AVENIR (L'). - Celebre giornale cattolico-libérale francese che ebbe soltanto un biennio di vita (1830-31).
Cominciò la sua pubblicazione all'indomani dei moti del 1830, che segnarono la fine dell'assolutismo regio con la cacciata di Carlo X e permisero una maggiore libertà di stampa. Ne fu principale fondatore e animatore l'abate Hugo Félicité Robert de Lamennais (v.), il quale ebbe intorno a sé una larga accolta di discepoli, fra i quali brillavano i più bei nomi della rinascita cattolica francese del sec. XIX, come Gerbert, Guéranger, Lacordaire, Rohrbacher, Mon-talembert, Maurice de Guérin, ecc., tutti comprensivi dal duplice proposito di propagare un liberalismo sociale in favore del popolo e delle classi lavoratrici in pieno contrasto col tradizionale cesarismo assolutista e di rinnovare lo spirito religioso con lo strappare la Chiesa dalle servitù gallicane e dagli altri inceppamenti che ne limitavano l'attività spirituale.
Tali appunto furono i principi informatori dell'A. il cui primo numero apparve il 15 ott. 1830 col motto «Dieu et la Liberté». Libertà di coscienza, libertà di associazione, libertà di stampa, libertà d'insegnamento furono i postulati fondamentali del giornale, e per essi una falange di redattori si batté con veemenza sovente eccessiva. Tali propositi largamente diffusi non mancarono di suscitare non soltanto l'ostilità degli ambienti governativi e gallicani ma anche la diffidenza del mondo dei ben pensanti. Il Lamennais non s'astenne, ad es., dal proclamare il diritto dei popoli all'insurrezione, e dal definire traditori della religione i vescovi nominati dal potere civile quasi che la ratifica della S. Sede non avesse conferito loro in seguito legittima autorità. Una delle più felici campagne dell'A. resta quella combattuta in favore della libertà d'insegnamento, promessa, è vero, in via di principio dalla Carta del 1830, ma tenacemente ignorata poi dal regime di Luigi Filippo. Tale campagna iniziata e condotta vigorosamente dall'A., ed osteggiata da principio anche dai molti dei ben pensanti, condusse poi nel 1850 alla legge Falloux ed alle successive conquiste dei cattolici francesi nel campo dell'insegnamento.
Ma nell'A. le idee non erano sempre espresse con lucidità e chiarezza e non si distingueva a sufficienza quanto era dovuto a polemica adatta alle circostanze del momento da quanto era enunciazione di principi religiosi e sociali. Ecco delle inquietudini che il giornale provocò fu una lunga memoria con la quale parecchi prelati francesi, e tra essi il card. d'Astros, arcivescovo di Tolosa, denunziarono a Roma gli errori ed i pericoli della posizione assunta dal foglio. A loro volta, il Lamennais e i suoi collaboratori esporcirono il loro pensiero in una dichiarazione inviata a Gregorio XVI, e poi decisero, il 15 nov. 1831, di andare a sostenerlo direttamente in Roma. Gregorio XVI, prima di riceverli, tenne ad invitarti a chiarire ed a precisare il loro punto di vista in un nuovo esposto, la redazione del quale fu confidata al Laccardire. Vi si mostrava la Chiesa di Francia oppressa dal governo e però caduta in discreto presso molti cattolici, che non vedevano nel clero che uno strumento, anzi quasi un complice, del potere civile; e s'additava il pericolo o d'una persecuzione violenta, o di un asservimento progressivo ed insidioso. Si consigliava, pertanto, la completa separazione della Chiesa dallo Stato, e quindi la rinunzia del clero al fondo per il culto.
Il Pontefice incaricò il card. Pacca di rispondere che avrebbe fatto esaminare lo scritto, e che intanto era consigliabile che essi tornassero in patria.
Tale trattamento significava già un'implicita scon-fessione, ma il Lamennais ebbe il torto d'ostinarsi. E difatti ricevuto, nel corso d'un viaggio a Monaco con Montalembert, il testo dell'enciclica Miari vos (15 ag. 1832), che conteneva pur senza dire nulla del foglio e dei redattori, una vera e propria censura, cercò una via d'uscita distinguendo arbitrariamente nel documento pontificio l'aspetto spirituale, che l'obbligava in coscienza, e l'aspetto temporale in rapporto a cui rivendicava piena libertà d'interpretazione e d'azione. La rivolta covava già nel suo spirito e lo spinse poi ad abbandonare ogni funzione sacerdotale per mettersi a scrivere le insultanti Pa-roles d'un croyant, cadute poi sotto la condanna del- l'enciclica Singulari vos del 15 luglio 1834.
Così l'avventura, brillante e deprecabile insieme, dell'A. si concludeva con la condanna del libera-lismo dottrinale. Le prime intenzioni erano, certo, eccellenti, volte a realizzare nuovi rapporti fra Chiesa e società moderna, a riconciliare la scienza e la fede, a denunziare il monopolio universitario dell'insegna-mento per renderne alla Chiesa il libero esercizio, a togliere la società religiosa dalle strette di potere civile, realizzando sostanzialmente un grande movi-mento cattolico-sociale. Infurmavano però la bontà del movimento, oltre polemiche acerbe ed inopportune, la mancanza di precisione dottrinale nel linguaggio, la totale separazione della Chiesa dallo Stato presentata come una necessità di principio e la conseguente soppressione dei contributi statali per il culto stabiliti già nel concordato, oltre alcuni errori teologici che formavano parte delle concezioni personali del Lamennais. Le encicliche Miari vos e Singulari vos stigmatizzarono tali deviazioni, l'una ponendo fine all'avventurosa parabola dell'A., denunziando l'altra le dottrine del Lamennais.