AFFGANISTAN
✝
Volume I · p. 241 · 1948
Testo originale · Read in English
Paese per due terzi montuoso, con vaste superfici descritte o steppose, e clima continentale secco, vi predomina la pastorizia nomade e transumante (ovini). Ristrette le aree coltivabili (cereali, cotone, barbabietola); cospicue le possibilita minerarie (carbone, metalli, zolfo), ma solo il petrolio viene sfruttato. Lo sviluppo economico, cui si oppone l'antagonismo anglo-russo (l'A. è uno stato-cuscinetto), è ritardato dalla scarsezza e arcaicità delle comunicazioni (commercio carovaniero, mancanza di ferrovie); insignificante è perciò il volume degli scambi (frutta, lanerie esportate, contro cotonami e thè).
La popolazione (7-12 milioni di ab.) è in prevalenza di stirpe iranica, musulmana-sunnita e nomade. Lo Stato è retto da un Emiro, nominato per diritto ereditario. Scarso successo hanno avuto i tentativi di rinnovamento secondo modelli occidentali.
Capitale è Cabul (150 mila ab.), presso il confine indiano.
BIBL.: R. Furon, L'Afghanistan, Parigi 1926; E. Trinkler, Afghanistan, Gotha 1928; Sirdar Iqbal Ali Shah, A. of the Afghans, Londra 1928; R. Dollot, L'Afghanistan, Parigi 1937; P. Sykes, A History of A. Londra 1940. Giuseppe Caraci
Le prime notizie di gruppi di cristiani in A. si trovano nel Libro delle leggi della nazione (ed. Fr. Nau, in Patrologia syriaca, I, 2, p. 606 sgg.), il quale visse tra il 154 e il 222. Dal sec. v in poi i cristiani dell'A. seguirono le sorti della Chiesa nestoriana. Essi resistettero, anche dopo la conquista musulmana nel sec. VII (soltanto nell'871 avvenne la presa di Cabul), in minoranze rispettabili almeno fino al sec. IX, e poi, fino alla seconda metà del XIX, in tribù accanitamente indipendenti nel Kafiristan (cioè «terra di infedeli»). Quando poi la sanguinosa dominazione mongolica di Gengis Khan (dal 1221 in A.) permise la ri