AMELI AMELI, AMBROGIO

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AMELI, AMBROGIO - Ritratto.

AMELI, AMBROGIO - Ritratto.

AMEN

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della primitiva letteratura cristiana e l'epistolario degli apostoli, che pongono l'a. persino a suggello di saluti, d'auguri e di dossologie, ne danno la prova migliore (cf. Didaché, 10, 6; s. Giustino, I Apol., 65 e 67; Dionigi Alessandrino, presso Eusebio, Hist. eccl., 7, 9; Tertulliano, De spect., 25; s. Agostino, De catarrh.), come solenne professione di fede eucaristica, l'a. si cantava nei momenti più importanti dell'azione sacrificiale: alla Consacrazione (come tuttora nelle liturgie orientali) e al termine del Canone o anafora, mentre i fedeli lo dovevano scandire nel ricevere la comunione. «Disponendo la sinistra, quasi trono del re, sotto la destra — dice Cirillo Gerosolimitano — ricevi con la concava palma di questa il Corpo di Cristo, e rispondi a.» (Catech., 23, 21); e Ambrogio di Milano nel De Sacramentis: «Dicit tibi Sacerdos: Corpus Christi; et tu dicis a., hoc est Verum. Quod confitetur lingua, teneat affectus» (4, 5; cf. Constit. Apostolorum, 8, 13; s. Agostino, Sermon 272). Questa antica consuetudine è tuttora in vigore nella liturgia ambrosian

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a; e la romana ne conserva un vestigio nella Messa per il conferimento degli Ordini sacri. L'a. liturgico ha valore eminentemente sociale, perché esprime la solidarietà dei fedeli col celebrante: «Fratres mei — spiega s. Agostino — a. vestrum subscriptio vestra est, consensio vestra est, adstipulatio vestra est» (Sermo contra Pelagium, 3: PL 39, 1721). Cellebre per questo è l'a. al termine della dossologia che conclude il canone, prima del Pater noster: «I più solenne della liturgia, l'unico, forse, derivante dal canone primitivo. Quale formula conclusiva dei simboli di fede a. può ben tradursi, con i Padri, verum est: «è vero», o «così è». Invece, alla fine delle dossologie, e soprattutto in fine alle preghiere di domanda, ha il senso ottativo di sic sit, «così sia», come già interpretò s. Agostino (Sermo 6, 3 della collez. Denis: PL 46, 836), e la sua traduzione sostituisce oggi l'a. in quasi tutte le preghiere in lingua volgare.

Universalità dell'a. — L'a. è una delle voci più diffuse nel mondo: comune agli ebrei, ai cristiani d'ogni rito, e agli stessi musulmani, i quali aggiungono anni alle loro preghiere, specie dopo la prima sura del Corano. I rabbini ne hanno esaltato l'efficacia come pegno di vita eterna: «Chiunque dice a. con tutte le sue forze (ossia con ogni intenzione e devozione), avrà aperte le porte del paradiso» (J. Buxtorf, in Lexicon Chal. Talm. Rabb., Basilea 1620, col. 115). Parola di fede e di speranza, l'a. allietò anche le tombe. L'epigrafia cristiana ci ha tramandato non poche iscrizioni come: Requiescat in pace. A. o Cum Christo in aeternum. A.

Con un significato così molteplice e sublime, l'a. è termine intraducibile (cf. M. Vittorino, Adv. Arium, 3, 9; s. Agostino, De doctr. christ., 2, 11; Tractatus in Io., 8, 34), una di quelle mistiche parole che, come l'Alleluia, anche nei cieli fanno parte dei cantici della Chiesa trionfante (Apoc. 5, 14; 7, 12; 19, 4); «Tota actio nostra — conclude s. Agostino (Serm., 262, 28, 29) — A. et Alleluia erit» che la vita beata sarà tutta «nella contemplazione e nella lode della verità»: «Tutti i santi diranno Alleluia, perché diranno A.».

Bibl.: F. Cabrol, s. V. in DACL, I, coll. 1554-73; P. Glaue, «A. nach seiner Bedeutung und seiner Verwendung in der alten Kirche, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 44 (1925), pp. 184-98; P. Salmon, Les «A. du Canon de la Messe, in Ephemerides Liturgicae, 42 (1928), pp. 496-506; B. Krupnik e A. Nadel, in Encycl. Judaica, II, coll. 575-81; I. Cecchetti, L'A. nella Bibbia e nella Liturgia, Roma 1942. Igino Cecchetti.