AMIROÜTZES, GIORGIO. - Filosofo aristotelico bizantino, n. a Trebisonda al principio del sec. XV, m. improvvisamente dopo il 1469. Poiché apparteneva ad una delle prime famiglie della sua città natale, occupò le più alte cariche, e gli furono affidate parecchie ambascerie sotto gli ultimi re di Trebisonda. Al tempo della presa di questa città da parte di Maometto II (1461), sembrò che egli si fosse diportato quasi da traditore. Ciò non gli impedì d'essere, in un primo momento, trattato duramente dal vincitore e mandato come prigioniero ad Adrianopoli, poi a Costantinopoli.
Grazie alla protezione di suo cugino, il famoso rinnegato Mahmud pascia, egli entrò in intimità con Maometto II, che faceva appello alla sua erudizione e discusse con lui sulla religione cristiana. Un dialogo è conservato in latino. I suoi due figli passarono all'islamismo, ma non sembra che egli sia arrivato a questo eccesso; quantunque la sua condotta, verso la fine della vita, sia stata tutt'altro che cristiana; infatti egli contrasse una unione adultera con la duchessa d'Atene, vedova di Franco Acciaiuoli, che il patriarca di Costantinopoli Joasaph I (1465-69) rifiutò di approvare. A. si vendicò facendolo ignominiosamente scacciare dal trono patriarcale da Mahmud pascia.
A. non fu uomo di carattere. Infedele alla sua sposa e alla patria, fu infedele anche verso la sua fede religiosa. Al Concilio di Firenze (1438-39), al quale assistette col metropolita di Trebisonda Doroteo, si mostrò fervente unionista e aderì pienamente al dogma cattolico della processione dello Spirito Santo. Qualche tempo dopo, ritornò allo scisma, attaccando le decisione del Concilio e la supremazia del Papa.
La sua eredità letteraria è scarsissima e si ricorda l'opuscolo in traduzione latina di Giovanni Verner: De his quae geographiae debent adesse, Norimberga 1914. Oltre al dialogo di cui sopra (Biblion. naz. di Parigi, cod. lat. 3395, fol. 83-144), scrisse al duca di Nauplia, Demetrio, «sugli avvenimenti del Concilio di Firenze»: περὶ τῶν ἐν τῷ Φλωρεντίᾳ συνδόξου συμβεβηκότων.
Nonostante il titolo, la storia occupa ben poco posto in quest'opera che è un opuscolo polemico della peggiore specie contro il Concilio, la supremazia e l'infallibilità del Papa. Sulla processione dello Spirito Santo, ricordandosi

Amiens - Le Beau Dieu (sec. xili). Cattedrale.
senza dubbio della sua professione di fede a Firenze, fa una dichiarazione ambigua, che non si concilia né col dogma cattolico, né con la dottrina di Fazio.