AGRIPPA di NETTESHEIM, CORNELIUS HEINRICH. - Filosofo, n. a Colonia nel 1486 da nobile famiglia. Dopo una vita errabonda e avventurosa morì, pare a Grenoble, nel 1535.
L'opera principale, scritta in gioventù, ma a cui attese per tutta la vita con ritocchi e integrazioni, è il De occulta Philosophia, presentata, come dice A. nel proemio, al celebre abate Titemio, e da lui corretta e approvata. La magia vi è descritta come la forma più alta del sapere, da cui hanno complemento le tre parti della filosofia (fisica, matematica e teologia) a cui attendono rispettivamente i tre libri in cui si divide l'opera.
Oggetto della filosofia occulta sono le nature intime e le proprietà occulte delle cose, così chiamate perché le loro cause sono nascoste all'astratta considerazione dei filosofi e si svelano soltanto con l'esercizio di particolari esperienze (I, 10). Non appartengono alle nature come tali, ma sono in esse infuse e partecipate dalle idee divine per mezzo dell'«anima (o spiritus) mundi», dai raggi delle stelle e dalle intelligenze che ad esse presiedono. La magia pertanto, dopo la ragione naturale e la divina rivelazione è la «terza via» che c'introduce nella conoscenza delle divine cose, ed essa fornisce quel senso nascosto della natura e della Rivelazione che Dio serba ad alcuni suoi eletti. Mediatore fra le intelligenze ed il mondo corporeo è lo «spiritus mundi» che è detto «quinta essenza», dopo i quattro elementi (I, 14), che va preso non come ipostasi ma piuttosto come la forza universale che sta nel mondo come l'anima nel suo corpo. Notiamo nel libro III (cap. 9) una professione di fede sulla Trinità e sull'Incarnazione, che è una pia e ardente abbreviazione del simbolo atanasiano di contenuto schiettamente cattolico. Meno ottimista è il saggio De vanitate scientiarum, scritto in età matura, nel quale A. fa una critica spietata di tutte le scienze, mostrando come ciascuna si arresti proprio al punto in cui si dovrebbe porre la soluzione definitiva dei problemi.
Il saggio gli procurò un'aspra critica di un dottore lovaniense, a cui egli rispose con immutate convinzioni. Umanista squisito si rivela A. nel curioso De praecellentia et nobilitate foeminei sexus, che è una dignitosa difesa del femminismo «ante litteram» e va ricordato per le affettuose lodi che contiene all'indirizzo della Madonna.
A. la chiama fra tutte le vergini «longe lateque principem immaculatum» così che solo a guardarla suscita i pensieri più casti; ne difende la divina maternità, la verginità «ante» e «post partum»; infine proclama che «in foemineo sexu optima est Virgo Maria» così che «nec unquam dignior fuit nec futura est mulier, ipsa inquam beatissima Virgine Maria, quae siquidem praeter originale peccatum concepta sit, ne Christus quidem, quantum ad eius humanitatem attinet, maior est».
Dell'opuscolo apparve presto la versione italiana (G. De Ferrari, Venezia 1549).
Manca finora uno studio di insieme che permetta un giudizio equanime sul contenuto e sul significato dell'opera di A. Comunque, il presentarlo come eretico e connivente con i riformatori, come di solito si usa, ci pare un passar sopra alle sue intenzioni esplicite e tener poco conto delle dottrine fondamentali per sopravvalutare la stravaganza di alcune dottrine che potevano avere una qualche spiegazione nell'irrigidimento e nella decadenza della scolastica.
neuren Zeit, I, Berlino 1922, p. 205 segg.; A. Lehmann, Aberglaube und Zauberei von d. ältesten Zeiten an bis in die Gegenwart, Stoccarda 1925, pp. 200-13, 425-28; L. Maillet-Guy, Henri Corneli Agrippe, sa famille et ses relations, Valenza 1926, Cornelio Fabro