AUSSENZIO ('Αυξήντιος), vescovo intruso di MILANO. - L'imperatore Costanzo, cacciato da Milano il vescovo Dionisio, vi intronizzò l'ariano A. (355). Questi tenne la sede fino alla morte, avvenuta nel 374; ma il popolo e il clero si rifiutarono di riconoscerlo come pastore. Era stato ordinato sacerdote in Alessandria dal vescovo intruso ed ariano Gregorio, e in seguito consacrato vescovo, benché di costumi scandalosi. S. Atanasio, nella lettera a papa Damaso (ca. 370), scritta per provocare la condanna di A., espone molti delitti da lui compiuti già in Alessandria. Trasferendolo dalla Cappadocia, Costanzo l'impose come vescovo a Milano, «armis exercitique», come scrive s. Ambrogio (De Spiritu Sancto, III, 10, alias 11). Fu poi uno dei capi del partito ariano al Concilio di Rimini (359). Morto Costanzo, il nuovo imperatore Giuliano l'Apostata concesse ai vescovi esuli di ritornare alle proprie sedi. S. Ilario di Poitiers e s. Eusebio di Vercelli tentarono invano di far espellare da Milano A., già condannato dal Sinodo di Parigi del 360. L'imperatore Valentiniano I lo prese sotto la sua protezione. S. Ilario allora presentò all'imperatore formale accusa
di arianesimo contro A. e lo provocò ad un pubblico contraddittorio, che ebbe luogo a Milano nel 364 o 365, davanti al questore e al maestro degli uffizi. L'imputato tergiversò e finì per presentare all'imperatore un'equivoca professione di fede nella divinità del Verbo. Valentiniano, subornato dalla moglie Giustina, segreta seguace dell'arianesimo, e da cortigiani, impose a s. Ilario di partire tosto da Milano e di non molestare più A. Evagrio di Antiochia, ch'era venuto in Occidente con s. Eusebio di Vercelli, riuscì in seguito ad ottenere dall'imperatore il permesso per papa Damaso di adunare un concilio per giudicare l'ortodossia del vescovo milanese. Il Concilio del 372 (altri lo pongono al 368) condannò A. come eretico; tuttavia, nessuno poté allontanarlo da Milano. Alla sua morte, cattolici ed ariani si affrontarono per la nomina del successore, che fortunatamente fu s. Ambrogio.