AFIQÓMEN (EBR. RABBINICO 'AFIQMÓN «CIBO DOPO IL PASTO»; FORSE DA 'AFAQ IN FORMA HIFIL: «CORROBORANTE»)

AFIQÓMEN (ebr. rabbinico 'afiqmón «cibo dopo il pasto»; forse da 'afaq in forma hifil: «corroborante»). - Azimo (v.) speciale, e relativo rito, nell'attuale cena pasquale degli Ebrei.

Tre azimi confezionati a parte (detti shimūrīm), di pasta più compatta e più bianca, punzecchiati come a colpi di spillo, sono posti prima della cena in mezzo alla mensa, eretti nel cesto in cui è tra le erbe la coscia cruda d'agnello (che non si mangia); ogni shimūr («custodia») ha un nome: Kohen, Levi, Israel. Seder (v.) il capo famiglia scopre il cesto, prende in silenzio lo shimūr di mezzo (Levi) e lo divide (è il rito tahaz, «fratto») in due pezzi, di cui nasconde il maggiore, che è l'a., sotto la tovaglia. Si legge poi la Hagada, indi si mangiano le erbe e alcuni pezzi di shimūr (il primo, Kohen, e parte della metà di Levi) haroseth (v.). Dopo cena, sparcchia la mensa, hallel (v.) o inno finale, il capo famiglia prende l'a., l'alza senza dire la benedizione, lo spezza e ne dà un frammento (dicendo: «in memoria dell'agnello pasquale») a ciascun commensale, che lo consuma in silenzio e non può mangiare altro fino all'indomani.

L'ebreo R. Eisler fa derivare a. dal greco ἀφιχόμενος «colui che è venuto», ma poi, contraddicendosi, interpreta al futuro: «il pane che verrà» (cioè «del mondo che verrà»), attribuendo al rito un senso messianico-escatologico. Secondo Eisler, Gesù pronunziò «Questo è il mio corpo» sull'a., intendendo significare: «Il Messia già venuto ma non riconosciuto, sono io (ἀφιχόμενος ἐγώ εἶμι)».

L'analogia esterna tra il rito compiuto da Gesù e il rito dell'a. è innegabile. Ma R. Eisler inverte i rapporti. Il rito ebraico sembra posteriore al 70 d.C. Il Talmud stesso non ne parla, limitandosi a mento-vaire un solo azimo (maṣṣāḥ) per la fine della cena pasquale. Dell'a. e del iaḥaz si parla solo nel tardivo rituale Hagadah šel pēṣah. Inoltre, Gesù vi aggiunse, «dopo la cena» (Lc. 22, 20; I Cor. 11, 25), la consacrazione della coppa.

Il rito dell'a. rappresenta dunque «la misteriosa presenza del Messia nascosto nel mondo», come attesta Eisler, ma sembra essere stato introdotto dai rabbini (Tanaiti?) come partecipazione (comunione) a tale presenza. L'a. è un «corroborante» nascosto in una «custodia». L'ebreo convertito Rocca d'Adria (Algranati) sostiene che si tratta di un tentativo, uso magia, di impossessarsi della Redenzione di Gesù, «prendendo cioè il sangue di una creatura redenta dal sangue di Gesù Cristo e cibandosi di quel sangue: il sangue che si nasconde nell'a. è sangue umano, sangue cristiano».

BIBL.: Rocca d'Adria, Nella tribù di Giuda, Genova 1895, pp. 208-10, 259 se., 268-72; R. Eisler, Das letzte Abend-mahl, in Zeitschrift. f. d. neutestam. Wissenschaft, 25 (1925), pp. 161-92; H. Lietzmann, Jüdische Passahstätten und der Agonengang, ibid., 26 (1926), pp. 1-5; A. Marmorstein, Das letzte Abend-mahl u. der Sederabend, ibid., pp. 240-53; F. Coppens, Les soix-dissant analogies juives de l'Eucharistie, in Ephem. Theologicae Louvanienses, 8 (1931), pp. 238-48; W. Goossens, Les origines de l'Eucharistie, Sarrement et Sacrifice, Gembloux-Parij 1931, pp. 9-15. Antonino Romeo.