ANDREA AVELLINO, santo. - N. nel 1521 a Castronuovo (ora Castronuovo di S. Andrea, in provincia di Potenza), da una famiglia nobile del luogo, m. a Napoli il 10 nov. 1608. Ricevette al battesimo il nome di Lancellotto, che portò fino al suo ingresso tra i Teatini. Fu istruito da uno zio arciprete e poi nelle scuole del vicino paese di Senise. Nel 1537 prese l'abito ecclesiastico e nel 1545, in patria, diventò sacerdote. Nel 1547 si recò in Napoli a intraprendere gli studi di diritto. Sotto la direzione del gesuita Giacomo Laincz, fece nel 1548 gli esercizi spirituali. Da questo momento si data la sua "conversione", in cui ebbe parte anche, come si riferisce, la compunzione provata per la lieve menzogna sfuggitagli durante un dibattito (era avvocato nel foro ecclesiastico).
Intorno al 1551, fu incaricato da Scipione Rebiba, vicario generale dell'arcidiocesi, della riforma del monastero femminile di S. Arcangelo di Baiano, e in quest'ufficio, durante le quarantena anni, diede la misura del suo zelo apostolico, per il quale si espose anche a mortali minacce. Fatto segno a due attentati, nel 1556 restò colpito al volto da due tremende ferite, di cui non volle mai denunziare l'autore. Accolto nella casa teatina di S. Paolo Maggiore a Napoli, guarì quasi miracolosamente. Nel 1556 vestì l'abito di novizio, avendo come maestro il beato Giovanni Marinoni (1490-1562); nel 1558 emise la professione solenne. Eletto nel 1567 superiore di S. Paolo Maggiore, vi istituì scuole di filosofia e di teologia. Il capitolo generale, nel 1570, lo mandò a Milano, vicario della casa di S. Maria presso S. Calimero, donata alla congregazione da s. Carlo Borromeo (col quale A. ebbe frequenti rapporti e segni di stima e di affetto). Lo stesso capitolo generale, nel 1571, lo destinò a S. Vincenzo di Piacenza. Dal vescovo del luogo, il beato Paolo Burali, fu inoltre chiamato a dirigere il seminario diocesano, costituito secondo le recenti norme del Concilio di Trento, e a governare un monastero di donne penitenti. A Piacenza, dove ebbe anche l'ufficio di penitenziere della diocesi, restò fino al 1578, sostenendo insieme per tre volte la carica di visitatore delle case teatine della Lombardia. In questo tempo, avendo egli sentito l'impulso di ritirarsi dalla vita attiva e dal ministero di confessore, ne fu dissuaso dalla venerabile Battistina Vernazza, la mistica claustrale genovese. Nel 1578 prese il governo della casa di S. Antonio a Milano e, nel 1581, ancora una volta quello della casa di Piacenza. Nel 1582 il capitolo generale lo mandò a Napoli, dove nel 1584 fu preposto alle due case di S. Paolo Maggiore e dei SS. Apostoli. In questa città, dopo un sanguinoso tumulto provocato dalla carestia (maggio 1585), sovvenne alla necessità del popolo e indisse una solenne processione espiatoria. Nel 1590 eseguì la visita delle province napoletana e romana della Congregazione. In questo tempo, a Roma, rifiutò l'episcopato, offertogli da Gregorio XIII.
Arrivato a grave età, continuando alacremente tutti i suoi uffici, tra cui quello particolare della direzione spirituale a cui sempre aveva atteso - furono suoi penitenti signori e dame di alta condizione e anime d'intensa vita religiosa, come le quattro sorelle Pale-scandalo - diede ancora una volta prova della sua eroica generosità, perdonando e inducendo i congiunti a perdonare all'uccisore del proprio nipote Francesco Antonio Avellino (1593). Il 10 nov. 1608, mentre ini
ziava la celebrazione della Messa, fu colpito da apoplexia, e si spense la sera dello stesso giorno, all'età di 87 anni. Uomo colto e versato negli studi teologici, egli lasciò ca. 3.000 lettere di direzione spirituale, in parte ora perdute (poco più di un migliaio ne comprende la raccolta, pubblicata a Napoli nel 1731-32, in 2 volumi) e opere diverse, specie esposizioni bibliche e discorsi (pubblicati a Napoli, 1733-34, in 5 volumi). A. che appare uno dei più validi e attivi artefici della Riforma cattolica in Italia, fu beatificato nel 1624 da Urbano VIII e canonizzato nel 1712 da Clemente XI.