AGAPE (ἈΓΆΠΗ «AMORE, CARITÀ» NEL NUOVO TESTAMENTO)

AGAPE (ἀγάπη «amore, carità» nel Nuovo Testamento). — Secondo l'accezione tradizionale, convinto liturgico in uso nelle comunità cristiane dei primi 4 secoli sul modello e in memoria dell'ultima Cena per manifestare la fraterna carità e per soccorrere i poveri, congiunto inizialmente alla celebrazione eucaristica, poi separatore. Ma ora sono assai controverse la natura (specialmente la relazione all'Eucaristia) e le origini dell'a.: problema tra i più oscuri dell'età apostolica.

Oggi, mentre i critici razionalisti tendono ad accentuare l'antichità e l'importanza dell'a., molti cattolici le riducono notevolmente. Si possono distinguere 4 opinioni prevalenti, di cui le 3 prime fanno risalire l'a. al tempo apostolico, la quarta la pone dopo il 150. Le prime due la connettono con l'Eucaristia, le due ultime (sostenute per lo più da cattolici) la separano totalmente.

1) L'opinione tradizionale, sostenuta da protestanti conservatori (Th. Zahn, J. F. Keating) e da molti cattolici (R. Cornely, J. E. Belser, F. X. Funk, V. HERMON, F. Cabrol, J. M. Hanssens, B. Allo, A. Arnold), vede le origini dell'a. nell'eco apostolico, in stretta connessione con l'Eucaristia; si appoggia principalmente su I Cor. 11, 20-34; la separazione dall'Eucaristia avvenne nel sec. II.
2) Molti razionalisti (dopo J. Bingham e E. Renan, F. Spitta, A. Jülicher, A. Harnack, E. V. Dobschütz, E. Grafe e C. Clemen, A. Eichhorn, F. Hoffmann, H. Lietzmann), asseriscono che l'a., convito fraterno, fu la forma primitiva del rito eucaristico sacramental. I primi fedeli palestinesi avrebbero ripreso una delle consuetudini più care al Maestro: la quotidiana Tischgemeinschaft (Mt. 18, 20); il rito semplice era permeato di speranze escatologiche: all'invitatario «Maranatha» seguiva il canto «Hosanna». Veniva poi il pasto in comune, chiamato κυριακὸν δεῖπνον. Ma l'a. si separò dalla «fractio panis» quando la benedizione del calice (d'origine paolina) si giustappose a quella del pane, e poi quando la celebrazione eucaristica fu trasferita al mattino; allora l'Eucaristia si unì alla sinassi didattica e divenne la Messa, mentre l'a. degenerò, rimanendo in qualche posto come li-

turgia secondaria serotina. Tale la ricostruzione fantasiosa di H. Lietzmann (Messe und Herrenmahl, pp. 202-210, 249 sg.), che riassume e allarga le teorie dei suoi predecessori; reagisce però A. Schwicker, Die Mystik des Apostels Paulus, Tubinga 1930, p. 270.

3) L'a. risale all'eco apostolico, ma era fin d'allora separata dalla celebrazione eucaristica (E. Baumgartner, K. Völker); già i Padri greci, dal Crisostomo a Teofilatto, potevano questo pasto dopo il rito eucaristico. H. Leclercq considera l'a. pasto funerario derivante dall'uso analogo sia ebraico sia pagano.

4) L'a. fu introdotta solo nel sec. II; non ha quindi nessun alcuno con l'Eucaristia (P. Batiffol, seguito da P. Ladeuze, J. Thomas, H. Rongy, W. Goossens).

Quest'ultima tesi negativa, sostenuta dapprima da G. Albaplino (Aubespine 1630), sembra da preferirsi, nonostante la recente reazione di A. Arnold. Dai testi del Nuovo Testamento e dei Padri apostolici, non si può dimostrare l'esistenza di pasti in comune che fossero liturgicamente congiunti coll'Eucaristia. ORAZIONE (v.) del pane «(Act. 2, 42; 20, 7. 11) era la celebrazione eucaristica; anche se in Act. 2, 46 si trattasse di pasti in comune, non risulta che fossero uniti all'Eucaristia, e tanto meno per i pasti caritativi di Act. 6, 1-6. In Jud. 12 e II Pt. 2, 13 (nel cod. B e pochi altri, essendo la lezione più attestata a nata «frodi») si nominano le ayaan dei cristiani, ma (benché la Vetus latina abbia nei due passi tradotto «eplace, convivia») queste ayaan sono le comunità (o assemblee) dei fedeli, come in s. Ignazio d'Antiochia. Il locus classico è I Cor. 11, 20-22 e 33-34; l'interpretazione comune (1a, 2a e 3a opinione) vi vede un rituale convito fraterno, connesso (non per Baumgartner e Völker) con l'Eucaristia: s. Paolo non rimprovera il pasto né la sua relazione eucaristica, ma i disordini cui dava luogo. Ma Batiffol, Ladeuze, Thomas, Goossens sembrano meglio intendere: i fedeli di Corinto avevano introdotto di propria iniziativa, prima della cena eucaristica, un convito, che l'Apostolo condanna come un abuso intollerabile.

Didaché, 9-10, ove Zahn e Lietzmann vedono l'a. unita all'Eucaristia, sembra riferirsi solo all'Eucaristia (Batiffol, Völker, Greiff); in 11, 9 trattasi probabilmente di pasto in comune, non liturgico, e in 14-15 della celebrazione esclusivamente eucaristica.

Paisono decisivi i testi (del 107/8) di s. Ignazio d'Antiochia (Rom., prol.; Smirn., 6, 2; 8, 2; 12, 1; Trall., 2, 3; Magnes., 1, 1; Philad., 11, 2), ove ayaan, intesa come istituzione concreta, significa sempre «comunità» o «assemblea» (come eyaan, con tono più intimo di fratellanza). Nel 112 Philo (Epist., X, 97, a Traiano) riferisce di pasti serali comuni dei cristiani con ordinari preghiere da mensa, ma non risulta che fossero liturgici. S. Giustino, che pur descrive con cura la sinassi eucaristica (I Apologia, 65-66), non accenna a nessun pasto in comune.

È dunque molto dubbio che prima del 155 esistessero pasti comuni detti a. e più incerto ancora che servissero di cornice alla celebrazione eucaristica.

L'a. appare in alcune chiese come istituzione organizzata nella 2a metà del sec. II. H ayaan «associazione fraterna» assume il senso di «pasto comune»; trapasso semantico identico si era già verificato per ayaan e «frodi», inverso per suosito.

In Asia Minore, l'Epist. Apostolorum, 15 (verso il 175) la connette all'Eucaristia la mattina di Pasqua. Ma, pur conservando scopo e valore religioso, l'a. è un semplice «banchetto» della comunità (aayaan ayaan 80x) nella Dida-salia Apost., II, 28, 1-5 (ed. F. X. Funk, I, [1905], pp. 108-109). A Cartagine, Tertulliano descrive l'a. nel 197 (Apologeticum, 39): convito presieduto dal clero, «id vocatur quod dilectio penes Graecos est... Inopes quosque refrigerio isto iuvamus», e divenuto montanista (De ieiunio adversus psychicos, 17) rimprovera: «apud te agape in caccabis

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(da Wüpert, Pitture)
Agape - Convito funebre, simbolo della pace celeste - Roma. Cimitero dei SS. Pietro e Marcellino.

fervet». Ugualmente la Passio Perpetuae et Felic., 17, chiama a. un pasto fraterno ufficiale («non canam liberam sed agapem cenarent»), ma senza nesso con la liturgia eucaristica. Clemente Aless. (Paedag., 2, 1) oppone ai mondani δειπνάριε λέγεται accette al Signore, che ha prescritto d'invitare i poveri. Le ordinanze ecclesiali- stiche, a carattere ufficiale o quasi, ci descrivono l'a. e la sua evoluzione nei secc. III e IV. La Traditio apostolica d'Ippolito, detta Constitutiones Ecclesiae aegyptiacae (inxi sec. III) dispone varie norme sull'a. (XVIII-XXII: F.X. Funk, Constit. Apost., II [1905], p. 113-14). Dopo il can. 11 del Concilio di Gangri in Galazia (343), i Canones Hippolyti (2ª metà sec. IV) sono molto espliciti: can. 164-68 pasti per i poveri (più importanti e solenni), can. 169 ἀγάμνησις per i defunti; can. 183-85 pasto per le vedove. Queste pasti con cui concludevansi i sacrifici «pacifici»: i resti delle vittime o oblazioni erano consumati nei locali del tempio (Deut. 14, 23,26) e si raccomandava di dare a tali conviti scopo caritativo (Ps. 21 [22], 27; Is. 58, 7). W. O. E. Oesterley e H. Lietzmann pongono all'origine dell'a. palestinese a la haburth (associazione religiosa giudaica, che si riuniva intorno al maestro per un pasto). E anche verosimile un tenue influsso (troppo sottolineato da H. Leclercq) dei conviti funerari pagani diffusissimi nelle varie confraternite (hetareiae [Plinio, loc. cit.]) o collegia, ἐπανοί ο θάσσοι, che spesso avevano il solo scopo di riunirsi per pasti comuni (συσσίαι, δεῖνα φυλετικά ο δεσμοτικά ο φρατικὰ ο ὀργενοικὰ), specialmente funerari (νεκύσια, silicernium, coena novendialis). Divulgatissima era la pratica dei parentalia. Gli etnico-cri