AILLY, PIERRE d’ (PETRUS DE ALLIACO). - Scienza, filosofo, teologo francese, confessore di Carlo VI, uomo politico, vescovo e cardinale, fu uno dei personaggi più illustri della Chiesa di Francia del sec. XIV e XV, anzi di tutto il medioevo. Fu denominato « Aquila Franciae » ed anche « aberrantium a veritate malleus indefessus ». N. nel 1350, secondo i più a Compiègne, da famiglia benestante, ma non nobile, originaria della Piccardia, m. ad Avignone il 9 ag. 1420, dopo aver fatto grandi elargizioni alle chiese, ai poveri, agli ospedali ed al collegio di Navarra. La sua salma, trasferita nel 1422 a Cambrai, riposò nel sepolcro, che sin dal 1399 egli s’era preparato entro il coro della cattedrale, fino alla Rivoluzione francese, durante la quale le sue ceneri vennero disperse al vento dai giacobini
Nel 1363, a tredici anni, ottenuta una borsa di studio, fu ammesso come allievo nel collegio di Navarra; l'11 apr. del 1381 si addottorò e divenne professor di teologia; nel 1384 venne designato rettore del collegio di Navarra e nel 1389 cancelliere del'Università di Parigi; nel 1391 il re lo volle suo elemento sinere. Le cattedrali di Francia andarono a gara nell'offrirgli onori e canonicati ben retribuiti: così fu canonico a Soissons (1375), a Noyon (1381), a Compiègne (1391), a Cambrai (1391), a Rouen (1394), a Bayeux (1394), ed ottenne parecchi benefici, che accumulò durante l'intera sua vita, riunendo per nino nelle sue mani 14 nello stesso tempo. Il 2 apr. del 1395 da Benedetto XIII, che l'aveva conosciuto personalmente e molto l'apprezzava, fu eletto vescovo della diocesi di Le Puy. Nel marzo 1397 fu trasferito a quella più importante di Cambrai. Più tardi fu anche amministratore delle diocesi di Limoges e di Orange. Infine, il 19 dic. 1412, fu da Giovanni XXIII nomato cardinale del titolo di S. Crisogono.
A. fu uomo di studio e uomo di azione.
Come uomo di studio, in mezzo alle molteplici sue occupazioni, trovò modo di scrivere numerose opere di carattere scientifico, filosofico, teologico, ascetico. Se ne conoscono attualmente 174, e non è detto che tale catalogo sia completo.
1. Negli scritti scientifici, seguendo le orme di Ruggero Bacone, A. trattò di fisica, di cosmologia, di geografia, di astronomia e perfino di astrologia: *Imago mundi; De legibus et sectis contra superstitiones astronomos; De falsis prophetis tractatus duo; Vigintiquorum de concordia astronomicae veritatis cum theologia; Epilogus mappae mundi; Apologia defensiva astronomicae...* ne sono i principali titoli. Tra gli altri argomenti prospettò anche, precorrendo i tempi, la correzione del calendario e preparò la riforma gregoriana; trattò inoltre della rotazione della terra attorno al proprio asse, ne descrisse la forma sferica e segnalò i mezzi per andare, attraverso i mari, nell'Estremo Oriente. L'Imago mundi fu certamente nelle mani di Cristoforo Colombo e lo confermò nelle sue idee, come egli, pare, dichiarò al re dopo il suo terzo viaggio: ne fa fede del resto un esemplare che, postillato dal grande navigatore, si trova nella biblioteca colombiana di Siviglia.
2. Negli scritti filosofici, A. si ispirò ai principi del nominalismo: ebbe da giovane maestri nominalisti ed i suoi libri preferiti furono le opere di Guglielmo Occam, del quale seguì gli insegnamenti, particolarmente nelle questioni degli universali e nella nozione delle cause. Nella biblioteca di Anversa esiste un manoscritto di A. (1414 pagine), che riferisce il catalogo completo delle opere del filosofo inglese.
3. Negli scritti teologici ha avuto il merito di definire il privilegio dell'immacolato concepimento di Maria ed il merito di fare eccellenti osservazioni circa l'esegesi biblica, specie nell'Epistola ad novos Hebraeos; ma ha pur avuto il torto di tralasciare quasi completamente il valore della tradizione e dei documenti pontifici, e di seguire l'andazzo degli ambienti nominalisti. Di qui le inesattezze, le opinioni temerarie e paradossali, gli errori che in essi si riscontrano: a) errori su Dio (nega la dimostrabilità con evidenza dell'esistenza, dell'unità e dei fondamentali attributi divini, come l'onnipotenza e la libertà); b) sulla S.ma Trinità (afferma che la dottrina trinitaria non è con evidenza contenuta né nel Vecchio Testamento né nel Nuovo); c) sull'ultimo fine (afferma non essere evidente l'esistenza d'un ultimo fine dell'uomo); d) sulla morale cristiana (pretende non esservi né atto essenzialmente buono, né atto essenzialmente cattivo, né essenzialmente meritorio, né essenzialmente demeritorio: «nullum est ex se peccatum, sed praecise quia lege prohibitum»); e) sui Sacramenti (ammette nell'Eucaristia, come possibilie, l'impannazione); f) ma, soprattutto, egli cade in molti errori circa l'organizzazione della Chiesa, per la sua spiccata tendenza a diminuire l'autorità papale, tendenza che si può forse spiegare, se si riflette ai tristi tempi in cui visse - entro infatti nella vita pubblica durante il grande scisma d'Occidente - e alle cui vicende prese parte attiva. Egli sostiene che Gesù Cristo non ha fondato la sua Chiesa su Pietro. «Qui enim in Petri infirmae Ecclesiae firmitatem stabiliat?». Il Papa è soltanto il principale ministro della Chiesa, «principalis inter ministros»; la giurisdizione si vescovi e ai sacerdoti viene direttamente da Cristo, non dal Papa, il quale non è necessariamente vescovo di Roma, poiché il primato fu ad Antiochia prima di essere trasferito nella capitale dell'Impero romano. Ne segue che il Papa non è infallibile, che soggiacce al concilio generale, che può essere deposto dal concilio ecumenico, il quale, pur potendo a sua volta errare, si che si possa dall'uno appellare all'altro, deve essere tuttavia ritenuto superiore al Sommo Pontefice. Soltanto la Chiesa universale è infallibile. Questi errori, che prevalsero praticamente nel Concilio di Costanza, ebbero gravissime ripercussioni nei secoli posteriori. L'utero, che affermava di aver imparato a memoria i libri di A., da lui certamente attinse il sistema dell'impannazione eucaristica; i riformatori del sec. XVI presentero di essersi a lui ispirati per parecchie loro dottrine, contrarie all'insegnamento cattolico; i gallicani (v. GALLICANESIMO) poi, e non a torto, lo ritengono un loro precursore; a lui ricorrono talvolta persino i filosofi del sec. XVIII.
Come uomo di azione A. amò sinceramente la Chiesa e lavorò indefessamente per essa. Promosse nella sua diocesi di Cambrai utili riforme; condannò una setta di falsi mistici, che riconosceva per suo capo un certo Guglielmo di Hildcnissem; combatté le esagerazioni dei flagellanti; fu commissario nell'affare del domenicano Matteo Grabow; ma l'opera per cui usò le sue migliori energie fu la cessazione dello scisma. Pur ubbidendo a Clemente VII, cugino del re di Francia A., sull'esempio dell'intera nazione e dell'Università parigina, non risparmiò fatica alcuna per ottenere tale scopo.
Oltre 30 suoi scritti ebbero questa mira; particolarmente l'Epistola diaboli Leviathan, l'Invectiva Ezechielis contra Pseudopastores, il De materia concilii generalis, il Tractatus de potestate ecclesiastica; il Tractatus agendorum in concilio generali de Ecclesiae reformatione; il Tractatus super reformatione Ecclesiae in concilio Constantini. Primo fra tutti, nell'Epistola diaboli egli indicò, verso il 1381, le «tres viae» d'uscita dallo scisma, cioè: «l'arbitralis concordia», la «resignatio utriusque contendens» ed il «futurum concilium generale», pur propendendo per la terza, la quale difatti riuscì vittoriosa.
Nelle discussioni animatissime, che seguirono a questo proposito in Francia, egli sempre fece opera di conciliazione, evitando le tesi estreme, opponendosi alla forzata cessione che si voleva imporre a Benedetto XIII (1395), come pure al rifiuto di ubbidienza (1398), e, dopo che a questo si addivenne, proponendo un accomodamento che fu accettato (30 maggio 1403), grazie ad una accorta distinzione tra i diritti papali essenziali ed i diritti papali accidentali. Ancora a questo scopo A. compì parecchie ambascerie: come ambasciatore straordinario di Venceslao, re dei Romani, fu inviato alla corte di Avignone; nel 1403 fu nuovamente inviato in questa città come legato del suo re; in seguito fu membro dell'ambasciata, che si recò dai due papi contendenti per indurli alla cessione, e nel 1413 fu legato di Giovanni XXIII in Germania. Infine, sempre per porre termine alla divisione che lacerava la Chiesa, egli partecipò al concilio di Pisa (1409) ed a quello di Costanza (1414). A Pisa arrivò il 7 maggio e riconobbe il nuovo eletto Alessandro V, ma non esercitò alcuna parte importante. A Costanza invece, ove giunse il 17 nov. con un seguito di 44 persone, la sua influenza si fece altamente sentire. Riuscì a far prevalere nel concilio i suoi principi della dottrina con-
ciliare, abbandonò definitivamente Giovanni XXIII, approvò l'abdicazione di Gregorio XII, cooperò alla destituzione di Benedetto XIII e aderì a Martino V. Così egli poté vedere coronata di successo quella che era stata la preoccupazione costante della sua vita.