ADRIANO di Oudensbosch. - Benedettino belga m. a Liegi ca. il 1482. Vesti l'abito nel convento di S. Lorenzo di Liegi e professò nel 1441. Cantore, bibliotecario e, più tardi, forse, cellerario, godette di una grande considerazione. Nel 1470, era addetto a Guy de Humbercourt, luogotenente di Carlo il Temerario.
Scrisse molte opere storiche, tra le quali un Diarium fino al 1468, una cronaca di Liegi (1429-82), fonte storica di prim'ordine, e una Historia monasterii S. Laurentii Leodienis, continuazione della cronaca di Ruperto (1038-1475), edita da E. Martène, in Veterum scriptorum... amplissimum collectio, IV, Parigi 1729, coll. 1063-1164.
N. a Roma di famiglia aristocratica, perduto in tenebra età il padre Teodoro, ebbe dallo zio Teodato, console e duca e più tardi primicerio, assistenza ed educazione. Intelligente, pio, caritatevole, attirò presto l'attenzione di papa Paolo I, che l'ordinò suddiacono. Era diacono allorquando fu chiamato a succedere a Stefano III in circostanze particolarmente difficili. Prima sua cura fu quella di scardinare l'influenza di Paolo Afarta, agente della politica longobarda, verso il quale troppo corrivo si era mostrato il suo predecessore, e a tal fine l'inviò presso re Desiderio, che proponeva un rinnovo mento dell'accordo concluso con Stefano II, promettendo di restituire alla S. Sede i territori usurpati. Ma Desiderio venne meno alla parola data ed invase il Patrimonio di S. Pietro con la complicità dello stesso Afarta, il quale, convinto anche della parte avuta nell'uccisione del secondiero Sergio, avvenuta durante il pontificato precedente, fu dall'arcivescovo di Ravenna preso e fatto uccidere contro il volere del Pontefice che intendeva solamente esiliarlo.
Dinanzi al premere rinnovato della minaccia longobarda, A. non esitò a percorrere sino in fondo la via già accennata dai predecessori, richiamandosi all'aiuto franco, e infatti ricorse a Carlomagno. Questi, passate rapidamente le Alpi nel 773, sconfisse i Longobardi e strinse d'assedio Pavia, giungendo a Roma in occasione della Pasqua del 774. Ebbe luogo in tal modo, il mercoledì di Pasqua 6 apr., una memorabile riunione nel secretarium di S. Pietro, ed in essa Carlomagno s'impegnò ad attuare la promessa fatta a Quierzy-sur-Oise nel 754 a papa Stefano II, per cui i domini pontifici dovevano estendersi ai ducati di Spoleto e di Benevento, alla Tuscia, alla Corsica, alla Venezia lagunare, all'Istria, oltre il ducato di Roma, la Pentapoli, l'esarcato di Ravenna, così com'era prima della conquista di Liutprando.
Giovèrà dir subito che a molti storici le convenzioni di Quierzy e di Roma apparvero inverosimili, mentre altri, d'accordo col Duchesne (Liber Pontificalis, I, Parigi 1886,
pp. CCXXXVI-LIII), tengono a considerare senz'altro autentiche, pure ammettendo tutti che, se mai esistettero, dovettero restare in un piano ideale che i Carolingi non si preoccuparono poi di realizzare. Ed infatti solo attraverso concessioni successive, ottenute da Carlomagno nel corso di due altri viaggi a Roma nel 781 e 787, A. pervenne a costituire lo Stato Pontificio quale all'incirca si mantenne attraverso il medioevo sino a Pio IX. Tuttavia Carlo, nella sua qualità di patricius Romanorum, cercò di arrogarsi la direzione della politica estera ed un diritto di alto sindacato negli affari interni. Le inframmettezze dei suoi agenti riuscirono, talvolta, assai moleste, tanto che A. fu costretto a protestare, ma finendo sempre con l'accordo darsi. In tal modo giunse a convincere il re franco ad astenersi dall'intervenire nella elezione dell'arcivescovo di Ravenna (Ep. 48, ad Carolum regem: PL, 98, coll. 416-18).
Considerevole fu anche l'attività più propriamente ecclesiastica di A. In primo luogo molto operò per reprimere gli abusi nelle elezioni episcopali e per sottrarre le chiese al cesaropapismo carolingio; così rese tutti i diritti ai vecchi seggi metropolitani (Ep. ad Bertherium episc.: PL 96, 1215-16). Sta, però, di fatto che la sua delicata posizione di fronte a Carlomagno non gli permise di attuare tutte le riforme necessarie ed auspicate. Secondo Sigoberto di Gembloux egli avrebbe accordato a Carlomagno, ritornato a Roma dopo la presa di Pavia (774), il diritto di eleggere il Papa ed il diritto d'investitura per le sedi episcopali del suo regno. Questa favola, che risale probabilmente al periodo di Ottone I, la si trova già menzionata in un decreto dell'antipapa Leone VIII nel 963, e passò poi nel Decretum di Graziano sotto il nome di Privilegium Hadriani pro Carolo.
Il clero dei Franchi aveva preso l'abitudine di portare armi e di far la guerra. Ecco A. richiamare a questo proposito l'attenzione di Carlomagno (Ep. 25: PL 98, 367). Lavorò anche all'unificazione della liturgia romana e gallicana, inviando allo stesso sovrano un esemplare del Sacramentario Gregoriano (ca. 780), come già nel 774 gli aveva rimesso la Collezione dei canoni di Dionigi il Piccolo.
L'influenza di A. sulla Chiesa spagnola fu eminentemente disciplinare e dottrinale. In una delle sue due lettere ad Egilsa (PL 98, 333 e 346) egli tratta del digiuno del mercoledì e del sabato, della festa di Pa
squa, della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio. Due lettere dogmatiche furono anche da lui dedicate alla questione dell'adozianismo spagnolo (PL 99, 374 e 386; V. ADOZIANISMO).
L'avvenimento religioso più importante del pontificato di A. fu la restaurazione dell'unità ecclesiastica tra Oriente ed Occidente, unità rotta dalla persecuzione iconoclasta. Al secondo Concilio di Nicea, ecumenico settimo (787), al quale il Papa prese parte inviando due legati, il culto dei santi, delle loro immagini e delle loro reliquie, fu riconosciuto legittimo e salutare. La lettera del Pontefice all'imperatrice Irene ed al figlio di lei Costantino VI, lettera nella quale il primato romano era altamente proclamato, fu solennemente approvata dai Padri del concilio. Tale concilio, essendo stato quasi unicamente composto di orientali, e non essendovi stati invitati i vescovi di Occidente, fu molto mal visto da Carlomagno e dai suoi teologi. La traduzione nella latina dei suoi atti, eseguita per ordine di A., riuscì particolarmente difettosa. Così il vocabolo greco πρὸς ἀνθρωπίας che significa venerazione, fu reso con adoratio, l

come se il concilio avesse definito l'adorazione delle immagini. Per ispirazione e sotto diretto controllo di Carlomagno, un gruppo di teologi compose una dettagliata e polemica refutazione di tutto quanto meno favorevolmente li colpiva negli atti con
'adorazione delle immagini. Per ispirazione e sotto diretto controllo di Carlomagno, un gruppo di teologi compose una dettagliata e polemica refutazione di tutto quanto meno favorevolmente il colpiva negli atti conciliari, e ne vennero quelli che si dissero Libri carolini. Prese allora A. la penna per difendere il concilio e fornire le necessarie spiegazioni al re franco e lo fece in tono di dolce fermezza e con una erudizione rimarchevole (PL 98, 1247-92; Mansi, XIII, 759-810). Ma sembra che questa risposta sia giunta troppo tardi per impedire al Sinodo di Francoforte del 794 di condannare il Concilio di Nicea, come quello che avrebbe insegnato l'adorazione delle immagini.
Il biografo di A. ci dice che egli fu un grande innamorato delle chiese, amator ecclesiarum, ed insiste sui restauri e gli abbellimenti di cui furono oggetto le basiliche e le chiese romane durante il suo pontificato; né A. mancò di segnalarsi per alta carità verso i poveri. Venne a morte il giorno di Natale del 795, dopo un pontificato di circa ventiquattr'anni. Carlomagno pianse in lui un amico ed un padre e fece in-
cideres sul marmo un epitaffio di diciannove distici, che è oggi murato sulla parete di fondo del portico della basilica Vaticana (cf. G. B. De Rossi, *L'inscription du tombeau d'A. I. in Mélanges d'archéologie et d'histoire de l'Ecole française de Rome*, 8 [1888], pp. 478-501).
Il carattere di A. offre un insieme notevole di fermezza e di spirito di adattamento. Inflessibile verso il re longobardo, si dimostrò conciliante senza bassezza con Carlomagno, mentre veniva impiegando tutte le non comuni risorse della sua abile diplomazia per il maggior bene della fede e l'esaltazione della S. Sede. Si sarebbe quasi tentati di rimproverargli qualche debolezza nel reprimere certi abusi, se, come dicemmo, non si badasse al fatto che il carattere stesso delle relazioni con Carlomagno lo costringeva a particolari riguardi. Le sue lettere dogmatiche danno a divedere una erudizione patristica tutt'altro che comune. Vi abbondano le citazioni di Padri greci, fenomeno molto raro in Occidente durante il medioevo.
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