi può accadere». Il 21-22 genn. 1852 fu il giorno fissato per il giudizio. Cinque avvocati perorarono la causa del Newman. Il giudice Coleridge, incapace di disincagliarsi dal pregiudizio settario, pur riconoscendo «i talenti, la pietà ardente e la vita santa del Newman», lo ritenne tuttavia colpevole di diffamazione, imponendogli l'ammenda di 100 lire sterline. La prova che l'innocenza e la veridicità del Newman era ammessa da tutti, s'ebbe dal fatto che, in data 2 febbr. 1853, il quotidiano Morning Chronicle sconfesso l'A. affermando che egli nessun rapporto aveva con l'anglicanesimo.
L'A. morì poi aderendo alla setta degli swedenborgiani.