ARS NOVA. - Fu così chiamata la corrente di rinnovamento, nella composizione sacra, che animò la musica polifonica dai primi anni del sec. XIV ai primi del sec. XV e che, se da un notazione (v.) con l'introduzione del tempo binario in sostituzione di quello ternario e la creazione di piccoli valori, minima, semiminima, croma e semicroma, originati dalla pratica strumentale dei pezzi per danza e dai virtuosismi tecnici dei pezzi di canto, segnò d'altronde l'inizio di quella profanizzazione della musica da chiesa che, espressa nel distacco sempre più profondo dal canto gregoriano, culminò poi nella ricca architettura contrappuntistica fiamminga quattrocentesca costruita su temi popolari, arginata solo due secoli dopo dal Concilio di Trento, con l'auspicato ritorno al gregoriano, come diretta esecuzione o ispirazione della polifonia.
Dei due grandi gruppi di fonti - trattati teorici e monumenti di musica pratica - il primo è notevolmente sacro in confronto al secondo, specie se si pensa alla vasta messa di trattati del periodo precedente, ANTIGUA (v.). Il primo deciso avviamento verso l'a. n. è dato dagli scritti di Marchetto da Padova il quale, dopo il Lucidarium in arte musicae planae (1274), scrisse, intorno al 1300, il Po- merium artis musicae mensurabilis dove, tra l'altro, illustra la nuova notazione italiana. Dopo breve tempo, e cioè verso il 1325, troviamo il celebre trattato di Philippe de Vitry dal titolo A. n., espressione che, usata anche negli scritti del suo amico Joannes de Muris: Ars novae musicae, dette il nome a tutto il movimento. A prescindere da altri piccoli trattati ancora inediti di alcuni maestri della pratica musicale (tra cui Jacopo, Paolo, Zaccharias), citiamo infine il grande concittadino di Marchetto, Prosodico de Beldemandis, che nel suo Tractatus practicae de musica mensurabili ad modum Italicorum scritto circa un secolo dopo (verso il 1410), dà uno sguardo retrospettivo alla notazione del '300 italiana preannunciato da Marchetto. I due teorici padovani si possono quindi considerare, in senso lato, come i punti-limite fra cui si muove ed agisce il mondo musicale dell'a. n. italiana.
Dal punto di vista pratico la musica sacra risente in questo periodo la mancanza dei grandi cicli lituragici che nell'ars antiqua accompagnavano solvimento dell'anno ecclesiastico, e le stesse sole 5-6 parti dell'Ordinarum Missae che ora vengono musicate, ci appaiono composte sotto il diretto influsso delle cinque forme in voga: mottetto, «ballade» francese, «conductions», madrigale e caccia. Si hanno così 3 importanti cicli di «Ordinarium»: la Messa di Tournai, a 3 voci, ancora molto vicina al sec. XIII per la ritmica modale e per la notazione, la Messa di G. Machaut a 4 voci, che sono tra i più antichi esempi del genere, entrambe composte nello stile del «conductus», ed infine una raccolta di autori dell'Italia settentrionale e centrale (Parigi, ital. 568) che, con un'altra più piccola di origine romagnola (Vat. Urb. 1419), ci dà alcuni significativi esempi di arte italiana del '300. Della produzione resterà l'idea dell'a. n. francese ci restano due famosi manoscritti originari di Avignone (1a metà del sec. XIV), ora ad Ivrea e ad Apt, che contengono mottetti e messe sul tipo del mottetto profano, del «conductus», della ballata francese, e, tra l'altro (ad Ivrea), un Credo in quella forma isoritmica che il grande museo poeta Machaut predilesse per realizzare, nei suoi mottetti, i postulati di Ph. de Vitry. La musica ecclesiastica di questo periodo, pur presente e ricca nei vari paesi per accompagnare le cerimonie del culto, è tuttavia troppo pervasa degli elementi profani che invadono il campo della musica, si da costringere papa Giovanni XXII (1324-25) ad elevare la voce contro gli abusi che allontanano il canto sacro dal suo vero ufficio di ossequio liturgico e di invito alla preghiera.