ALBORNOZ, GIL (EGIDIO) ÁLVAREZ CARRILLO DE

ALBORNOZ, Gil (Egidio) Álvarez Carrillo de. - Cardinale, politico e guerriero spagnolo, n. a Cuenca nel 1310 da nobilissima famiglia, discendente dai re di Castiglia per parte di padre e da quelli di Aragona in linea materna, m. a Viterbo il 23 ag. 1367. Entrato presto nello stato ecclesiastico, studiò per qualche tempo all'Università di Tolosa, ma poco dopo il suo sovrano Alfonso XI lo volle nella reggia come cappellano e consigliere, facendolo nel 1338 nominare arcivescovo primate di Toledo. Nella sua sede si distinse per virtù e per zelo pastorale, di cui sono prova i concili celebrati a Toledo nel 1339 e ad Alcalá nel 1347. Considerandosi però in quel tempo interesse capitale per la patria e per la religione la guerra contro i Sacroni che possedevano ancora una parte della penisola iberica e minacciavano sempre le monarchie cristiane, l'A. dovette, come primate di Spagna, prendere parte alle diverse battaglie che re Alfonso intraprese contro di loro. Si distinse particolarmente in quella di Tarifa, dove si ebbe la splendida vittoria sugli eserciti del sultano del Marocco e del re di Granada.

Con la morte di Alfonso XI nel 1350 e l'immediata assunzione al trono del figlio Pietro I, chiamato il Crudele, cambiò completamente la situazione dell'A., che, caduto in disgrazia del dispotico e furioso monarca castigliano, dovette abbandonare per sempre la patria e rifugiarsi alla corte papale di Avignone. Ben conoscendo le doti del perseguitato arcivescovo spagnolo, Clemente VI, il 17 dic. dello stesso anno 1350, lo creò cardinale del titolo di S. Clemente. Sei anni più tardi egli lo cambiò con la sede suburbicaria di Sabina, avendo prima rinunciato a quella di Toledo.

Eletto papa Innocenzo VI nel 1352, in Avignone, si pensò subito alla riconquista dello Stato pontificio, dominato da una serie di tirannelli, che si erano resi praticamente indipendenti. A Roma era stata abbattuta la dominazione Cola di Rienzo (v.), ma nel 1353 un nuovo tiranno, Francesco Baroncelli, si era impadronito della città. L'impresa di ripristinare l'autorità pontificia negli Stati della Chiesa si presentava sommamente difficile, avendo i ribelli non trascurato, bili appoggi in altri Stati italiani. Innocenzo VI l'aftò nel 1353 all'A. Nominato legato pontificio e capo del piccolo esercito allestito dalla S. Sede in Italia, incontrò già guadagnarsi, a mezzo di trattative, i potenti governi di Milano e di Toscana per avere le spalle sicure nella marcia verso lo Stato pontificio. Sfruttando abilmente le gelosie mutue dei Signori, gli riuscì di ridurre all'obbedienza tutta l'Umbria ed il Lazio. Conoscendo la simpatia che gran parte del popolo romano nutriva ancora per il fuggitivo Cola di Rienzo, lo richiamò dalla prigionia di Avignone, nominandolo senatore dell'Urbe; ma il secondo governo del tribuno finì ben presto e nel modo più tragico.

Nel 1357 l'A. aveva ristabilito pienamente l'autorità pontificia nelle Marche e in gran parte della Romagna, dopo la sconfitta del Malatesta di Rimini, di Gentile da Mogliano a Fermo, di Francesco Ordelaffi a Cesena, e stava per concludere vittoriosamente la sua impresa, quando venne esonerato dal suo mancato con l'ordine di consegnare i poteri nelle mani di Andron de la Roche abate di Cluny, uomo pio e giusto, ma inesperto nell'arte della guerra. L'A. ritornò ad Avignone, ricevuto dal Pontefice e dalla Curia con i più grandi onori; ma l'anno seguente doveva nuovamente tornare in Italia, perché sotto il governo dell'abate cluniacense avevano rialzato la testa ribelle alcuni potenti già sconfitti dall'A. Così gli Ordelaffi avevano ripreso il potere a Forli; Spoleto e Perugia ne avevano seguito l'esempio, e nel Lazio stesso spadroneggia Giovanni di Vico. L'A. riuscì in poco tempo a domare la ribellione e a riprendere anche Bologna, protetta dal potente Bernabò Visconti. Era già in procinto di sconfiggere il signore di Milano, quando, nel 1363, dal nuovo papa Urbano V, molto ligio alle suggestioni dei cardinali francesi, venne nominato legato per l'alta Italia il noto abate di Cluny, che vi giunse con l'ordine di concludere la pace col Visconti. Ciò avvenne di fatto nel 1364 con sommo dispiacere dell'A., perché, sebbene fosse stata restituita Bologna alla S. Sede, le condizioni erano poco onorevoli per l'autorità pontificia. È certo, ad ogni modo, che, senza le vittorie dell'A., il Visconti non vi si sarebbe piegato. Ristabilita la sovranità papale in tutto lo Stato della Chiesa per opera del cardinale spagnolo, Urbano V nel 1366 poteva annunziare il ritorno della Sede pontificia a Roma e giungervi l'anno seguente, dopo essere stato salutato a Tarquinia dal benemerito cardinale che morì pochi mesi dopo. Il corpo dell'A., sepolto prima ad Assisi, fu poi trasportato nella cattedrale di Toledo, dove ancora riposa in sontuoso mausoleo.

Il card. A., oltre le preclare virtù e il genio politico e militare, ebbe un grande amore per le scienze; lo dimostrano la sua biblioteca di Toledo e l'insigne Collegio di S. Clemente, fondato ed arricchito da lui in Bologna per gli studenti spagnoli di diritto, tuttora esistente. Le sue qualità di ottimo governante si manifestano principalmente nel Liber Constitutio num Sanctae Matris Ecclesiae, dal suo nome chiamato Costituzioni Egidiane (v. sotto).

Bibl.: J. G. de Sepúlveda, De vita et rebus gestis Aegidi Albornotii cardinalis, Roma 1521 (vers. ital. di F. Stefano, Historia della vita et gesti del card. E. A., Bologna 1590); H. J. Wurm, Kardinal A. der zweiter Bezirnder des Kirchenstaats, Paderborn 1892; F. Filippini, Il Card. E. A., Bologna 1933.

Giuseppe M. Pou y Marti

Le Costituzioni Egidiane. - Furono promulgate nel Parlamento generale di Fano nei giorni 29-30 apr. e 1° maggio del 1357. Altre dieci ne furono promulgate dallo stesso A. nel 1363, in aggiunta al I. VI; e varie addizioni vennero apportate al testo legislativo nei tempi successivi, fino a quando il card. Rodolfo Pio da Carpi, nel 1542, ne diede una nuova edizione o compilazione aggiornata e riveduta. Comunque, le Costituzioni de Egidio, dette anche Constitutiones Marchiae Anconitanae, restarono sostanzialmente in vigore, sia pure con le inevitabili mutazioni dovute al trascorrere dei secoli, fin quasi alla dissoluzione dello Stato pontificio, al quale impressero quella fisionomia giuridico-amministrativa, che valse a distinguerlo dagli altri Stati d'Italia (Ed. di P. Sella, Roma 1912).

Il testo delle Costituzioni è diviso in sei libri. Il primo riproduce le lettere di commissione concesse all'A. dal Pontefice, relative alle facoltà del vicariato e della legazione; il secondo contiene le costituzioni circa i poteri e la giurisdizione del rettore, degli ufficiali e dei magistrati delle province; il terzo tratta delle specifiche attribuzioni del rettore e del giudice spirituale, nonché della conservazione e tutela giuridica dei diritti della Chiesa; il quarto raccoglie le norme di diritto penale; il quinto e il sesto si occupano della procedura. Sono in tutto 193 capitoli, parecchi dei quali compendiano costituzioni diverse.

Intento primo dell'A. fu di creare un governo centrale che garantisse il minimo indispensabile all'unità e alla vita dello Stato, pur rispettando e tollerando ampie autonomie di città o di famiglie potenti, cui fu lasciato in alcuni luoghi un potere vicereale. Altro fine delle costituzioni fu quello di dar vigore ed uniformità al potere giudiziario, per salvare lo Stato dal grave disordine e dall'individua