ARCADIA, ACCADEMIA della. - Accademia letteraria, fondata in Roma nel 1690 da 14 letterati e salita rapidamente a grande sviluppo e larghissima diffusione. Alla originalità programmatica e quindi alla stravaganza del secentismo volle contrapporre un ritorno alla semplicità dei sentimenti e ad una schiettezza agreste della fantasia. I suoi soci, che entrando a farne parte assumevano nomi greci, si qualificarono «pastori»; le molte sezioni che ebbe in tutte le città italiane furono dette «serbatoi»; a protettore, o Gran Pastore dei pastori, fu scelto Gesù Bambino, nato in una stalla e tra i pastori; per insegna adottò la greca siringa inghirlandata di lauro e di pino. La prima e principale sede di Roma («serbatoio centrale») fu inaugurata il 15 ott. 1690 con una adunanza che si tenne nel giardino dei frati Minori riformati a S. Pietro in Montorio. L'A. ebbe l'anno seguente l'alta protezione di Innocenzo XII; né le mancò il favore di Cristina di Svezia, grande fautrice di artisti e letterati in Roma. Ne dettò le leggi in latino il letterato e giurista Gian-vincenzo Gravina; ne fu capo, col titolo di Custode generale, Giammario Crescimbeni, autore delle Bellezze della volgar poesia (1700), in cui è formulata l'estetica platonica degli arcadi, e delle Memorie istoriche dell'Accademia. In armonia col suo carattere, essa tenne le adunanze all'aperto, nel Bosco Parrasio; poi, nel 1725, per munificenza di Giovanni V di Portogallo, si stabilì sul Gianicolo. Nel primo trentennio del sec. XVIII non vi fu quasi città italiana in cui l'A. non avesse dedotto una sua colonia, come latinamente dicevano. Protetta e favorita dalle maggiori personalità del tempo (gli arcadi di Roma conobbero spesso la lauta ospitalità del card. Ottoboni negli orti della badia di S. Pancrazio), annoverò tra i suoi membri Clemente XI, 46 cardinali, centinaia di patriarchi, primati, arcivescovi, vescovi e prelati, la regina di Polonia e suo figlio, i principi regnanti di Baviera, Toscana, Parma, il duca della Mirandola, tutti i principi del Soglio, quasi tutta la nobiltà italiana e parecchia d'oltralpe, molte dame, tra cui Faustina Maratti, la marchesa Petronilla Paolini Massimi, ecc.
Tra gli arcadi più notevoli si possono inoltre ricordare: mons. Sardini, lucchese; mons. N. Forteguerri; il canonico G. Crocchiante; e, tra i poeti, G. B. Zappi, C. I. Frugoni, A. Bertola, I. Vittorelli, P. Rolli, E. Manfredi, il Metastasio. L'A. accolse anche i più famosi improvvisatori, quali il cavalier Bernardino Perfetti e Maria Maddalena Morelli (tra gli arcadi, Corilla Olimpica).
Si può dire, in realtà, che, almeno per la prima metà del Settecento, tutta la produzione poetica italiana si svolse nell'ambito dell'A., che giunse a dominare interamente la moda letteraria della penisola, imponendo uniformità di canoni estetici e di gusto. Appunto in questi canoni estetici e non in un profondo movimento vitale, consiste la reazione che essa oppose al secentismo. G. B. Marino e la sua scuola avevano indicato la meraviglia come il fine della
poesia, e il loro barocchismo fu il risultato di una ricerca del nuovo ad ogni costo, sostituendosi la meraviglia e la novità ad altri valori spirituali che mancavano; sicché nell'immaginismo dei secentisti è da vedere l'espressione di un mero sensualismo. L'A. cercò di colmare codesto vuoto interiore con altri mezzi, ma non lo abolì. Contro l'originalità come fine a se stessa, gli arcadi rimisero in onore l'impianto anteponendola all'ispirazione, e affermarono il dominio delle regole. Tale posizione conteneva già in germe quel manierismo e quel dilettantismo che rimangono il limite di tutta la poesia arcadica. A parte l'assodata origine tassessa, fu anche dal Marino, cui voleva opporsi, che l'A. riprese il mondo pastorale. Dei tre indirizzi che si possono distinguere nella poesia arcadica, l'indirizzo petrarchesco e quello classiche-giante che si rifecero, in senso più o meno largo, al platonismo, e segnatamente al platonismo rinasciemnte di M. Ficino, riuscirono indubbiamente i più falsi; mentre all'indirizzo pastorale e anacreontico si devono le migliori «canzonette» che sopravvivono (del Rolli e di alcuni altri) e i momenti più felici del Metastasio. Anche in queste espressioni più vive, il sentimento di rado supera il sentimentalismo e si dimostra più che altro pretesto per la melodia dei versi e la raffinata eleganza dell'espressione, indicando così che il sensualismo, se era stato elemento costitutivo dell'immaginismo marinistico, tale rimase anche per gli arcadi. Questa carenza del sentimento nella sua forma più schietta e vitale, fa della poesia arcadica italiana un fenomeno letterario parallelo al sensismo della filosofia francese. Per questo riguardo, rimangono significative le lodi poetiche tributate dal Frugoni al Condillac.
L'A. cominciò a declinare dalla seconda metà del sec. XVIII; la decadenza andò sempre più accentuandosi col mutare dei tempi che comportavano nuove esigenze. Dopo un lungo periodo di vita scialba e stentata, l'accademia fu riorganizzata nel 1925, con l'aggiunta di Accademia letteraria italiana. La sede fu trasferita dal Bosco Parrasio, che rimane proprietà dell'Istituto, alla biblioteca Angelica di Roma. L'Accademia ha pubblicato 13 voll. di *Rime* e tre periodici: *L'Arcadia* (1889-1896), *Giornale arcadico* (1898-1916), *Atti dell'Accademia e scritti dei soci* (dal 1917).