ALBERICO, monaco di MONTECASSINO. - N. a Settefrati in Campania nel 1101 (?), m. verso il 1140. Ebbe a 10 anni, durante una malattia che per 9 giorni sembrò averlo privato della vita, una visione in cui s. Pietro e due angeli (Emmanuel e Eloy) lo condussero attraverso l'inferno, il purgatorio e il paradiso, distinto questo in 7 cieli. Intorno al 1115 fu ricevuto dall'abate Gerardo (1111-23) a Montecassino, dove, ordinato sacerdote (1124), visse così santamente che nessuno osava mettere in dubbio la realtà della sua visione.
La prima redazione di questa, scritta per ordine dell'abate Senioretto (1127-37), deve attribuirsi, secondo l'esplicita testimonianza di Pietro Diacono (Chronicon Casinense, IV, 66; PL 173, 888 sg.), al monaco Guido, autore anche di alcuni versi « de fortuna eiusdem (visionis) » (Liber de viris illustr. Casinensibus, cap. 41; PL 173, 1044 sg.). A. poi ne stese una nuova redazione insieme a Pietro Diacono (1127), in 50 capitoli di buona prosa latina (Cod. membr. n. 239, archivio di Montecassino). Vi è premesso un prologo del citato Guido e un'epistola dello stesso A. che deplora il diffondersi in Italia di racconti della visione non conformi all'originale. Comunemente dai critici (Ozanam, Rajna, D'Ancona, D'Ovidio, Zingarelli) la visione di A., alla quale non manca una certa elaborazione artistica, viene ritenuta come una delle fonti più notevoli cui Dante s'ispirò, come ad altre leggende allora molto diffuse, nel trarre la materia del suo poema.
Il nostro A. non è da confondersi col diacono Alberico, anch'esso monaco di Montecassino, m. nel 1088. La confusione presso i bollandisti e altri autori è dovuta al fatto che il diacono Alberico scrisse, tra l'altro, due composizioni ritmiche: De poenis inferni e De gaudio paradisi, e avrebbe avuto, secondo Pietro Diacono (De ortu et obitu iustorum Casinensium, cap. 49; PL 173, 1105), un'apparizione del defunto monaco Guaiferio. Che poi questo diacono Alberico sia nato anch'egli a Settefrati e sia identico al cardinale del titolo dei SS. Quattro Coronati, come viene comunemente ritenuto, è più che problematico secondo F. Novati, Storia letter. d'Italia, Le origini, Milano 1926, p. 414 sg.
La Visione di A. fu pubblicata la prima volta da F. Cancellieri (Roma 1814, testo e volgarizzamento), che la trascrisse da un manoscritto della biblioteca Alessandrina di Roma, confrontato con il codice 257, del
sec. XIII, dell'archivio di Montecassino. Questo codice, unico originale, fu pubblicato la prima volta da A. Amelli in Bibliotheca Casinensis, Flavillegium, V, 1 (1894), pp. 191-206, e lo riprodussero C. De Vivo e A. Mirra.