ATTRIZIONE (DAL LAT. ATTERO = ABBATTO, SCHIACCIO)

ATTRIZIONE (dal lat. attero = abbatto, schiaccio). — È l’atto con cui l’uomo de:esta il peccato per un motivo soprannaturale ma inferiore all’amore puro. Si distingue infatti un duplice amore di Dio: quello di concupiscenza, con cui si aderisce alla divina bontà non per le sue intrinseche perfezioni, ma perché è benefica verso di noi; quello di benevolenza con cui si desidera l’unione con Dio non perché è buono con noi ma perché è infinitamente amabile in se stesso. Ora se si detesta il peccato perché si perde l’amicizia dell’Essere in sé perfetto CONTRIAZIONE (v.), se invece si odia il peccato perché si perdono i benefici di Dio cadendo sotto la sua vendetta, si pone un atto di a. Siccome il castigo di Dio si manifesta soprattutto nella dannazione eterna, il motivo più comune che induce il peccatore al pentimento è il timore dell’inferno (Conc. Trid., sess. XIV, cap. 5; cf. Denz-U, 896). Ora questo timore si dice semplicemente servile se non solo distacca il peccatore dall’atto ma anche dall’affetto al

pecato, si chiama invece servilmente servile se impedisce l'azione materiale ma non soffoca nel cuore l'attaccamento al malc.

Secondo Lutero il timore, anche semplicemente servile dell'inferno, è disonesto e rende l'uomo ipocrita; i giansenisti invece lo considerano una « vitiosa cupiditas », mentre i protestanti liberali lo stigmatizzano con il nomignolo di « Galgenreue » ossia pentimento patibolare.

La Chiesa invece sia nelle definizioni tridentine (sess. VI, can. 8; sess. XIV, can. 5; Denz-U, 818, 915) sia nelle condanne contro i giansenisti (Denz-U, 1304-1305; 1410-16; 1525) afferma che l'a concepita per timore (semplicemente servile s'intende) dell'inferno è un atto buono e capace di sradicare ogni attaccamento al peccato. Tale dottrina è ben fondata nella Scrittura, che presenta i Profeti (Jer. 31, 18-20; Ez. 36, 31-32; Dan. 3, 38-40), Gesù Cristo (Mt. 5, 20-30; 10, 28-33; 13, 41; Lc. 7, 44; 3, 5; Io. 6, 14), gli Apostoli (Act. 8, 22; II Pt. 3, 3-9) come predicatori di penitenza, che fanno leva soprattutto sul timore delle pene eterne. I Padri della Chiesa scagnano la stessa strada quando considerano come medicina efficace di ogni male e come chiave del Paradiso il timore dell'inferno. Tipica l'espressione di s. Agostino: « Buono è questo timore, anzi utile, anche se non è ancora quel timore casto che durerà sempre in cielo ». (Enarr. in Ps. 127, n. 8: PL 47, 1682).

Del resto anche la ragione dimostra la fondatezza di questa dottrina. Infatti nel timore dell'inferno si possono considerare tre momenti: la volontà di evitare la pena, la detestazione sincera del peccato come mezzo per sfuggirla, la subordinazione di questo mezzo al fine desiderato; ora tutti e tre gli atti sono onesti: è cosa buona voler evitare la dannazione, è inoltre onestissimo detestare il peccato, è infine lecito subordinare il distacco dal peccato alla fuga della pena, perché se anche il mezzo (l'odio del peccato) è più nobile del fine immediato (evitare l'inferno), non si esclude però da questo fine imperfetto l'intima relazione che ha con il fine superiore, quale è il possesso di Dio infinitamente amabile, che soltanto si ottiene evitando l'inferno.

Quanto poi al posto che occupa l'a. nel processo della giustificazione vige da sette secoli una controversia domestica. Alcuni teologi dicono che l'a. è sufficiente per ottenere la grazia quando è unita al sacramento della Penitenza (sono gli attrizionisti), altri invece affermano che anche nel Sacramento si richiede la contrizione (contrivizionisti). Prima del Concilio di Trento, Pietro Lombardo, Riccardo di S. Vittore, s. Alberto Magno, Gabriele Biel furono dichiarati contrizionisti; s. Tommaso pur inclinando fortemente verso il contrizionismo, ha posto alcuni principi favorevoli all'altra tendenza (ad es. il grande valore attribuito all'assoluzione) di cui si dimostrarono fervidi seguaci Scoto, Durando, Aureolo, Cano, ai quali però si oppone il Gaetano. Così la controversia fu portata al Concilio di Trento, che pur astenendosi da una decisa presa di posizione, indirettamente favorì l'attrizionismo, che fu illustrato da Vega, Soto, Vásquez, Bellarmino, Suárez, Gonet, Ripalda, Lugo. Nel sec. XVII sorsero i giansenisti, il cui rigido contrizionismo, di sapore calvinista, influì alquanto su Morin e Launoy, attizzando il fuoco della sopita controversia. Infatti nel 1666 gli eremitani lovaniensi Cristiano Wolf (Lupus) e Francesco Farvagues ripresero a difendere con calore e a nome di s. Agostino il contrizionismo. Rispose immediatamente e con una certa vivacità il gesuita Massimiliano Le Dent. La cosa fu deferita a Roma: Alessandro VII con decreto del S. Uffizio (5 maggio 1667) impose alle parti di astenersi da scambievoli ingiurie e nello stesso tempo affermava che l'attrizionismo era più comune tra i teologi (Denz-U, 1146).

A giudizio di Benedetto XIV il decreto favorì talmente l'attrizionismo che divenne universale, trovando in s. Alfonso il più grande assertore. Però nello stesso tempo il domenicano Billuart indicava una via media tra i due estremi, asserendo che nel Sacramento si richiede un amore di benevolenza (contro gli attrizionisti), che però non era da identificarsi con la carità essendo privo della reciprocità da parte di Dio (contro i contrizionisti). Ma l'insegnamento del domenicano restò lettera morta, fino a quando fu ripreso all'epoca nostra ed esposto con molta erudizione da Hugon, Diekamp, Perinelle, Garrigou-Lagrange, Dondaine. Sembra però che questo tentativo sia destinato a fallire, prima perché non tenendo conto dello sviluppo dottrinale maturato attraverso la diuturna controversia e la costante pratica di tre secoli, fa retrocedere la teologia penitenziale ai suoi timidi inizi, poi perché l'attrizionismo è fondato su basi che è difficile minare. Infatti, oltre gli argomenti desunti dal Concilio di Trento (sess. XIV, cap. 3-4; Denz-U, 896, 898) che tutti i manualisti svolgono e che recentemente il De Blic ha posto in nuova luce, rimane sempre l'osservazione fondamentale che nell'ipotesi del contrizionismo l'assoluzione sarebbe quasi inutile, che la Penitenza divenerebbe un sacramento dei vivi, che la via della salute sarebbe più aspra nella legge dell'amore che in quella del timore. La distinzione poi introdotta dal Billuart tra amore di benevolenza e carità, alla luce del pensiero di s. Tommaso, è insostenibile, come ha dimostrato il Galtier contro il Perinelle. Quanto poi all'inciso del Concilio Tridentino, sess. VI, cap. 6: « Disponuntur (peccatores) fide, timore, spe et Deum tamquam omnis iustitiae fontem diligere incipium » (Denz-U, 798), che i contrizionisti spesso obiettano, si ribatte che anche nell'attrizionismo trova plausible spiegazione, perché in ogni amore di conoscenza c'è un'innata tendenza verso la carità perfetta; infatti chi vuole evitare l'inferno aspira necessariamente al paradiso, ove la carità regna sovrana. Del resto è storicamente notorio che gli stessi A. Vega e P. Soto, che furono tra i redattori di quella formula, non vi hanno scorta la necessità di un amore perfetto.

Ammesso l'attrizionismo, il celebre detto « nella confessione l'attrito diventa contrito: ex attrito fit contritus » va inteso non nel senso che l'a. cambi natura e diventi contrizione, ma nel senso che al sopraggiungere della Grazia, cui è connessa la carità infusa, l'attrito si trova nelle stesse condizioni del contrito, è cioè giustificato e nella possibilità di emettere un atto di carità perfetta, perché dall'abito infuso all'atto è facile il passaggio.

BIBL.: G. Benaglio, Dell'a. « quasi materiae parte » del sacramento della Penitenza secondo la dottrina del Concilio di Trento, 2 voll., Milano 1846 (erudito e convinto assertore dell'attrizionismo); J. Perinelle, L'attrition d'après le Concile de Trento et d'après s. Thomas, Kain 1927 (dotta riesumazione del pensiero di s. Tommaso nella linea del Billuart); D. De Woogth, La justification dans le sacrement de Penitence d'après s. Thomas, in Egbemerides Teologicae Louvanienses, 6 (1928), p. 226 sgg. (lavoro originale con idee affini a quelle del Perinelle); P. Galtier, Amour de Dieu et attrition, in Gregorianum, 8 (1928), pp. 373-416 (critica acuta del Perinelle); R. Garrigou-Lagrange, De Eucharistia et poenitentia, Torino 1943, pp. 378-478; H. Dondaine, L'attrition suffisante, Parigi 1943 (monografia sostanziosa non lontana dalle posizioni del Perinelle); J. De Blic, Sur l'attrition suffisante, in

Extrait des Mélanges de science religieuse, Lilla 1946 (rispondu en brio et dottrina al Dondaine). Per una visione complessiva, cfr.: A. Beugnet, s. V. in DTHC, coll. 2235-58; P. Galtier, De poenitentia, Parigi 1931, pp. 64-77; 287-97; A. García, El P. Hernández O. P., y la doctrina articulista en el Tounino, Manila 1936 (tesi dell'Angelico); C. Boyer, De paenitentia, Roma 1942, pp. 327-28; A. Piolanti, De sacramentis, 2a ed., Torino 1946, pp. 348-54.