GALLICANESIMO. - Complesso di dottrine sulla Chiesa e di atteggiamenti politici, prevalenti in Francia nell'ancien régime (con residui nel sec. XIX), che tendevano a limitare la giurisdizione della S. Sede nella Chiesa francese, pretendendo appoggiarsi a diritti anticamente acquisiti, e favorendo l'ingerenza del sovrano nella Chiesa stessa.
Si è voluto cercare molto lontano l'origine del g., considerato una caratteristica della Chiesa franca fin dai tempi di Carlomagno: ma, pur riconoscendo degli esempi significativi sin da quel periodo, i precedenti immediati si hanno nel sec. XIV (dottrine su Chiesa a Stato sorte dalla controversia tra Filippo il Bello a Bonifacio VIII, e loro sviluppi), a la vera origine del g. è da vedere durante il grande sciama d'Occidente. Le prime esplicite affermazioni di « libertà gallicane » appaiono al Concilio dei vescovi francesi convocato a Parigi da Carlo VI nel 1398 e poi in quello del 1406. Il termine che sino allora indicava le immunità acquisite dal clero di fronte ai signori temporali ed il diritto della Chiesa a liberarsi dalle ingerenze secolari, ora serve per formulare l'idea che la Chiesa di Francia, con il concorso del re, deve riacquistare le sue « antiche libertà » contro le esazioni papali, e che l'autorità pontificia è limitata dagli antichi canoni conciliari e ad essi subordinata. Tali idee furono consacrate nella Pragmatica sanctio di Bourges (7 luglio 1438). Essa rappresenta il pensiero del clero francese convocato da Carlo VII dopo la rottura tra il Concilio di Basilea ed Eugenio IV, e formula, in gran parte, le teorie conciliari e le proposte di riforma dei basilesi, adattandole alla Francia. Afferma, pertanto, la superiorità del Concilio sul Papa, ammessa come una verità certa dai Francesi dopo Costanza, a sviluppa il principio, essenza delle libertà gallicane, che il Papa ha nel Regno di Francia un potere temperato, nei limiti dai « santi canoni » (in opposizione alle decretali papali). La Pragmatica sanctio fu abrogata da Francesco I nel 1516, e sostituita dal Concordato con Leone X; però in pratica continuò, perché il Parlamento rifiutò di abrogarla e l'Università di Parigi insisté perché fosse mantenuta. Al Concilio di Trento, gli oratori del re ed i vescovi (specialmente il card. di Lorena), richiamandosi alla Pragmatica si opposero apertamente alla definizione del primato del papa. E quando si trattò della pubblicazione dei decreti del Concilio, voluta dal re di Francia, l'opposizione non venne dal clero (che nell'Assemblea del 1615 solennemente dichiarò l'applicazione dei decreti tridentini), né dalla corte, che fece sforzi perché fossero pubblicati, ma dal gruppo dei « politici » e magistrati del Parlamento di Parigi.
Sono essi che rivendicano le libertà della Chiesa gallicana, considerandola soggetta solo agli antichi canoni e quindi esente dall'autorità del recente Concilio. Dal loro ambiente e dalle loro polemiche esce l'opera che diverrà subito il codice del g.: Les libertés de l'Église gallicane [1594] di Pierre Pithou, avvocato del Parlamento. Le « libertà » del Pithou non sono che un elenco confuso dei casi in cui la Chiesa gallicana è « libera », cioè esente da ogni obbedienza alla S. Sede, partendo dai due principi caratteristici del g.: 1) i papi non possono nulla comandare o ordinare, sia in generale che in particolare, riguardo alle cose temporali nel Regno di Francia; 2) il papa deve essere riconosciuto come « sovrano nelle cose
spirituali », però in Francia tale suo potere è limitato dai canoni e dalle regole dei concili accettati nel Regno.
L'opera del Pithou è soprattutto di natura politica, la difesa delle libertà della Chiesa gallicana serve per esaltare l'autorità del re anche nel campo ecclesiastico, e giunge a stabilire una specie di potere indiretto dello Stato sulla Chiesa, limitando fortemente la giurisdizione spirituale della S. Sede. Determinarono questo sistema che si suole chiamare g. politico, più che la tradizione gallicana, le controversie di quegli anni sull'autorità assoluta del sovrano e sul potere indiretto del papa.
Il g. politico del Pithou fu sviluppato nella prima metà del '600 da altri autori: Edmondo Richer, sindaco dell'Università di Parigi, nel De ecclesiastica et politico potestate (1611) ed altri scritti, i fratelli Dupuy nel Des droits et libertés de l'Église gallicane (1639), Pietro De Marca nel De concordia sacerdoti et imperii seu de libertatibus gallicanis (primi 4 libri nel 1641). L'episcopato ed il clero di Francia non aderivano a questo g. politico (così il Richer fu condannato in sinodi provinciali per opera del card. Du Perron): ma con il Regno di Luigi XIV (1658-1715) le teorie gallicane prevalsero, accolte e formulate (non senza contrasti, tuttavia) anche dai rappresentanti della Chiesa francese. Con Bossuet che aveva parlato di g. dei magistrati e g. dei vescovi, si suole chiamare teologico il loro g., opponendolo a quello dei politici: ma la differenza è più apparente che reale; di fatto non fu che l'accettazione del g. politico attenuato nei suoi pericolosi principi giurisdizionali e presentato come difesa della Chiesa gallicana e delle sue dottrine tradizionali. Vivaci controversie teologiche alla Sorbona (che portarono nel 1663 alla imposizione di sei proposizioni limitanti l'autorità papale) precedettero la celebre Declaratio cleri Gallicani del 1682, che rappresenta la definitiva formulazione del g. La dichiarazione fu provocata dal Re, che aveva convocato una assemblea di vescovi e rappresentanti del clero, perché lo appoggiasse nel contrasto con la S. Sede a proposito della questione della regalia (v. INNOCENZO XI); redattore ne fu Bossuet (non si sa se nella forma definitiva), che con abilità cercò attenuare le richieste dai gallicani e di mantenerle entro la dottrina comune. Non riuscì però a salvare l'ortodossia della dichiarazione (v. testo in Denz-U, 1322-23); il primo articolo, infatti, pur professando la piena autorità del papa nel campo spirituale, rigetta, contro la dottrina teologica comune, l'intervento anche indiretto nel temporale; i successivi tre articoli ledono la stessa giurisdizione spirituale del papa: il secondo sostiene la superiorità del Concilio (affermata tacitamente, attraverso il richiamo ai decreti di Costanza, di cui si proclama la validità); il terzo difende le libertà gallicane, presentate nel quadro più generale delle consuetudini ecclesiastiche e considerate inviolabili perché una volta approvate dalla S. Sede; il quarto, infine, è il più grave perché nega la infallibilità pontificia, concepita come dipendente dal « consenso della Chiesa ». Luigi XIV approvò subito la dichiarazione, e la imposa a tutte le scuole e seminari del Regno; tale obbligo fu ritirato nel 1693, ma rimase la registrazione del Parlamento, e la corte ne mantenne in pratica i principi sino alla Rivoluzione. La S. Sede si oppose all'Assemblea del 1682, e la condanna dei 4 articoli fu pubblicata nel 1690 da Alessandro VIII senza ricordarli esplicitamente (per evitare uno scisma), ma dichiarando nullo tutto ciò che era stato deliberato nell'Assemblea del 1682 (Denz-U, 1326).
Grande fu l'influenza del g. durante il sec. XVIII, i suoi sviluppi furono i vari sistemi di giurisdizionali e di ingerenza dello Stato nella Chiesa che si manifestarono in Europa in quel secolo: in particolare la dottrina gallicana servì come base al canonista di Lovanio Van Espen, al Giannone in Italia, al Febronio in Germania. Napoleone, ristabilendo la Chiesa in Francia con il Concordato del 1801, volle inserire la Dichiarazione del 1682 tra i noti articoli organici abusivamente aggiunti al Concordato. Durante la restaurazione vi fu una certa reviviscenza del g., sostenuto dalla corte. Gli ultimi
suoi segni di vita apparvero al Concilio Vaticano, nella polemica sorta intorno alla definizione dell'infallibilità pontificia: la cost. Pastor Aeternus, che condanna con molta precisione i singoli errori del g., ne segna anche la vera fine.