'ALI, IBN ABI TALIB

'ALI, IBN ABI TALIB. - Cugino e genero di Maometto, e suo quarto successore come capo della comunità musulmana; ultimo della serie dei califfi «ortodossi» o «ben diretti» (Rāśidān). Figlio di un fratello del padre di Maometto, era notevolmente più giovane del profeta. Fu tra i primi ad abbracciare l'Islam, e i suoi vincoli di parentela con Maometto si rafforzarono allorché ne sposò la figliuola Fātimah, da cui ebbe i due figli maschi al-Ḥasan e al-Ḥusain, capostipiti di tutta l'ulteriore discendenza, vera o presunta, del Profeta.

'A. assistette fedelmente il cugino nei primi anni difficili della predicazione meccana, lo seguì a. Medinà nell'egira, e si distinse per valore guerriero nelle battaglie e spedizioni militari del primo decennio. Non sembra però, nonostante le asserzioni della tendenziosa tradizione sciita, che egli godesse presso il profeta di speciale ascendente, forse per il suo scarso senso politico, e il suo temperamento, coraggioso sul campo, ma irresoluto. Sotto il governo del terzo califfo 'Oṭmān, 'A. divenne il capo dell'opposizione, composta di elementi pietistici (i cosiddetti Qurrā', «lettori» o recitatori del Corano), di musulmani medinesi ostili alla famiglia rimasta a lungo pagana degli Omajjadi, cui appunto apparteneva 'Oṭmān, di facinorosi e ribelli. Nei torbidi che culminarono nel 656 con l'uccisione di 'Oṭmān, 'A. ebbe una parte non chiara che lo comprime moralmente di fronte all'avverso partito degli Omajjadi, allorché dell'assassinio del califfo egli si trovò a beneficiare raccoglimento la successione.

Appena giunto al potere urtò quindi nell'opposizione di altri antichi compagni del profeta, quali Talha e az-Zubair, spalleggiati dalla vedova di Maometto, 'A'isah. Vittorioso di costoro nella cosiddetta battaglia del cammello (nov. 656), 'A. dové fronteggiare un pericolo ben più grave nella riscossa del partito Omajjade, capeggiato dal governatore della Siria Mu'āwijah ibn Abi-Sufjān, e insorto sotto la parola d'ordine «vendetta per 'Oṭmān». Riusciti vani i tentativi di accomodamento, 'A. mosse anche contro Mu'āwijah, e si scontrò col suo esercito a Siffīn sulla riva destra del medio Eufrate. Ma la battaglia, il cui esito si profilava favorevole ad 'A., fu sospesa per l'abile appello dei partigiani di Mu'āwijah a un arbitrato «secondo il Corano» (come essi con equivoca formola si espressero). La sua carriera politica fu ostacolata e finalmente stroncata dalla fanatica corrente dei Ḥārīgīti, da lui sconfitti nella battaglia di Nahrawān senza peraltro pervenire a estirparne il movimento che doveva per circa un secolo rappresentare un fomite di sanguinose ribellioni e tumulti entro la comunità islamica.

'A., al quale l'avversario Mu'āwijah aveva sottratto la Siria e l'Egitto, cadde vittima nel genn. 661 di un attentato Ḥārīgīta nella moschea di Kūfa, che egli fin dal suo avvento aveva fatta sua capitale. Mu'āwijah fu da tutti riconosciuto califfo, e iniziò la dinastia degli Omajjadi, mentre ai discendenti di 'A., e in primo luogo ai suoi due figli non restava che la scelta fra la rinuncia ad ogni aspirazione politica (ciò che fece il maggiore, al-Ḥasan), o la congiura e la sterile insurrezione, sanguinosamente repressa, come fu il destino, venti anni dopo, del secondogenito al-Ḥusain.

Affatto sproporzionata con la vicenda storica di 'A., col suo mediocre carattere e col fallimento della sua vita, è l'importanza che la sua figura assunse nella posteriore evoluzione della religione musulmana. Considerato dai Sunniti o ortodossi quale saggio e prode braccio destro del profeta, egli fu dagli Seiti ritenuto unico legittimo erede di questo, nella direzione della comunità islamica e nelle stesse prerogative della ispirazione e della infallibilità profetica. Questa concezione sbocca poi, presso le correnti della Shi'a estrema, in una vera e propria divinizzazione di 'A., anteposto a Maometto stesso, e ritenuto somma incarnazione in terra del logos divino. Si può dire che all'infuori dei Ḥārīgīti, da tempo quasi del tutto estinti, tutto l'Islam eterodosso si muova nel solo della venerazione di 'A., e della trasformazione della sua storica figura. Anche per l'Occidente cristiano, essa è stata conosciuta subito accanto a quella di Maometto; e Dante pose 'A. (la accentuazione non si spondente alla forma araba del nome è dovuta a influsso della pronuncia turca) nel girone dei seminatori di scandali e di scismi, con oscura coscienza delle complicazioni che in seno stesso all'Islamismo fanno capo a questa sconcertante e tragica figura.

BIBL.: H. Lammens, Fatima et les filles de Mahomet, Roma 1912; G. Levi della Vida, Il califato di Ali, in Riv. Studi Orientali, 6 (1913), pp. 427-507; L. Caetani, Annali dell'Islam, IX-X, Milano 1926.