AMALARIO DI METZ (AMALARIUS, AMALARIUS)

AMALARIO di Metz (Amalarius, Amalarius). - Pietro Sfaiar Teologo e liturgista medievale, sulla cui vita si hanno pochi e discussi dati storici. Sembra sia n. a Metz tra il 770 e il 775. Probabilmente fu alla scuola di Alcuino, ad Aquisgrana, come ritiene G. Morin, o, come pensano altri, a Tours (cf. De eccl. off., IV, 17; De ord. Antiph., capp. 58 e 67); m. a Metz il 29 apr., tra l'850 e l'853. Secondo l'uso accademico del tempo, al nome franco Amalario (Amalher) si aggiunse il soprannome letterario Symphosius, di cui Fortunatus potrebbe essere un sinonimo latino.

Tornato a Metz, Leidrado lo invitò, a quanto sembra, a Lione per servirsene nella restaurazione dell'orto spallendi secondo il rito della cappella palatina (lettera di Leidrado a Carlomagno, in MGH, Epist., IV, p. 542 sg.). Verso l'809, elevata dall'imperatore la sede di Treviri a metropoli, A. vi fu preposto quale metropolita; ma per non urtare le suscettibilità locali, preferì non fare uso della sua giurisdizione sui suffraganei. Nell'811, da Carlomagno fu mandato ad Amburgo per consacrare la prima chiesa cristiana sassone al di là dell'Elba; e nella primavera dell'813 fu inviato con Pietro, abate di Nonantola, ambasciatore a Costantinopoli per le trattative di pace con l'imperatore d'Oriente (MGH, Epist., V, p. 555 sg.; cf. Egimardo: PL 104, 478). Tornato in Italia nella primavera successiva, soggiornò a Nonantola, contristato dalla notizia della morte di Carlo (28 genn. 814).

Da quest'epoca A. non compare più come vescovo di Treviri, ché un potente personaggio, Hetti, occupa il suo posto: forse, scoraggiato per la perdita del suo augusto sostenitore, vi rinunziò, cedendo alle altrui opposizioni. Come generalmente si crede, sembra che sia stato anche abate commendatario; e forse proprio in questa occasione, per compenso, gli venne data in commenda un'abbasia, che, secondo il Morin, potrebbe essere stata quella di S. Pietro di Hornbach in diocesi di Metz. Con tutta probabilità, stando a Metz, fu una specie di ausiliare (chorepiscopus) di Drogone (823-55), il figlio di Carlomagno, che durante le sue frequenti e lunghe assenze dalla diocesi la governava per mezzo di «corepiscopi».

A. ebbe parte importante nel Sinodo di Aquisgrana dell'816 sulla riforma del clero, e in quello di Parigi dell'825 sulla controversia delle immagini. Durante l'esilio di Agobardo, arcivescovo di Lione, gli fu affidata l'amministrazione di quella metropoli (835-38); ma per aver tentato una riforma liturgica con l'introduirvi il suo Antifonario, si attirò le ire dei partigiani di Agobardo, capeggiati dal diacono Floro, il quale gli mosse contro una violenta campagna e riuscì persino a farlo condannare come eretico nel Concilio di Kiersy (o Quierzy, Cariscium, sett. 838; MGH, Conc., II, p. 768); dopo di che Agobardo poté tornare alla sua sede.

A. ricompare, dopo una diecina di anni, nelle dispute teologiche sulla predestinazione, GODESCALCO D'ORBAIS (v.). Fu a Roma almeno due volte: sotto Leone III (795-816), probabilmente nell'814, di ritorno da Costantinopoli (cf. De eccl. off., I, 42; IV, 40), e sotto Gregorio IV, nell'831, invitato in missione da Ludovico il Pio (cf. De ord. Antiph., prol. e cap. 58); egli ne profittò sempre largamente per i suoi studi liturgici.

Fu sepolto nell'abbasia di S. Arnolfo, a fianco del suo augusto amico Ludovico il Pio; e ben presto fu dal popolo onorato come santo.

Sulla grave questione dei due A., quello di Metz e quello di Treviri, agitata dal Sirmond, ha fatto luce, dopo tre secoli, con vari scritti, G. Morin che identifica i due (cf. Etudes, Textes, Découvertes, Maredsous 1913, pp. 62-63; si veda ora I. M. Hanssens, opera sotto citata).

SCRITTI. - Delle numerose opere di A. ci sono pervenute le seguenti, quasi tutte di carattere liturgico:

Liber Officialis, detto anche De Ecclesiasticis Officii, in 4 libri, dedicato all'imperatore Ludovico il Pio; opera principale, alla quale A. lavorò in più riprese. Ne pubblicò i primi 3 libri verso l'820 e vi uni gradatamente, quale appendice, un gruppo di lettere (PL 105, 1333-40). In una seconda edizione, vi aggiunse il I. IV (cf. Pref. Postquam). Dell'opera completa curò poi un'ultima edizione verso l'832, dopo il secondo viaggio a Roma. È necessario tener presenti questi dati per spiegare lo stato dei numerosi codici (ca. 80). Il testo pubblicato nel 1568 da Hittorp, e riprodotto nel Migne, è una combinazione della seconda e della terza edizione. È merito di A. Wilmart aver rilevato la varietà delle edizioni autentiche di A. (Revue Bénéd., 37 [1925], pp. 73-99).

De ordine Antiphonarii è la seconda opera di A. per importanza liturgica e una delle ultime da lui composte, poiché il libro deve essere posteriore alla morte di Ludovico

il Pio (840), nonché di Gregorio IV (844), come dimostrano le indicazioni cronologiche del cap. 58 (cf. Hanssens, in Ephem. Liturg., 41 [1927], p. 239). L'opuscolo ha carattere apologetico, in quanto A. lo scrisse per giustificare i criteri usati nella composizione del suo Antifonario (v. sotto).

Esistono varie Expositiones della Messa. Anzitutto il De officio Missae, ricordato nella corrispondenza con Pietro di Nonantola (MGH, Epist., V, p. 245 sq.), che A. compone in mare, durante il viaggio a Costantinopoli. Tornato a casa, A. dovette rifondere questo suo trattatello in un altro più completo. Entrambi, parzialmente conservati nel mss. di Zurigo C. 102, furono pubblicati nel 1927 dal p. Hanssens in Ephemerides Liturgicae (41 [1927], pp. 166-73). Il terzo trattato sulla Messa è dato dalle Eclogae de Ordine Romano et de quattuor orationibus Missae (o Eclogae de officio Missae), descrizione della Messa pontificale romana. È stato ritenuto opera posteriore, derivata dagli scritti di A. (cf. Rev. Bénéd., 25 [1908], pp. 304-20); ma il p. Hanssens, considerando la grande somiglianza delle Eclogae coi primi due trattati, pensa che esse ne possano costituire l'edizione autentica definitiva. Ritiene inoltre che la Expositio Missae che s'inizia con le parole Missa pro multis causis celebratur, dal Wilmart attribuita a un anonimo del sec. x (cf. DACL, V, col. 1022 sq.), debba conservare altri frammenti della prima expositio di A., e in Ephem. Liturgicae (44 [1930], pp. 24-46) né d'edizione critica.

L'Epistolario (MGH, Epist., V, pp. 240-74) comprende solo una diceria di lettere, tra le quali notevoli la risposta a Carlomagno sulle cerimonie del Battesimo, l'epistola all'abate Ilduino sull'epoca delle sacre ordinazioni e dei digiuni, quella al discepolo Guntardo sulla comunione frequente, quelle sul nome dei Serafini e dei Cherubini, sulla pronunzia e sul monogramma di Gesù (118).

Secondo la testimonianza di Ademaro d'Angoulême (Hist., III, 2: PL 141, 29), A. sarebbe l'autore della famosa Regula Canonicorum et Sanctimonialium edita nel Concilio di Magna e dell'816 (MGH, Conc., II, pp. 307-456): il Migne la riporta tra gli scritti di A. (PL 105, 815-886); ma Alberto Verminghoff preferisce attribuire la redazione ad Ansegisio (MGH, Conc., II, p. 309).

Di A. poeta ci rimangono i Versus marini, dedicati a Pietro di Nonantola: so esametti che narrano le peripezie della sua legazione in Oriente (MGH, Poet. Lat., I, pp. 426-28).

Perduti del tutto sono i suoi scritti teologici (cf. PL 121, 1052), come la risposta alla consultazione di Pardulo di Laon sulla predestinazione, di cui parla, con strano disprezzo, l'autore del De tribus epistolis (cap. 40: PL 121, 1054). Perduto è pure l'opuscolo riassuntivo dei suoi scritti, da Floro ricordato col nome di Embolis (PL 110, 73) e che A. dovette redigere, stando a Lione, nell'imminenza del Concilio di Kicery. Perduto è il Prologo al Lezionario, menzionato da A. stesso col Commentarius di turnalis officii, che egli intendeva scrivere (De ord. Antiph., cap. 16: PL 105, 1273).

ATTIVITÀ E DOTTRINA LITURGICA. - Non avendo potuto ottenere in Roma da Gregorio IV un esemplare dei canti dell'ufficio perché i volumi disponibili erano stati portati via da Wala, abate di Corbie, A., di ritorno dall'Urbe, si recò a Corbie per studiarvi le copie autentiche dell'Antifonario romano. Ma poiché le copie mettenti erano più antiche e meno sviluppate, mise mano ad una propria redazione. E compone così, prima di assumere il governo di Lione, un Antifonario tipico, il cui valore però non dovette eccedere quello di una collezione privata. Fece solo opera eclettica, dando una redazione che riproduceva, contrassegnata da sigle, la tradizione romana (R.), quella mettente (M.) e le sue modificazioni (I. C. [ingenium cogitavit]: Indulgentia, Caritas).

Purtroppo questo antifonario, che ad A. procurò polemiche e dispiaceri, è perduto. Ma in certo modo ne fa le veci il libro giustificativo De ordine Antiphoni, fonte storica principalissima. Con la descrizione infatti dei libri liturgici e le numerose citazioni, dà un'idea sulla raccolta delle antifone e dei sponsorii alla fine del sec. VIII e nella prima metà del IX.
Col Liber Officialis, una specie di enciclopedia liturgica, A. trattò dell'anno ecclesiastico, degli Ordini sacri, delle vesti, della Messa, dell'ufficio divino e della liturgia funeraria. Nessuno scritto ebbe tanta diffusione e influenza sui liturgisti posteriori fino a Durando di Mende: il trattato rimane fonte insostituibile per la storia della liturgia medievale.

Con tali opere, che sono il frutto più maturo degli studi promossi da Carlomagno e da Alcuino, A. passa per fondatore della scienza liturgica nel medioevo. Egli tenta la spiegazione di quasi tutti i riti della Chiesa. Contra-riamente a quanto si suole affermare, A. fu tormentato dal travaglio della ricerca storica circa la loro origine, ansioso di conoscere l'autentico significato voluto dagli istituti, in relazione ai frutti spirituali da conseguire: Ardor mihi inest tritae via et abolita propter antiquitatem, ut sciam quid habeat in medulla res memorata, id est, quid in corde esset primorum dictatorum officii nostri, et quem fructum pariat (piccola prefazione al De eccl. off.: PL 105, 992).

Le sue spiegazioni mistiche divennero la norma per i trattatisti posteriori, onde - secondo l'espressione di Bishop e Wilmart - egli è considerato come il pontefice del simbolismo (cf. DACL, V, col. 1024).

L'accusa di eresia massaggi da Floro (cf. PL 119, 71-80) si fondava soprattutto sull'espressione «Triforme est corpus Christi » del De eccl. off. (III, 35: PL 105, 1154 sq.): l'interpretazione ne era evidentemente ingiusta. Anzi, questo testo di A. influì sullo sviluppo del pensiero teologico medievale: entrato nel Decretum di Graziano sotto il nome di papa Sergio (cap. 22, D. II de cons.), fu accolto anche dai grandi Scolastici, come Alberto M., Bonaventura e Tommaso d'Ag. (cf. H. de Lubac, Corpus mysticum, Parigi 1944, pp. 301-49: Le «corpus triforme » d'Amalaire et ses destinées).

A. è certamente una delle figure più interessanti del medioevo, e i suoi scritti, se nel passato hanno molto contribuito alla pietà liturgica, ora rimangono anche come guida preziosissima per l'indagine storica.

Bibl.: R. Möenchemeyer, Amalvar von Metz, Münster 1893; R. Sahr, Der Liturgiker Amalarius, Dresda 1893; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, I, Monaco 1911, pp. 396-401; P. Batiffol, Histoire du Bréviaire Romain, 3° ed., Parigi 1911, pp. 104-72; M. Andrieu, Immixtio et Consuetatio, II c III, in Revue des Sciences Religieuses, 3 (1923), pp. 24-61; S. Simonis, Doctrina Eucharistica Amalarii Metensis, in Antoniianum, 8 (1933), pp. 3-48 (cf. p. 154); P. Alfonzo, L'Anafonia dell'Ufficio Romano, Subiaco 1935, pp. 7-23. - Sono poi fondamentali i lavori di G. Morin, in Revue Bénédictine, 8 (1891), pp. 433-42; 9 (1892), pp. 337-51; 11 (1894), pp. 231-43; 13 (1896), pp. 289-94; 16 (1899), pp. 419-21; di A. Wilmart, ibid., 36 (1924), pp. 317-29; 37 (1933), pp. 73-99, 276-83; e di J. M. Hanssens, in Ephemerides Liturgicae, 41 (1927), pp. 69-82, 153-185, 237-44; 44 (1930), pp. 24-46; 47 (1933), pp. 15-31 e 113-125 (le puntate di questo studio, Le texte du «Liber officiarius », proseguono fino all'annata 1935): quest'ultimo ha curato l'edizione critica Amalarii episcopi Opera liturgica omnia, 3 voll. (in Studi e Testi, 138-40), Città del Vaticano 1948-49.

Ignio Cecchetti