AGAPE

AGAPE - Conv

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AgAPE - Convito sacro, simbolo dell'Eucaristia - Roma, Cimitero di Priscilla.

fonti canoniche attestano larga diffusione del rito organizzato in Oriente e in Occidente (ma non risulta che l'uso ne sia stato universale). Apriva l'a. la preghiera del vescovo o presbitero, che presiedeva, sui poveri
ito sacro, simbolo dell'Eucaristia - Roma, Cimitero di Priscilla.

fonti canoniche attestano larga diffusione del rito organizzato in Oriente e in Occidente (ma non risulta che l'uso ne sia stato universale). Apriva l'a. la preghiera del vescovo o presbitero, che presiedeva, sui poveri e sui benefattori; indi alcuni sono invitati a tener conti o discorsi sulle Scritture (talvolta, se «pneumatici», parlano di vena propria), segue la preghiera comune di ringraziamento, e, prima di dividersi, il canto dei salmi. Sono esclusi i catecumeni. Prima di sedersi, i convitati ricevono il «pane dell'oscurismo» (eulogie ?).

Da Tertulliano in poi, l'a. ha finalità caritativa. E già verso il 200 «refrigerare, refrigerium» sono espressioni tecniche designanti le a. semiliturighe in onore dei Martiri. Nelle catacombe di S. Sebastiano fu rinvenuta (1915-16) la «tricilia» o sala in cui i cristiani celebravano tale «refrigerio» (v.).

Dopo il 350 predomina il carattere funerario di suffragio per i defunti. A torto però il Leclercq vede nell'a. sempre e solo il significato di convito funebre.

Non sembra vi fosse normalmente unita la celebrazione eucaristica. L'a. aveva di solito luogo la sera («post lumina»: Tertulliano, Apol., 39) e l'Eucaristia, almeno fin dal tempo di Traiano, di matr. L'Eucaristia fu poi celebrata congiuntamente, ma prima e distinta, nel pasto funerario (Canones Hippolyti, 169: «Primum antequam considerant, mysteria sumant»).

Può ammettersi una certa dipendenza dell'a. dai conviti funerari giudaici (II Sam. 3, 32; Jer. 16, 5, 7; Tob. 4, 17-18; cf. Os. 9, 4 e Ez. 24, 17, 22; per i tempi del Nuovo Testamento: Fl. Giuseppe, Ant. Jud., II, 1, 1) e dall'uso dei

strani provenivano in gran parte da tali associazioni, le cui usanze aiutano a spiegare il largo affermarsi di un'istituzione che oggi apparirebbe inattuabile. S. Girolamo, In Os., 9, 4 (PL 6, 891) richiama i νεκροδείντα dei Greci e i parentalia dei Latini. Ma s. Agostino, concorde con s. Cirillo Aless. (PG 4, 216), nega la dipendenza da quelle usanze religiose pagane: «Nec sacrificia eorum vertimus in agapes... agapes nostrae pauperes pascunt sive frugibus sive carnibus» (Contra Faustum, XX, 20: PL 42,383).

La reazione antagonistica avrebbe dato alla forma stabile, secondo K. Völker (Mysterium und Agape, pp. 184-203, ove studia l'influsso dei fattori extracristiani).

Nel sec. IV, il pasto offerto ai bisognosi dalla Chiesa o da qualche ricco fedele è assorbito da più vaste istituzioni caritative e si va sopprimendo. Il Concilio (ca. 360-65) di Laodicea in Frigia (can. 27-28) proibisce «ciò che si chiama a. nelle basiliche, di mangiare nella casa di Dio e d'imbandirvi mense» (Hefele-Leclercq, I, p. 1014). Il Concilio di Ippona del 383 (can. 29) e il 3° Concilio di Cartagine (397), can. 30, rinnovano tale divieto, sola eccezione fatta «hospitalorum necessitate». Ma dovranno nuovamente proibire il tenace uso i Concili di Orléans (533), di Tours (567) e il Trullano (692).

Esclusa dalle chiese, l'a. sopravvive nei cimiteri associata al culto dei defunti come «refrigerium», come elargizione in suffragio, ma è presto vietata dalle autorità ecclesiastiche in Italia e in Africa, per gli abusi che occasionava e per l'interpretazione pagana cui si prestava. Cf. s. Ambrogio, De Helia, 17,62 (CSEL 32, 2, 448). S. Agostino (Confess., 6, 2: PL 32, 719) narra di sua madre